la Repubblica, 24 giugno 2021
Biografia di Luca Micheletti
Nelle vene gli scorre sangue di teatrante girovago. E per lui, che come i suoi antenati sta sui palcoscenici da quando nemmeno era in grado di rendersene conto, il teatro è uno solo: recitare, firmare regie, cantare. Del resto, sottolinea, «Verdi chiamava “attori” i suoi cantanti, segno che un confine tra questi mestieri è difficile da tracciare». Dieci anni fa Luca Micheletti ha vinto il premio Ubu, il più prestigioso nella prosa, per una sua interpretazione in Brecht. Ora, trentacinquenne, dopo essersi scoperto baritono e quasi senza aver fatto gavetta nel canto, si ritrova alla Scala protagonista nelle Nozze di Figaro di Mozart (da sabato al 1° luglio; oggi pomeriggio prova aperta per under 30).
È la prima messinscena scaligera del dopo-pandemia: ripresa d’attività per 760 spettatori a sera affidata a un allestimento leggendario, quello di Strehler, che a Milano ha debuttato quattro decenni fa. Sul podio Daniel Harding; nel cast anche Rosa Feola, Simon Keenlyside, Julia Kleiter, Svetlina Stoyanova. «Che fortuna trovarsi nello scrigno magico di Strehler per esordire alla Scala», dice Micheletti. «In questo spettacolo di passioni umanissime si rappresenta la rivoluzione. Non quella francese, ma il sovvertimento del teatro settecentesco che rinuncia alle maschere stilizzate della commedia precedente per consentire al pubblico di vedersi riflesso nello specchio d’amarezza e malinconia dei personaggi». Lui è critico affidabile, visto che nel teatro ci sguazza da sempre. Racconta: «Sono il frutto di una dinastia itinerante, una ventina di componenti stretti assieme da un groviglio di legami personali e professionali che dall’Ottocento fino alla guerra ha montato il suo padiglione mobile nelle piazze dei paesi del centro- nord. Titolo diverso ogni sera: Ibsen, Giacosa, D’Annunzio, Pirandello, ma pure Le due orfanelle e I figli di nessuno. Queste compagnie erano la spina dorsale del nostro spettacolo popolare prima dell’avvento dei teatri stabili. Papà e mamma l’hanno rifondata negli anni 70. Lì mi sono formato, recitando con i miei fratelli, la nonna, gli zii».
Percorso curioso transitare dalla prosa con Orsini e Ronconi per finire nel melodramma. «Lo devo al cinema. Nel 2013 Marco Bellocchio mi scrittura per i suoi Pagliacci, corto presentato alla Mostra di Venezia. La mia voce l’ha colpito in Brecht, quindi mi suggerisce di prendermi un coach per svilupparla. Trovo il tenore Mario Malagnini, bresciano come me, e mi scopro baritono». All’inizio Micheletti non asseconda quel talento. «Avevo troppo da fare come attore e regista». Cede quando Cristina Muti gli offre Jago nella sua regia dell’Otello verdiano a Ravenna. «Non sono altro che un attore che canta, ecco perché parto sempre da un approccio recitativo al personaggio. D’altronde, venendo da un teatro di umili origini, non posso che pormi in maniera concreta verso l’opera». Eppure sono due mondi molto diversi. «Nell’approccio filosofico. Perché l’attore deve passare attraverso la distruzione della propria identità per acquisire una credibilità scenica. Cercare rischi per generare l’altro da sé. Viceversa il cantante ha bisogno di autotutelarsi: il rischiosta già nell’andare in scena, lungo i binari tracciati della partitura, davanti a un pubblico competente. È un miracolo assoluto quando nell’opera tutto va a segno». Insomma, nessuna nostalgia per la prosa? «No, dato che non considero affatto conclusa la mia carriera d’attore».