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 2021  giugno 10 Giovedì calendario


Anna Foglietta interpreta Franca Rampi. Intervista

Una spiaggia, la radio suona Per Elisa, un ragazzino fa castelli di sabbia. Il padre lo osserva, dice alla moglie «vuoi vedere che ci diventa architetto». Ma il destino, per quel bambino, ha in serbo altro. Morirà dopo essere caduto in un pozzo artesiano a poca distanza da casa.
Aveva 6 anni. Il suo nome, Alfredo Rampi, è quello di una tragedia che da quarant’anni appartiene alla nostra memoria.
Alfredino — Una storia italiana è la miniserie in onda il 21 e 28 giugno su Sky Cinema e in streaming su Now. Regia di Marco Pontecorvo, scritta da Barbara Petronio e Francesco Balletta, è una produzione Sky Original con Lotus.
Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi cade in una cavità sotterranea in campagna, lungo la via di Vermicino, il paese in cui vive, a pochi chilometri da Roma. I tentativi di salvataggio, vani, vanno avanti per tre giorni. Una diretta tv segue le ultime 18 ore. La miniserie ripercorre quei giorni «cercando di uscire dalla pura cronaca — spiega Pontecorvo — e di scavare negli animi dei personaggi». Luca Angeletti è Ferdinando, il padre di Alfredo, Massimo Dapporto il presidente Pertini; nel cast — tra gli altri — Francesco Acquaroli, Vinicio Marchioni, Giacomo Ferrara. Anna Foglietta interpreta Franca Rampi, la madre.
In che modo si trasferisce sullo schermo un dolore di quella portata, realmente vissuto?
«Immaginando che non sia mai esistito. Mi sono detta: se continuo a pensare alla signora Franca come a una persona reale, e a quella tragedia come davvero accaduta, vado al manicomio. Ho fatto uno sforzo, è stata dura».
Ha incontrato la signora Rampi?
«No, ho rispettato la volontà di riserbo della famiglia, la loro grande dignità. Ho parlato con i responsabili del Centro Alfredo Rampi, persone eccezionali che sono al loro fianco da decenni, mi hanno fornito gli elementi necessari a puntellare il personaggio. Il ricordo che tutti hanno è di una donna che ha mantenuto dignità e pragmatismo nel suo momento più tragico. E in maniera non convenzionale.
Venne giudicata perché non soffriva nel modo in cui l’iconografia della madre imponeva di fare ma reagiva, voleva essere utile, a disposizione dei soccorritori. Ha avuto rari attimi di fragilità, io mi sarei lasciata andare. È rimasto tutto dentro, nascosto in uno scrigno chissà dove nel corpo di questa donna».
Fu criticata perché si cambiò d’abito, mangiò un gelato…
«Se non lo avesse fatto, non avrebbe recuperato le forze necessarie. Si sarebbe ammalata. L’aiuto che le hanno dato, anche con un ghiacciolo, è stato fortificante. È facile giudicare. Sta per svenire, le danno un gelato e qualcuno dice “ha il figlio nel pozzo e pensa a mangiare”. Che violenza, che crudeltà, che mancanza di empatia. Un circo infernale di anime brutte. Il film mostra questi aspetti, quel che abbiamo evitato è l’obiettivo sul pozzo, sul bambino lì dentro. Cos’è accaduto lo sappiamo, si voleva sottolineare il tentativo di aiuto, enorme e umano, da parte di tutti. E anche l’elemento pornografico, quella morbosità impossibile da condividere ma che oggi viviamo in tante trasmissioni tv».
Lei ha tre figli. Quanto ha influito, emotivamente, essere madre?
«La maternità amplifica le sensazioni, nel bene e nel male.
Non a caso ho creato una onlus che si chiama “Every child is my child”: ogni bambino che soffre è come se fosse figlio tuo».
Perché raccontare in tv questa storia proprio adesso, dopo quarant’anni?
«Forse perché i genitori di Alfredo sono persone in là con gli anni, più avanti sarebbe potuta finire in altre mani, chissà, invece hanno potuto esprimere il loro parere. Si sono convinti che fosse il progetto giusto perché pone l’accento sul risvolto positivo: dopo la morte di Alfredo è stato creato il Centro Rampi che ha accelerato le operazioni per la nascita della Protezione civile. In questo modo Franca ha onorato la memoria di suo figlio senza mai parlare di un dolore che era solo suo. In quei giorni gli interventi fallirono non per colpa dei singoli ma perché mancava un coordinamento dell’emergenza.
Quel che venne dopo, l’incontro con Pertini, l’idea di una struttura ad hoc, è stata l’opportunità per elaborare un trauma collettivo.
Con questa chiave di lettura si dà un senso a quel dolore. Il sacrificio umano si accetta se porta a qualcosa di universalmente riconosciuto. Quanto al resto, Alfredino lasciamolo lì, in pace».