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 2021  luglio 21 Mercoledì calendario


Torna «Harlem», kolossal di regime

È in buona posizione per il titolo di film nazionale più razzista di sempre ma è sicuramente il vincitore per quello più censurato d’Italia. Forse «di sempre», come recita il sottotitolo del libro che Luca Martera ha dedicato ad Harlem di Carmine Gallone (La Nave di Teseo/Centro Sperimentale di Cinematografia), che verrà presentato a Bologna sabato 24 all’interno del programma del Cinema Ritrovato, dove naturalmente sarà possibile vedere anche la copia originale, restaurata dalla Cineteca Nazionale, di un film che nacque nel 1943 di 113 minuti e divenne nel 1946 di 87.
All’origine c’è una novella di Giuseppe Achille — Harlem appunto – pubblicata nel 1939 su Romanzo mensile, rivista edita dal Corriere della Sera, e che piace molto a Luigi Freddi, il boss della cinematografia fascista: nel 1942 vi vede l’ideale punto di partenza per un film anti-americano e anti-nero (oltre che anti-ebraico). Detto fatto: il ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini dà il via libera per «raggiungere le finalità di propaganda alle quali il film dovrebbe essere ispirato» e la macchina produttiva si mette in moto.
Con qualche difficoltà, perché Alessandro Blasetti, indicato come regista, si tira indietro; il soggetto firmato Steno (futuro padre dei fratelli Vanzina) e Lucio De Caro non piace e la storia passa nelle mani di Emilio Cecchi, di Paolo Monelli e del giornalista sportivo Pietro Petroselli per trovare la sua forma definitiva con Sergio Amidei e Giacomo Debenedetti (che in barba alle leggi razziali era tenuto in palmo di mano da Freddi). Ne esce la storia di Amedeo (Nazzari), costruttore edile a Brooklyn sui cui terreni ha messo gli occhi il gangster Chris Sherman (Osvaldo Valenti), e di suo fratello Tom (Massimo Girotti) che sfiderà sul ring un campione nero per permettere ad Amedeo, con i soldi della borsa, di conservare le sue attività ma anche per difendere l’onore italiano di fronte ai neri che manifestavano per l’invasione dell’Etiopia (il film è ambientato nel 1935).
Una storia come tante se non fosse infarcita di stereotipi antiamericani (corrotti e corruttori, attaccati al dollaro e pronti anche a rapire i bambini) e di luoghi comuni razzisti (assistendo all’incontro, un nero si mangia il cappello per la tensione, un altro grida «Morte agli italiani!». E sono solo alcune delle trovate di pessimo gusto cui furono costretti un migliaio di prigionieri africani obbligati a fare le comparse). Che il 24 aprile 1943 arrivò con gran fracasso nelle sale italiane. Salvo sparire pochi mesi dopo, quando l’avanzata degli alleati rendeva poco lungimirante un film così volgarmente anti-americano.
Tanto che nel 1946, per cercare di recuperare qualche incasso, il film fu sottoposto a un’operazione di radicale restyling: 31 minuti di tagli (riducendo al minimo la parte di Osvaldo Valenti, fucilato dai partigiani), altri sette di dialoghi ridoppiati, la proibizione di essere proiettato in alcune regioni per paura di rappresaglie (a Reggio Emilia ne venne bruciata una copia) e soprattutto l’idea che le forbici della censura possono essere capaci di qualsiasi miracolo. Anche restituire una verginità.