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 2021  giugno 23 Mercoledì calendario


Ritratto di Luigi De Marchi


Era un omino minuto ad alto tasso di amarezza e genialità, un po’ Woody Allen e un po’ Bertrand Russell. Da bambino, Luigi De Marchi, milanese, aveva subito un incidente che gli aveva rovinato l’adolescenza in una famiglia difficile. Da adulto si era dato alla ricerca della terapia ideale per l’esistenza di ciascun essere umano, un rimedio personalizzato per il mal di vivere, sulle orme di Alexander Lowen, Irvin Yalom, Otto Rank e altri terapeuti stanchi di ruminare su quel che è vivo e quel che è morto in Sigmund Freud (senza nulla togliere al fondatore) poiché ciò che interessava era solo la pena del singolo individuo nella sua irripetibile unicità. Questo approccio faceva già a cazzotti con la classificazione delle nevrosi, delle psicosi e delle patologie comportamentali, tutte trattate a pacchi, a capitoli che etichettano la malattia senza uno speciale amichevole riguardo per l’individuo singolo, la persona.
Sembra una cosa da nulla e invece è tutto. Ciò che oggi accade, in Italia come nei restanti Paesi europei – già accaduto nei Paesi di lingua inglese – è che le psicoterapie, non importa a quale scuola facciano riferimento, devono portare risultati misurabili. Per legge. E ciò accade perché le assicurazioni vogliono sapere per che cosa esborsano e gli istituti di ricerca devono mostrare e dimostrare quel che hanno trovato attraverso esperimenti verificabili e ripetibili. È finita l’epoca delle sedute dedicate all’archeologia dell’infanzia, dell’analisi interminabile (di cui Freud stesso si era preoccupato) e della psicoanalisi come avventura culturale in sé. A questo proposito è utile ricordare che Benito Mussolini si era preso una vera cotta per la psicoanalisi e per il «Professor Sigmund Freud». Lo ha ricordato l’allora presidente della Società di psicoanalisi Emilio Servadio per spiegare come mai il padre della psicoanalisi avesse inviato a Mussolini un suo libro con una dedica in cui lo definiva «protettore della civiltà». Probabilmente il rapporto fra Duce e Freud era nato quando il Mussolini aveva schierato due divisioni corazzate alla frontiera del Brennero nel 1934 per scoraggiare Hitler (che a quell’epoca odiava) che già si voleva annettere l’Austria, di fatto un protettorato italiano. Poi le cose andarono come andarono, ricorda lo stesso Servadio, ma Mussolini dopo l’annessione tedesca supplicò Hitler di lasciar in pace il suo «amico professor Freud», che invece fu costretto a fuggire a Londra. Si tratta di un episodio occultato con molto fastidio dalla political correctness, ma che ha importanza perché per decenni è invalsa l’abitudine di sostenere che psicoanalisi e psicoterapie appartengano a un bacino culturale per definizione di sinistra. Il che è falso. Luigi De Marchi, non per caso. Era di destra ma in senso liberale, arrivando a far coincidere con temerarietà il cittadino persona con il consumatore. Era un mio caro amico e insieme presentammo un suo magnifico progetto di legge per la riforma della legge 180, la legge Basaglia che, nelle grandi città, è responsabile di un gran numero di morti e feriti tra pazienti e familiari. Il progetto di riforma che presentai al Senato restò insabbiato nella Commissione Affari costituzionali e non fu mai portato in aula. Durante i nostri ultimi incontri sapeva di essere prossimo alla morte cui si preparò con molta cura, assistito allora dalla sua prima allieva e poi sua erede culturale, Antonella Filastro, che oggi ha pubblicato un piccolo, denso e prezioso libro, Quel che è vivo del De Marchi-pensiero (NeP edizioni, pagg. 151, euro 16, reperibile on line) non soltanto per rendere omaggio a una persona scomparsa, ma per riportare alla vita un pensiero verso il quale oggi tutti convergono: quello dell’esistenzialismo umanistico che ha dato origine a una psicoterapia riconosciuta a livello scientifico universitario, verso la quale oggi tendono in veloce avvicinamento anche le psicoterapie cognitiviste, le più tecniche e di pronto (anche se non sempre duraturo) effetto. Antonella Filastro da dieci anni ha mantenuto in vita la scuola Ipue (Istituto psicoterapico umanistico esistenziale) e l’ha rilanciata in continui aggiornamenti scientifici che vanno dall’accompagnamento al fine vita al volontariato in Africa per proteggere i bambini colpiti da Aids e abbandonati dalle famiglie, la Meaningful Therapy, la terapia corporea, la Dignity Therapy in associazione con la facoltà di Psichiatria di Ferrara con il professor Luigi Grassi, presidente dell’Associazione italiana di psichiatria. Questo istituto ha come garante scientifico il professor Massimo Biondi, capo del Dipartimento di Neurologia e Psichiatria dell’Università della Sapienza a Roma, anche lui vecchio amico di Luigi De Marchi quando con lui progettava insieme una fusione dell’esistenzialismo terapeutico con il cognitivismo. Oggi quell’incontro fra le due discipline è nell’agenda di quasi tutte le scuole di psicoterapia e dunque si potrebbe dire che Gigi De Marchi stia cominciando a vincere a dieci anni dalla sua morte.
Ma gli innesti e le fusioni culturali non si fanno per semplice addizione. De Marchi aveva creato, combinando esperienza ed intuito, un oggetto del tutto nuovo, la Psicopolitica, in grado di prevedere i comportamenti di massa e le loro conseguenze politiche. Aveva previsto con un quarto di secolo d’anticipo i flussi migratori dall’Africa e la loro stretta interconnessione con i media, la fuga verso i Paesi ricchi che avrebbe portato inevitabilmente a uno shift di destra in Italia. Un’Italia burocratica viziata dai luoghi comuni e dal buonismo di una sinistra parolaia, totalmente impreparata ad affrontare un trauma identitario. Gigi era un liberale radicale, trattato malissimo non soltanto dalla Chiesa cattolica per la sua campagna per l’uso della pillola contraccettiva nei consultori dell’Aied (che aveva contribuito a creare), ma specialmente dalla chiesa comunista e dal mondo accademico da cui si teneva alla larga, salvo i rapporti personali con singoli scienziati. Si scatenarono contro di lui in particolare i comunisti e le femministe che lo accusarono di voler «sterilizzare la rivoluzione» e castrare il proletariato. Per questo, il piccolo uomo Gigi De Marchi era diventato un lottatore d’acciaio sul piano politico restando uno degli uomini più sensibili, empatici, affettuosi e comprensivi sul piano dei rapporti umani. Fu lui a portare il pensiero di Wilhelm Reich in Italia traducendo e pubblicando le sue opere. Non per caso scelse Reich, un eretico trattato come pazzo e perfino come criminale. Lui stesso era un eretico e un rivoluzionario: un grande libertario esistenzialista. Oggi la storia, la psichiatria e le neuroscienze gli danno ragione e questo libro di Antonella Filastro riapre finalmente una porta che era rimasta sbarrata e porterà probabilmente non soltanto nuovo ossigeno, ma anche tempesta.