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 2021  giugno 10 Giovedì calendario


Tutti gli errori nei verbali del Comitato tecnico scientifico (dal 22 gennaio al 21 febbraio 2020)

Errori, sottovalutazioni, leggerezze, colpe, negligenze, mancati tracciamenti. Nei verbali del Comitato tecnico scientifico dal periodo 22 gennaio al 21 febbraio 2020 desecretati ieri sul sito del ministero della Salute solo dopo l’ordine arrivato al ministro Roberto Speranza dal Tar (grazie al ricorso del deputato Fdi Galeazzo Bignami) la verità sui giorni più bui del Covid finalmente, lentamente, sta venendo a galla. È l’ultimo tassello dell’operazione di trasparenza portata avanti da un anno a questa parte anche dal team di legali dei familiari di alcune delle vittime del Coronavirus nella Bergamasca.
I BUCHI NERI
Non c’era alcun protocollo per l’accesso agli ospedali. I tempi di incubazione del virus erano stimati in 12-14 giorni, ma il Cts decise di non dover fare tamponi agli asintomatici, banalmente perché era difficile (e costoso) trovare i reagenti necessari, e anche perché per l’Oms tracciare i sintomatici era inutile, invece erano la punta dell’iceberg. Per lo Spallanzani «il virus è verosimile si attenui nelle prossime settimane». Il tracciamento di chi veniva dall’estero era affidato ai termoscanner negli aeroporti, considerati dal Cts «efficaci al 43%», ma in realtà si sapeva dal 2005 che l’Oms li aveva bocciati. Nessuno sapeva con certezza quanti posti letto ci fossero nei nostri ospedali («bisogna fare una ricognizione», sottolinea il vice ministro Pierpaolo Sileri). Insomma, dalla lettura di questi documenti, a distanza di oltre un anno, a uscirne malissimo sono diversi dirigenti del Cts e dello stesso ministero della Sanità. Con responsabilità penali e politiche da chiarire nelle sedi giuste ma abbastanza evidenti, legate in gran parte all’assenza di un vero piano pandemico. «È messo per iscritto che il ministero della Salute sapeva che un piano pandemico aggiornato rappresentasse la prima medicina al Covid – dice al Giornale Robert Lingard, consulente del team guidato da Consuelo Locati – ma quel piano del 2006 era invece inutilizzabile, carta straccia costata la vita di 130mila italiani». Il piano non è solo un documento ma prevede una serie di obblighi che vanno verificati puntualmente. Tanto che il 16 febbraio il direttore dell’Ufficio di prevenzione del ministero della Salute Francesco Paolo Maraglino dice che il piano del 2009 va riscritto, a conferma di ciò che dissero gli Usa, come dimostrano i cablogrammi pubblicati da Fabrizio Gatti sull’Espresso nei giorni scorsi. Il 18 febbraio lo stesso Maraglino annuncerà «il tavolo di lavoro per l’aggiornamento del piano». Che è come pianificare le uscite anti-incendio mentre si è in mezzo alle fiamme.
IL PASTICCIO MASCHERINE
Le mascherine e i dispositivi di protezione sono diventati subito un caso. L’Italia ne era sprovvista eppure il 15 febbraio 18 tonnellate di materiale medico-sanitario di protezione personale parte in direzione della Cina. Negli stessi giorni emerge che sulle mascherine «non arrivano celermente informazioni», si favoleggia di ditte che hanno in stock «circa 800mila mascherine chirurgiche e prevede di averne altre 400mila in dieci giorni», ma la verità è che si navigava a vista mentre Speranza insisteva sulla necessita di «promuovere iniziative di sostegno umanitario» per titillare l’alleato cinese del governo giallorosso.
«RISCHIO BASSO»
Per il segretario generale del ministero della Salute l’11 febbraio è tutto ok. «Si ritiene la mappatura sufficiente rispetto a uno scenario con bassa gravità, anche se in assenza di dati certi sulla trasmissibilità è difficile fare stime».
LA DIFFUSIONE DEL VIRUS
Il 6 febbraio il Cts sosteneva – a torto – che l’Italia fosse tranquilla. Per l’Iss, che peraltro suggeriva di implementare i posti di terapia intensiva «nell’eventualità di un’epidemia», nel nostro Paese «non c’è trasmissione del virus prima della comparsa dei sintomi». Ma sul tracciamento dei contagiati c’è troppa sufficienza. L’8 febbraio si parla di due turisti di Taiwan positivi al virus che sono passati dall’Italia. Bisognava chiudere tutto allora, invece dai verbali si capisce che nessuno sa dove si siano contagiati, escludendo di fatto che il coronavirus fosse già da noi. Ma su quali basi? «Gli unici tre casi accertati sono ricoverati in isolamento allo Spallanzani», confermò il presidente Iss Silvio Brusaferro il 14 febbraio. Qualche giorno prima invece, il 9 febbraio, l’allora direttore Dipartimento Malattie infettive dell’Iss Giovanni Rezza nutriva i primi dubbi sul reale tracciamento dei contagi fuori dalla Cina. Si parla della nave Diamond Princess – ormeggiata nel porto di Yokohama con seimila persone a bordo – messa in quarantena da Tokyo per qualche caso di positività. Nel Cts si discute su quanto costi: «Considerando i problemi organizzativi in termini di costo-beneficio i cinesi hanno escluso tale possibilità, concludendo che conviene tenere tutti i passeggeri a bordo, tenuto conto delle incertezze sulla procedura eseguita».
Anche su come muoversi negli ospedali non c’è omogeneità, denuncia il generale Adelmo Lusi, che non viene ascoltato. Per Brusaferro basta il disinfettante, «che anche in terapia intensiva è estremamente efficace per abbattere la carica virale». Il virus intanto corre, e nessuno fa niente per fermarlo, anzi siccome in Cina riaprono le fabbriche l’11 febbraio l’Iss sostiene che «questo è il segnale dell’attenuazione della sorveglianza».
È solo il 21 febbraio, quando c’è il primo positivo a Codogno, che Speranza si sveglia: «È molto importante adottare misure precauzionali più severe per evitare che il virus si diffonda, la capacità di contenimento è decisiva nelle prime ore». Ma dal 9 febbraio sono passati 12 giorni. È troppo tardi...