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 2021  giugno 23 Mercoledì calendario


I buchi neri del 25 luglio

Benito Mussolini fu detronizzato a seguito della seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943. Ma i «buchi neri» legati a quell’evento sono ancora molti, denuncia Paolo Cacace in Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio, in uscita domani per i tipi del Mulino. Perché Vittorio Emanuele III scelse di sostituire il capo del governo con Pietro Badoglio malgrado non avesse alcuna simpatia nei confronti del maresciallo? Perché lo promosse a capo del governo nonostante Badoglio «rientrasse a pieno titolo nella lista, peraltro assai lunga, delle persone di cui diffidava»? In un libro di memorie — Volevo fermare Mussolini (Rizzoli) – Giuseppe Bastianini, che, come vedremo, in quei mesi ebbe un ruolo di primo piano, sostiene che Badoglio esercitò nei confronti del sovrano un’azione intimidatoria, un vero e proprio ricatto, facendogli sapere, già ai primi di luglio del 1943, di essere pronto ad agire con un golpe militare. Anche se non avesse avuto il via libera della corona. 
In effetti – come ha scritto Renzo De Felice in Mussolini l’alleato 1940-1943. Crisi e agonia del regime (Einaudi) – quel che stava per accadere lo si poteva intuire già cinque mesi prima, il 5 febbraio, allorché un asciutto comunicato dell’agenzia Stefani annunciò un inatteso cambio di governo. Perdevano il posto nove ministri su dodici. Un «vero e proprio terremoto», sostiene Cacace. In diciannove anni di regime, «una purga del genere non si era mai vista». Le vittime più illustri furono il genero di Mussolini Galeazzo Ciano, soppiantato agli Esteri dal succitato Bastianini (solo come sottosegretario, però), Dino Grandi sostituito alla Giustizia da Alfredo De Marsico e Giuseppe Bottai costretto a lasciare il ministero dell’Educazione nazionale a Carlo Alberto Biggini. Grandi, Ciano e Bottai – ricordiamolo – saranno i tre più importanti congiurati del 25 luglio. Significativa fu anche la rimozione da sottosegretario agli Interni del potentissimo Guido Buffarini Guidi.
La «grande purga», spiega Cacace, «rispondeva ad una scelta strategica che suggeriva al Duce di formare una squadra governativa di uomini nuovi, fedeli e onesti burocrati, tecnicamente preparati, ma privi di una precisa identità politica». Dunque «gerarchi non pericolosi» ma piuttosto tali da offrire un’immagine di «maggiore coesione interna». Immagine che avrebbe dovuto rafforzare Mussolini nel confronto personale con Hitler». Perché? Il Duce «si rendeva conto che le sorti della guerra cominciavano a volgere al peggio per le forze dell’Asse non solo in Africa ma anche in Russia». Oltretutto Mussolini capiva che lo sbarco angloamericano in Nord Africa e la conquista della regione «non erano fini a sé stessi ma rappresentavano la prima fase dell’attacco con il successivo sbarco sul nostro territorio nazionale».
Esiste una lettera di Vittorio Emanuele ad Acquarone (1° giugno 1944) nella quale il sovrano sostiene che lui stesso «concretò sin dal 1° gennaio 1943 definitivamente la decisione di porre fine al regime fascista e di revocare il capo del governo». È probabile che si tratti di una retrodatazione dei propri intendimenti fatta per conquistare benemerenze presso gli Alleati nel momento in cui si accingevano a liberare Roma. In ogni caso, nota Cacace, da quell’inizio d’anno molte leve del potere sono affidate ad appartenenti alla massoneria.
Dal 1942 ad occuparsi di questo genere di trame era stato il capo della polizia Carmine Senise. Ciano descriverà Senise come «un napoletano intelligente e ignorante». Più sprezzante, il capo delle SS Heinrich Himmler lo definirà «inetto e corrotto». Fu Senise a vedersi assegnare – quasi per via ufficiale (dal duca d’Acquarone) – il compito di «studiare le prime misure da prendere in caso di un collasso del regime». Cosa che il capo della polizia fece a stretto contatto con Azolino Hazon, vicecomandante generale dei carabinieri.
Poi, sempre nel 1942, il ministro degli Esteri Ciano fu «discretamente incoraggiato» da Vittorio Emanuele III «a tener caro qualsiasi filo» che potesse «venir riannodato» (pur «se esile come la tela di ragno») con Washington e Londra «per arrivare alla fine delle ostilità». Nel luglio di quello stesso anno, Grandi otteneva da Mussolini l’autorizzazione ad andare in Spagna (con il pretesto di partecipare ad un convegno giuridico) così da poter incontrare un suo vecchio amico, l’ambasciatore inglese sir Samuel Hoare. Scopo reale del viaggio, quello di sondare Hoare circa la possibilità di giungere ad un accordo separato con l’Inghilterra. Persino Mussolini «cospirò» in vista di una possibile uscita dell’Italia dal conflitto. Dopodiché sia il sovrano che Mussolini frenarono quel genere di iniziative, nella preoccupazione di essere scoperti dai nazisti. I quali in effetti sapevano quasi tutto, tant’è che la Gestapo si vantò con il Führer di aver sventato un golpe di Ciano, Grandi e del principe di Piemonte. Furono probabilmente queste «scoperte» dei servizi segreti tedeschi che indussero Mussolini a liberarsi dei ministri più importanti ormai coinvolti in mille trame (alcune anche su suo impulso) e procedere al rimpasto del 5 febbraio 1943.

Questo sisma sotterraneo si era messo in moto fin dalla ratifica del patto d’acciaio tra l’Italia e la Germania hitleriana (22 maggio 1939). La cosa era finita addirittura sulla stampa straniera. Il 10 ottobre di quello stesso anno – a guerra appena iniziata – il giornalista statunitense Frank Stevens su un giornale di Bogotà aveva accennato a una «congiura delle barbette» che in Italia avrebbe coinvolto Grandi, Balbo, De Bono e il principe Umberto in un piano per sostituire Mussolini con Badoglio. Piano che sarebbe andato in fumo per le resistenze di Pio XII.
Nel marzo del 1940, quattro mesi prima che l’Italia entrasse in guerra, Ciano fu coinvolto in un nuovo complotto ordito, stavolta, dal duca d’Acquarone (per conto del re). Il marito di Edda Mussolini avrebbe spodestato il suocero e si sarebbe messo alla guida di un gabinetto composto da «gerarchi moderati». Gerarchi moderati che, a loro volta, avrebbero dovuto pretendere la convocazione del Gran Consiglio e in quella sede sfiduciare il Duce (più o meno il copione del 25 luglio). Ma Ciano non volle farsi parte attiva del progetto e il re in quell’occasione capì che non era lui l’uomo su cui poteva contare in vista di un colpo di Stato. Nei mesi successivi, però, Vittorio Emanuele non smise di predisporre scenari di sostituzione del capo del governo; ma fece leva piuttosto su massoneria ed esercito. La massoneria da questo momento assume un ruolo sempre maggiore, in particolare per quel che attiene ai rapporti con il Regno Unito.
In ogni caso Ciano conserva una parte di rilievo, ancorché laterale, in questa intricata vicenda. Poco prima di essere rimosso da ministro degli Esteri, convince il Duce a licenziare Ugo Cavallero (da lui definito «un lestofante asservito ai tedeschi») e a nominare al suo posto come capo di stato maggiore il generale Ambrosio che porta con sé i generali Giuseppe Castellano e Giacomo Carboni (ex capo dei servizi segreti). Cavallero – che verrà imprigionato dopo il 25 luglio e morirà a seguito di uno stranissimo suicidio il 14 settembre mentre era nelle mani dei tedeschi – lascerà scritto in un memoriale (frutto delle dichiarazioni da lui rese, quando era prigioniero a Forte Boccea, al generale Giacomo Carboni) di aver ordito nei primi giorni del 1943 un colpo di Stato contro Mussolini. Secondo il memoriale sarebbero stati coinvolti in questa iniziativa il principe Umberto e Roberto Farinacci.
In un primo momento a corte si era pensato di sostituire Mussolini con il maresciallo Enrico Caviglia. Ma secondo la valutazione di Mussolini – riportata nei Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac (il Mulino) – Vittorio Emanuele III non si fidava dell’anziano maresciallo né, completamente, della massoneria. Il generale Paolo Puntoni aiutante di campo del re riferisce – nel libro Parla Vittorio Emanuele III(Palazzi) – che Vittorio Emanuele, una volta scartato Ciano, punta subito sull’uomo in divisa. È il «complotto dei militari».

Badoglio è il candidato principe dei congiurati che fanno capo ad Ambrosio e Castellano (cervello della cospirazione). Secondo Bastianini, Castellano si era addirittura offerto di farsi ricevere da Mussolini e di ucciderlo su due piedi a Palazzo Venezia. Aveva già fissato la data (il 27 luglio, due giorni dopo la seduta del Gran Consiglio), nell’eventualità che il piano cospirativo fosse andato a monte. E Vittorio Emanuele, informato del progetto, aveva fatto pressione sui congiurati perché adottassero soluzioni meno traumatiche. 
In ogni caso nei mesi che precedono il 25 luglio, Badoglio si muove autonomamente. Con l’aiuto di Maria José in aprile incontra il cattolico Giuseppe Spataro e Ivanoe Bonomi. Il maresciallo si mostra oltremodo cauto. Non si fida. Già nel 1938, del resto, la moglie di Umberto lo aveva convocato segretamente nel castello di Racconigi per proporgli un bizzarro colpo di Stato che avrebbe dovuto portare all’arresto di Mussolini, all’abdicazione di Vittorio Emanuele III, alla rinunzia al trono del principe Umberto in favore del figlio con una reggenza della stessa Maria José. Il tutto avrebbe avuto come punto di riferimento un governo guidato dall’avvocato milanese Carlo Aphel, legale di fiducia degli Agnelli. Umberto, ovviamente, non aveva preso parte all’imbarazzante esposizione del progetto di sua moglie. E Badoglio aveva lasciato cadere.

dopodiché la principessa di Piemonte non si era data pace. Con l’aiuto della marchesa Giuliana Benzoni e della dama di compagnia Sofia Jaccarino Rochefort, aveva preso contatti con ogni genere di antifascisti: i liberali Einaudi, Bergamini, De Nicola (Benedetto Croce lo aveva già conosciuto dieci anni prima, presentatole da Umberto Zanotti Bianco); il filosofo crociano Carlo Antoni che teneva i contatti con l’azionista Federico Comandini; lo scrittore Umberto Morra di Lavriano; il diplomatico Massimiliano (Max) Majnoni d’Intignano, rappresentante a Roma della Comit di Raffaele Mattioli. Majnoni però aveva in spregio gli azionisti («poveri mazziniani da strapazzo»), Ugo La Malfa («un siculo cerebrale, argomentante a vuoto»), mentre apprezzava esplicitamente i comunisti («gente seria»). 
Il ministro della Real Casa, Acquarone, per parte sua, esortava a non darsi cura degli antifascisti: «Sono quattro gatti… sono dei rammolliti e non hanno che un solo desiderio, quello di prendere il governo, dopo di che il Paese verrà gettato nel caos». «Io ne ho visto qualcuno», aggiungeva il rappresentante del re, «e mi ha fatto un’impressione disastrosa». Colpisce la quantità di personaggi impegnati a progettare la destituzione di Mussolini e un cambio di alleanze, cioè una rottura con la Germania nazista accompagnata da un passaggio dalla parte degli Alleati. Tra questi spiccano il generale Gustavo Pesenti (che, tempo prima, aveva proposto ad Amedeo d’Aosta di passare armi e bagagli con gli inglesi); l’antifascista Adriano Olivetti (nome di copertura «Brown»). E molti altri.
Questo spiega perché il re fu, fino all’ultimo, diffidente. Anche nei confronti di Badoglio. Troppi orditi, troppe trame. A smuoverlo, secondo Puntoni, fu un colloquio (13 marzo 1943) con Ambrosio allorché il generale gli disse, sempre secondo Puntoni, che sarebbe stato «opportuno costringere il Duce a ritirarsi per lasciare il posto ad uomini nuovi» e che per lui «l’uomo nuovo» era Badoglio. Poi, il 5 luglio, quando parlando a Puntoni dell’alternativa che si poneva tra Caviglia e Badoglio Vittorio Emanuele III sostenne che un «avvento al potere» del primo avrebbe significato «un deciso ritorno alla massoneria e un conseguente avvicinamento agli angloamericani». Strano, osserva Cacace, dal momento che «se c’è un personaggio che può essere considerato vicino alle logge massoniche» questi non era certo Caviglia, ma proprio Badoglio. È probabile che il re si sia lasciato sfuggire quell’accenno per sviare il suo interlocutore nel momento in cui gli annunciava di aver optato per Badoglio.