Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  giugno 23 Mercoledì calendario


Intervista a Tria (Sul Pnrr «Quando vidi i testi di Conte francamente pensai a ’Scherzi a parte Scherzi a parte»)

A sentire Giovanni Tria, ministro dell’Economia del Conte I e, ai tempi, paziente mediatore nella tribolata maggioranza giallo- verde, il motivo della promozione a pieni voti del Pnrr italiano è di una semplicità quasi disarmante: «È accaduto perché il piano è stato scritto secondo le aspettative e secondo le regole europee, perché si è messo in moto un apparato competente e perché – ma non m’invento nulla – ha giocato un ruolo fondamentale la credibilità di questo governo e del premier Draghi».
Tutto qui, professore?
Questo è un piano sulla carta, e d’altra parte tutti i piani lo sono. Evidentemente, a ragione veduta, a Bruxelles e non solo si confida molto sulla capacità di attuazione da parte dell’attuale esecutivo. La mole di risorse mobilitata, ricordiamola, non è sufficiente da sola a mettere il Paese su un sentiero di crescita costante. Lo è invece l’incrocio tra le risorse e le riforme. L’elemento di fiducia che offre un governo guidato da Draghi conta, soprattutto sul versante delle riforme.
La differenza tra il Pnrr di dicembre e quello presentato a Bruxelles è solo il nome del premier?
No, anzi. Quando ho visto quel che si poteva vedere dei primi testi del precedente governo, francamente pensai a ’Scherzi a parte’. Poi provarono a rimpinguarlo, ma la verità è che sul finire del Conte II un piano, l’Italia, non ce l’aveva. Anche sul piano istituzionale Draghi ha fatto la cosa più logica e sensata: fare del Mef il centro operativo del piano, sotto la regia della presidenza del Consiglio.
Lei dice: i fondi Ue da soli possono darci solo ossigeno, le riforme invece ci danno un futuro… Quale, in particolare?
Quella della giustizia sopra tutte le altre. Non mi riferisco ai singoli aspetti su cui dibatte la politica. Mi riferisco a quello che viene definito, da parte dei mercati e degli investitori, internazionali e nazionali, il ’rischio legale’ associato al nostro Paese. In questo ’rischio legale’ ci sono i tempi della giustizia, ma non solo. C’è la legislazione variabile su temi strategici. Ci sono le interpretazioni eterogenee della stessa norma. C’è la produzione di norme di modesta qualità. L’Italia cresce se riduce il proprio ’rischio legale’, che a ben vedere è l’incrocio tra riforma della giustizia e il miglioramento della Pubblica amministrazione.
La parola-chiave è fiducia…
Trust, come dicono gli anglosassoni. Ma non è solo la fiducia dall’estero verso l’Italia, ma anche di noi tutti verso il nostro Paese. Imprese, consumatori, famiglie, lavoratori, cittadini… L’attuazione piena di questo piano ci può riconsegnare il bene sociale ed economico più importante, la fiducia. E con la fiducia si cresce davvero. Prova ne è che misure espansive precedenti
al Covid non hanno prodotto granché perché cadevano in un contesto arido, non vitalizzato dalle riforme che servivano e prive di coerenza con le altre politiche economiche.
La riforma del fisco non è altrettanto importante?
Ha certo un grande valore per la po-litica, ma non è che può cambiare radicalmente le sorti del Paese, considerando che ogni riduzione della pressione fiscale va tenuta in equilibrio con il nostro debito pubblico. Anche i discorsi sulla patrimoniale impattano meno di quanto sembri. A mio parere, andrebbe ripresa tra le mani la raccomandazione dell’Ue di spostare il carico dai redditi ai consumi. Insomma, riequilibrare Irpef e Iva, un alleggerimento delle buste paga e dei costi del lavoro in cambio del tanto contrastato aumento dell’imposta sui consumi.
Tornando a Draghi: data la sua opinione, sarà costretto a restare premier?
Non so se resterà premier o assumerà altri incarichi. Di certo è l’unico leader in grado di negoziare su dossier difficilissimi e decisivi che ci attendono. Penso alla fine della sospensione del Patto di stabilità e a ciò che ne dovrà seguire. Di questo dibattito lui sarà protagonista, è certo.
Ritiene che l’attuale governo debba superare due delle misure del suo governo, Reddito di cittadinanza e ’Quota 100’?
Ai tempi, quando facevamo queste discussioni, io sostenevo che era meglio mettere le risorse sul taglio della pressione fiscale. Tuttavia, va detto che il loro impatto sulle casse è ridotto rispetto a quanto preventivato nelle prime ipotesi. Non dimentichiamo che dopo tanto clamore quel governo fece il deficit più basso degli ultimi dieci anni, mentre Reddito e ’Quota 100’ costano meno, per fare un esempio, del ’bonus Renzi’.
Erano misure simboliche?
Più che altro sì, lo erano. Nel caso di ’Quota 100’ parliamo di un intervento che in qualche modo era stato anche richiesto dalle imprese per accompagnare la transizione digitale, in ogni caso va a scadenza e non squasserà i conti della previdenza a medio-lungo termine. Il Reddito di cittadinanza persegue un fine giusto ed era stato pensato anch’esso come ammortizzatore di una transizione industriale in corso, che poteva lasciare strascichi sociali. Ma la legge è stata scritta davvero male e adesso andrebbe semplicemente riscritta.