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 2021  giugno 10 Giovedì calendario


Il calcio scritto in campo

Scrivere di calcio non è affatto facile. Bisogna dribblare gli stereotipi, fare la barba al palo della banalità, evitare il tiro telefonato della frase fatta. In molti hanno provato, in pochi sono riusciti a trasmettere la poesia e la prosa del gioco più amato al mondo. Solo gli eletti sono riusciti a cogliere l’anima del football, la calamita che ci costringe a seguire tutte le partite della nostra squadra, ovunque vada, anche nei campetti più improbabili, se si è tifosi di una squadra di provincia, come, per fare un esempio, la Cremonese.
Vediamo i classici italiani del genere, in rapida sintesi. In corsa per lo scudetto abbiamo Giovanni Arpino (Azzurro tenebra, un capolavoro), Manlio Cancogni (Il mister), Umberto Saba (con la mirabile poesia Goal). Allenatore-giocatore Pier Paolo Pasolini, agile ala sinistra, soprannominato Stukas, come i bombardieri della Wehrmacht. Pasolini era un autentico appassionato, in particolare del Bologna. Tre aneddoti. Primo. Pasolini risponde alla domanda: chi è il miglior poeta dell’anno? «Il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell’anno». Secondo. Pasolini gioca contro le vecchie glorie del Bologna e va a chiedere umilmente l’autografo ad Amedeo Biavati, il mago del doppio passo (non è Ronaldo, come credono tutti). Terzo. Pasolini rimane così colpito da Giacomo Bulgarelli da volerlo nel cast di un film. Alfredo Bini, produttore cinematografico: «Pier Paolo ma cosa ce ne facciamo di Bulgarelli?». Pasolini: «Un genio fa sempre comodo sul set».
Gianni Brera non fu un narratore in senso stretto ma resta il «padre» di gran parte della narrativa calcistica. Non per caso Umberto Eco lo accostò a Carlo Emilio Gadda: «gaddismo spiegato al popolo». Brera non la prese bene: «Carletto Emilio è uscito col Pasticciaccio quando el Gioânn scriveva cronacazze muscolari da venti anni. El por Gioânn non ha mai preteso di far letteratura. Se ha dovuto inventarsi un linguaggio, non già una lingua – scherzèm minga -, lo ha fatto perché non esisteva». Brera coniò una montagna di espressioni entrate nel lessico comune: palla-gol, melina, pretattica, contropiede, rifinitura, incornare, goleador. Già che c’era, per ridere ma anche un po’ sul serio, inventò il termine «Padania» che piacque moltissimo a Umberto Bossi.
Gianni Brera fu grande sponsor di Luciano Bianciardi. Fu el Gioânn, in veste di direttore, a volere lo scrittore toscano sulle colonne del Guerin Sportivo. Bianciardi, oltre che tifoso della Fiorentina, era spirito libero e originale. Sapeva come sorprendere il lettore. Tutto questo a Brera piaceva molto. Così, sul Guerin Sportivo, possiamo leggere il racconto Il secondo Risorgimento del cavalier Facchetti, cronaca dell’orgoglio ritrovato dagli italiani dopo la vittoria dei mondiali di Messico 1970: «L’Italia risorgeva da cento e cinquanta anni di inazione e viltà». Dopo i secoli «di Michelangelo e quelli di Mameli, stavano per spuntare i secoli di Facchetti». Giacinto Facchetti, grande terzino e capitano della nazionale. Peccato che, nella realtà, l’Italia fu sconfitta 4 a 1 dal Brasile di Pelè e quindi il secondo Risorgimento sia soltanto un’orgia di retorica (viene da chiedersi: come il primo?). In effetti un altro racconto, su un tema carissimo allo scrittore, insinua il sospetto che le Cinque Giornate di Milano non sarebbero mai avvenute in caso di sfortunata coincidenza con il derby cittadino (C’è il derby a San Siro niente Cinque Giornate). È un modo esilarante per affermare, senza noiose tirate sociologiche, che il calcio e lo sport in generale hanno una importanza tale da poter modificare il corso della storia. D’altronde, la vittoria di Gino Bartali al Tour de France aveva evitato lo scoppio di una guerra civile subito dopo l’attentato a Palmiro Togliatti...
Sul Guerin Sportivo, Bianciardi era un battitore libero, con licenza, se non obbligo, di ironia, cosa che non veniva difficile al caustico autore de La vita agra e Il lavoro culturale. Ma el Gioânn decise di affidargli la rubrica delle lettere. Bianciardi risponde. Gol a porta vuota. Bianciardi si scatena. Tra i mittenti ci sono tanti lettori comuni ma anche Adriano Celentano, Vittorio Gassman, Gino Paoli e Carmelo Bene (Bianciardi: «Pace e Bene, Carmelo») che interpellano lo scrittore sullo scibile umano, dal miglior portiere della serie A, fino ai motivi per cui in Italia non ci sarà mai una rivoluzione socialista, passando attraverso le ragioni per cui al pugile Carlos Monzón non piacciono i romanzi di Carlo Cassola.
La collaborazione col Guerin Sportivo inizia il 28 settembre del 1970 e termina con la sua morte. L’ultimo articolo è datato 15 novembre 1971, Bianciardi è morto il giorno prima. Umanamente, è un Bianciardi solitario, in grave difficoltà a causa dell’alcol. Ma il piglio del fuoriclasse, quando scrive, non gli manca mai.
Una selezione degli articoli e delle rubriche di Bianciardi esce ora per Gog edizioni: Potevo fare il trequartista. (pagg. 138, euro 14). È un gioiellino, grazie a una scelta accurata e divertente.
Se volete integrare c’è Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa, 2006) con la nazionale di calcio degli scrittori: «Il mediano di spinta sarà Alberto Moravia, che spinge i suoi libri con una possa inesauribile. Centrocampista, con la maglia numero 7, cioè travestito da ala, Alberto Arbasino. Felicissimo nei travestimenti. All’attacco, punta avanzata, con la maglia numero 11, Giuseppe Berto, che somiglia molto al Riva messicano». Bianciardi si riservava la maglia numero 8, mediano di fatica. A Gian Carlo Fusco la 10, «che ha una fidanzata del ’10. Voglio dire, nata nel 1910, dopo Cristo».