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 2021  giugno 10 Giovedì calendario


Garrone, i fratelli eroi dell’Italia

Caddero dopo la disfatta di Caporetto, combattendo sul Monte Grappa. Pinotto e Eugenio Garrone, entrambi allievi di Francesco Ruffini, l’uno magistrato, l’altro funzionario al ministero della Pubblica Istruzione. Medaglie d’oro al Valor Militare, lasceranno un testamento epistolare via via riproposto. Lo mediterà innanzitutto Alfonso Omodeo, lo storico della “libertà liberatrice”, in Momenti della vita di guerra, salutando in loro “due dioscuri alpini”, interpreti della “tradizione mazziniano-garibaldina d’Italia” in trincea.
Ai due eroi-antieroi dedica una mostra Vercelli, loro città natale, Giuseppe (familiarmente detto Pinotto) nel 1886 e Eugenio nel 1888 ( Da una vita all’altra. I fratelli Garrone: eredità di affetti e di ideali dal fronte della Grande Guerra, Museo Leone, dal 12 giugno al 31 ottobre, a cura di Chiara Maraghini Garrone e Luca Brusotto, catalogo Effedì edizioni, con un saggio di Paolo Borgna).
A dispiegarsi è l’album fotografico di una famiglia dell’Italia civile. Pinotto ed Eugenio sono gli zii di Alessandro, magistrato e storico; Carlo, magistrato e avvocato, nello studio che fu di Dante Livio Bianco, un’icona di Giustizia e Libertà; Virginia, professoressa e scrittrice, ogni suo libro debitore del titolo a Dante, a cominciare da Se mai torni (“a veder lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina”). Erano i tre figli di Luigi Galante, latinista insigne, che annoverò tra i suoi allievi un giovine prodigioso, Piero Gobetti. (Negli anni Venti, grazie a un decreto, i Galante e i Garrone costituiranno un unico cognome).Insegnante (nel liceo di Vercelli) lo stesso padre delle Medaglie d’Oro. Una dinastia di docenti, i Galante Garrone. I professori a cui Jemolo voleva riservare un gran posto nella storia della borghesia italiana dell’Ottocento che non riuscì a scrivere: «Mi piace ricordare come i due fratelli fossero figli di un preside e cognati di un professore poi preside di scuola secondaria; mi piace ricordarlo, perché in quella storia dell’Ottocento darei proprio un gran posto, forse il primo, a quelli che furono i professori di scuole secondarie: alla rinfusa, ricordo che appartennero a questa categoria Luigi Einaudi, Piero Martinetti, Augusto Monti, Dino Provenzal, tutta una fitta schiera di allievi di Carducci, come Manara Valgimigli; quanta dignità, quanto culto del rispetto che l’uomo deve a se stesso, della dignità di ogni essere umano, era in tutti loro».
Tra luce e lutto si svolge la saga dei Galante Garrone, ruotante intorno alla vercellese casa avita dell’Omino di ferro, in contrada di Santa Caterina, di fronte al monastero di Santa Chiara. L’esposizione nel Corridoio delle Cinquecentine è una lanterna magica che proietta il morale mondo di ieri: partecipazioni di nozze, fanciulle in fiore, vacanze (nella Monterosso montaliana), passeggiate montane, soldati in marcia, busti bronzei, lapidi in onore, copertine di libri, come Ascensione eroica, la prima edizione, 1919, dell’epistolario di Giuseppe ed Eugenio, sorridenti in un’istantanea dell’autunno 1917… Alfieri, i fratelli Garrone, dell’interventismo democratico, impermeabile al nazionalismo e al fascismo che covava nelle «viscere della guerra», come profetizzò Turati, alle viste il «nazionalfascismo» di salvatorelliana memoria. Non impulsiva la loro fede irredentista, “sempre mediata da motivi ideali”, come osservò Omodeo, che “si giustificava in un’aspirazione a una migliore giustizia fra gli uomini di più elevata civiltà”.
Sulla tradotta i fratelli Garrone salirono come volontari (erano stati riformati), verso una guerra non di popolo, ma combattuta dal popolo. Come il Risorgimento (che andavano a perfezionare fino al sacrificio di sé), ma diversamente dalla Resistenza. A cui Alessandro Galante Garrone (che con la sorella Virginia curò un’edizione di Lettere e diari di guerra degli zii ) non riconoscerà il titolo di secondo Risorgimento: «È finito per diventare una formula retorica che annebbia la visione della realtà. C’è bisogno di dire che, a chi guardi oggi con occhi di storico, fondamentale appare il divario fra Risorgimento e Resistenza? Questa fu, a differenza di quello, un moto di popolo, una guerra di popolo».
Ascensioni eroiche, le vite dei fratelli Garrone. Dove l’eroismo mai si confonde con il beau geste, con l’ostentazione, con il superomismo. Bensì risalta come un carattere del piemontese. Tra le sue massime, ricorderà Norberto Bobbio, «Fa ël tò dover e chërpa», che è la traduzione volgare del kantiano imperativo categorico «Fa’ quel che devi, avvenga quel che può».Un capitolo – a proposito di purezza, di volontà inesorabile, di fedeltà alla legge interiore, di impermeabilità all’enfasi – del gobettiano «Risorgimento senza eroi».