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 2021  luglio 21 Mercoledì calendario


Le estati di Sara Simeoni

Quando gli escursionisti la incrociano, alta, elegante, il passo sicuro sul sentiero che sale al Rifugio Telegrafo verso la vetta del Monte Baldo, hanno sempre un momento di esitazione. Come se riconoscessero in quella signora in marcia con il marito un pezzo della loro storia. Hanno ragione: è Sara Simeoni, leggenda dello sport italiano per il suo oro (Mosca 1980) e i due argenti olimpici nel salto in alto, per un doppio primato del mondo (2,01 metri), cinque titoli europei, fierezza ed enorme dignità nelle vittorie, nelle sconfitte e nei tanti infortuni. «Il Baldo – racconta Sara – è il mio mito, meta di mille escursioni, simbolo delle mie vacanze, rifugio in tempi difficili, Covid compreso. Sono cresciuta alle sue pendici, mica potevo sfuggire al suo fascino».
Simeoni è nata e vive a Rivoli Veronese («Un paesotto, direte voi, ma Napoleone ci vinse una grande battaglia e in ogni città francese c’è una rue de Rivoli»), a due passi dall’Adige, dal Garda e dalla Valpolicella. «Ero figlia di agricoltori – spiega – e per me la vacanza era l’inizio di un tempo di libertà infinito dopo la fine della scuola. La passavamo ad esplorare ruscelli, fossi, sentieri, colline. Ci arrampicavamo sugli alberi, giocavamo a nascondino in mezzo al granturco, andavamo a cercare lucertole accompagnati da Diana, uno dei pointer da caccia di papà. Correvamo rischi, facevamo collezione di tagli e abrasioni, mi sono anche storta un paio di caviglie che si sono gonfiate come meloni. Ma nessun genitore si preoccupava: crescendo diventavamo più forti, agili e padroni del territorio. Oggi i bambini fanno ginnastica propriocettiva per migliorare l’equilibrio: noi per le nostre scorpacciate di ciliegie saltavamo per ore da un ramo all’altro come scimmie. E quando era troppo caldo per muoversi, ci nascondevamo dietro una siepe con le amiche a leggere un romanzetto rosa di Delly: quanti pianti mi sono fatta con quelle storie di principesse e cortigiane». Il Monte Baldo l’aspettava a 2.218 metri: «Papà ne conosceva ogni versante, ogni segreto: ci andavamo la domenica con i panini nello zaino. Salendo mi sembrava di aprire un atlante: il Garda, l’Adamello, le Alpi ma anche gli Appennini. Imparavo a riconoscere piante e animali, c’era una quantità incredibile di uccelli, ero così entusiasta che pensavo sarei diventata naturalista, certo non atleta. Sul Baldo salgo ancora oggi con Erminio (Azzaro, ex atleta e suo allenatore ndr), mio marito, ogni volta che posso. Gli escursionisti si sono moltiplicati, a volte sono rumorosi e sporcaccioni. Ma sono tornati l’aquila, il lupo e l’orso, che mio figlio Roberto è riuscito a incrociare: pensi che emozione».
Nel 1971, quando ha soltanto diciotto anni, Sara Simeoni inizia a volare. Da quel momento saluta il Baldo e la sua Verona e si trasferisce in uno dei luoghi più belli (e affollati) del litorale laziale: Formia. «Ci ho vissuto dieci mesi l’anno per dieci anni. Una stanzetta, la mensa, la pista e la palestra. A differenza di adesso, che ognuno si allena a casa sua, la Scuola Nazionale di Atletica allora era piena di atleti italiani. Oltre il cancello, c’era il mare. D’estate ci andavamo con mille precauzioni perché ci sembrava di rubare tempo alla preparazione. In zona la spiaggia più bella era quella di Papardò a Gaeta, poi scoprimmo Scauri, Sperlonga, Sabaudia, Terracina improvvisando qualche volta una cena lontano dalla mensa».
Il mito Simeoni nasce con il bronzo agli Europei di Roma del 1974 e si consolida due anni dopo, con l’argento ai Giochi di Montreal dietro alla leggendaria tedesca dell’est Rosemarie Ackermann. «A quel punto – ricorda Simeoni – venni travolta dalla popolarità. Ci fu un periodo in cui il Centro venne chiuso per ristrutturazione. Ci trasferirono al Grand Hotel Miramare, a due passi dalla pista. Un posto di lusso e pieno di storia, dove si mangiava benissimo e c’era anche la suite privata dove aveva abitato la Regina Elena. Ma per me diventò presto un incubo. Organizzavano matrimoni oceanici e davanti al nostro tavolo si formava la fila di mamme e papà che mi piazzavano il bambino piangente in braccio – poveretto – per una fotografia. Dopo un mese così, io e Erminio comprammo due bidoni di vernice, riverniciammo la nostra stanza e tornammo ad abitare al Centro con grande sollievo. A Formia ho lasciato tanti amici e un pezzetto del mio cuore. Le mie estati sono sempre state a base di allenamenti durissimi e passeggiate su sentieri poco conosciuti, mai di discoteche o luoghi esotici. Non le scambierei con quelle di nessun altro».