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 2021  giugno 10 Giovedì calendario


Parla Antonio Conte

Conte is back. Antonio Conte è tornato a Milano. Una tappa veloce – complice la seconda vaccinazione fatta ieri mattina – dopo una prima porzione di vacanze a Ibiza. Un break necessario, lontano da tutto e tutti, per scaricare tensioni e tossine dopo la dolorosa separazione dall’Inter. Anche se le ultime due settimane non sono passate solo in famiglia tra sole, bagni e cene con amici, perché è bastato che un allenatore-manager del suo livello, al quinto scudetto in sette anni, tornasse libero per scatenare l’interesse e far avviare trattative ai club ancora a caccia di un top coach. Proposte che non lo hanno convinto. 
Conte come è stato sbarcare a Milano non più da allenatore interista?
«Una sensazione particolare, non posso negarlo. Fino a pochi giorni fa stavamo festeggiando lo scudetto. Ma il velo di tristezza e di malinconia è stato immediatamente sostituito dalla enorme soddisfazione di incontrare tanti tifosi che per strada mi dimostrano affetto, stima e gratitudine: il loro dispiacere e quel “grazie mister” che mi viene continuamente rivolto, vale per me quanto uno scudetto. È la consapevolezza della gente di cosa è stato fatto, di quanto impegno e dedizione ho messo in questi anni, dell’enorme lavoro svolto insieme per riportare club, squadra e tifosi dove meritavano di stare. Ho dato davvero tutto, la gente lo sa...».
Però un simbolo interista come Massimo Moratti, in un incontro con il Fatto Quotidiano, nel suo addio ha visto una mancanza di attaccamento. 
«Non nego di essere rimasto sorpreso e amareggiato nel leggere quelle parole di Moratti, un uomo elegante, intelligente e appassionato, che con la sua famiglia rappresenta la storia dell’Inter e ne conosce ancora oggi tutte le dinamiche e i risvolti. Ma ci siamo sentiti al telefono e il presidente si è scusato per quelle frasi che non rappresentavano il suo reale pensiero. Chiunque mi conosca, non solo lui, sa quale attaccamento ho sempre avuto per i colori che ho rappresentato, a cui do la mia totale dedizione, anima e corpo. Ovunque sia stato ho costruito gruppi che hanno vinto, gettando un solco importante per il futuro. C’è chi lascia squadre spremute, con campioni che hanno dato tutto e non ne hanno più. Io ho sempre lasciato nella mia carriera squadre con giocatori giovani, migliorati e valorizzati. Gruppi unitissimi con la mentalità vincente. Che non si acquista al mercato, ma è figlia di un lavoro certosino, quotidiano, curando i minimi particolari, senza mollare mai, ognuno nel suo ruolo ma per il bene comune, perché è la somma dei particolari che alla fine farà la differenza. Io scherzando ma non troppo dico che le vittorie stanno anche nei prati tagliati bene dei campi di allenamento».
La famosa ossessione per la vittoria di Conte.
«Dovrebbe essere un vanto e un complimento, ma su questa etichetta c’è pure chi ci gioca adombrando una negatività che non esiste. Vede, sin da piccolo tutto ciò che ho avuto l’ho costruito attraverso il lavoro, le conoscenze, il sacrificio e la passione. Che non significa non saper anche allentare e sorridere. Ma i risultati arrivano attraverso quelle caratteristiche che le ho elencato. Chi lavora in un top club, in qualsiasi ruolo, deve dare il massimo sempre e meritarselo. Siamo dei privilegiati, guadagniamo tanto, abbiamo il dovere di essere delle eccellenze: io sono esigente prima di tutto con me stesso e poi con gli altri. Non gioco per partecipare, gioco per vincere. Mi chiamano per questo. Da me pretendono tutti la vittoria e non mi fanno sconti. I giudizi cambiano se ci sono io in panchina. Lo accetto, so di avere questa responsabilità, ma credo di aver dimostrato di sapere anche come si arriva alle vittorie. Vincere è maledettamente complicato e ripetersi lo è ancora di più. Io non ho mai preteso squadre che potessero vincere con la pipa in bocca, perché neanche esistono, io le ho quasi sempre costruite accettando però progetti che avessero quel percorso e quella ambizione. Devo vedere la luce in fondo al tunnel, anche fioca ma devo vederla e sapere che tutti faranno il massimo per renderla sempre più vicina e accecante fino a raggiungerla. Per non mollarla più». 
Ma è vero che lei stressa talmente l’ambiente intorno che non può durare a lungo?
«Sarebbe troppo facile risponderle con un semplice no. O magari rilanciare dicendo che chi si sente stressato a questi livelli, solo perché è chiamato a dare il massimo nel suo ruolo, forse si è seduto o certi livelli non li merita. Non voglio fare il populista, ma lasciamo lo stress a chi deve portare il pane a casa e non ce la fa. Prima le ho confessato la soddisfazione che provo quando i tifosi per strada mi dicono “grazie mister”, beh è pari a quella che mi dimostrano i miei giocatori quando ci lasciamo, sia quelli che sono stati protagonisti in campo sia quelli che magari hanno giocato poco ma sentono di essere cresciuti e migliorati. È stressare l’ambiente questo?».
Lei guadagna tanto...
«E molto di più faccio guadagnare». 
Aspetti, non avevo finito la domanda. Dicevo: lei guadagna tanto, sono cifre al passo con i tempi?
«Le cifre le fa il mercato, le fanno i risultati raggiunti, il lavoro svolto negli anni. Ma al di là di questo mi lasci dire che se il mio problema o la mia ossessione fossero i soldi, in passato sarei rimasto dov’ero. Avrei accettato dei compromessi e magari ottenuto dei rinnovi, facendo anche da ombrello dorato. E invece guardo ai progetti e sono disposto a stare a casa se non mi convincono. È una questione di visione, serietà, onestà intellettuale e principi cui non derogo».
In alcune proposte che non l’hanno pienamente convinta cos’è mancato, quel famoso 1% di possibilità di vincere iniziale su cui lei comincia a costruire il percorso? 
«In generale a me le sfide piacciono e ho dimostrato di averne sempre accettate tante, perché anche i grandi club che ho avuto non partivano mai da favoriti quando li ho presi. Ma se c’è qualcosa che non mi convince preferisco non accettare o non continuare, al di là di qualsiasi ingaggio proposto o lasciato». 
Dopo l’ultima giornata di campionato all’Inter si diceva: siamo all’inizio di un percorso vincente e cerchiamo la seconda stella. Dopo il suo addio l’obiettivo realistico è confermarsi in zona Champions. Grande considerazione nei suoi confronti o cosa?
«Questo non deve chiederlo a me...».
Le giro la domanda. Il campionato è appena finito, il mercato ancora non ha fatto registrare colpi, ma bookmakers e società di scommesse dopo il suo addio e l’arrivo di Allegri alla Juve hanno capovolto il rapporto di forze e presentano i bianconeri come favoriti per il titolo. 
«Mi permetta la battuta, sta chiedendo al macellaio se la sua carne è buona... Ai bookmakers pare di sì (sorride, ndr)».
Secondo lei hanno influito le parole del presidente Zhang sulle necessità immediate del club? Alla Gazzetta tra le altre cose ha detto: «Conte è un vincente, ma avevamo idee diverse. Quello che non era fondamentale per lui, lo era per il club. E viceversa». 
«Posso solo dire che il mio progetto non è mai cambiato. Però non avrebbe senso parlare ora di queste cose. Non voglio entrare in alcuna polemica o questioni di mercato o altro. Rispetto il presidente Zhang, che ringrazio per avermi scelto, voglio bene all’Inter, alla squadra e ai tifosi, faccio un sincero in bocca al lupo a Simone Inzaghi che è un tecnico bravo, capace, ambizioso, e auguro a tutto il mondo nerazzurro i migliori successi». 
All’estero chi vince viene portato in palmo di mano, in Italia tendiamo sempre a trovare il lato oscuro.
«Una vecchia e cattiva abitudine. Le eccellenze prima le vogliamo e dopo un po’ tendiamo a volerle distruggere. Potrei fare tanti esempi anche in ambiti non sportivi ma non voglio allargare il campo. Tutti parlano, giudicano e puntano il dito. Forse perché la mediocrità avvicina tutti. Io invece la combatto e la rifiuto». 
Lei è stato l’ultimo c.t. azzurro a brillare in una competizione continentale. Parliamo di Europei?
«Molto volentieri».
Come giudica la nostra Nazionale e vede qualche assonanza con la sua?
«Quando si parte in una competizione così importante c’è sempre un giusto entusiasmo. Intorno a questa Nazionale ce ne è ancora di più rispetto alla mia in virtù anche dei 27 risultati consecutivi e delle tante ottime prestazioni. C’è autostima, fiducia e si inizia con il vento in poppa».
Ma questa lunghissima striscia di risultati può aver creato un eccesso di aspettative? 
«Io mi prenderei l’aspetto positivo di questi 27 risultati positivi: la sicurezza nei propri mezzi, la consapevolezza di essere bravi e di potersela giocare con tutti». 
Come giudica il lavoro di Mancini? 
«Roberto sta facendo un grandissimo lavoro, non lo dicono solo i risultati: è riuscito a creare un gruppo convinto, entusiasta, coeso. Un collettivo che ci crede e dà tutto. Non è semplice». 
Noi abbiamo certamente un’ottima squadra, alcuni avversari hanno qualche stella in più. 
«Parla con un allenatore che ha sempre puntato sul gruppo e sul collettivo imposta il proprio credo. Le vittorie arrivano sempre di squadra. È il gruppo che esalta l’individualità e il talento. Col solo fuoriclasse non vinci. A meno che non si chiami Pelè o Maradona, ma quelli erano extraterrestri».
Dove può arrivare questa Nazionale?
«Ci auguriamo il più lontano possibile, poi una volta superato il gruppo a gironi bisogna essere anche fortunati negli incroci. A quel punto può succedere di tutto».
C’è qualche individualità azzurra su cui si sente di scommettere?
«Ci sono singoli con qualità importanti. Ma ripeto il concetto precedente: se funziona il collettivo allora si esalta il talento. L’abilità di Insigne nel saltare l’uomo, gli strappi di Chiesa e Berardi, gli inserimenti di Barella, la forza dei centrali Bonucci e Chiellini che restano una garanzia, la reattività e lo strapotere atletico di Donnarumma uno dei tre migliori portieri al mondo». 
Come giudica il nostro girone?
«Nessuna partita te la porti da casa, ma si può essere ottimisti per quello che abbiamo fatto vedere finora».
Dopo un anno e mezzo di pandemia c’è tanta voglia di tornare alla normalità: ci saranno i tifosi sugli spalti.
«Questo Europeo itinerante è molto simbolico. Spero rappresenti attraverso lo sport una vera ripartenza per tutti i Paesi. So cosa ha significato giocare un anno e mezzo con il rimbombo della propria voce, nel deserto. Il calcio non è solo la partita di chi scende in campo, ma vive attraverso la passione e l’entusiasmo della gente».
In piedi davanti alla panchina, parte l’inno di Mameli: ci descrive cosa si prova in quel momento?
«Brividi assoluti e indimenticabili che tutt’ora sento sulla pelle se ci ripenso. Sai che rappresenti il Paese e lo senti soffiare dietro di te».
Ci sarà il suo amico Oriali accanto al Mancio.
«Mancini è a capo di tutto, ma è coadiuvato da un ottimo staff e da due figure eccezionali. Tutti sanno quanto stimi Oriali che ho avuto con me in Nazionale e nell’Inter. Il suo è un apporto fondamentale. E poi c’è Vialli che per tutto quello che è e rappresenta in questo momento è un esempio di forza, umanità, tenacia». 
Nostalgia della Nazionale? Il suo è stato un percorso interrotto sul più bello.
«Avevo deciso di lasciare, dicendolo, già a marzo-aprile prima degli Europei in Francia del 2016. Mi mancava il lavoro quotidiano sul campo e approdai al Chelsea. Ho bellissimi ricordi in azzurro e, come regola di vita, preferisco tenermi quelli e non avere rimpianti». 
Mettiamo in fila le favorite, oltre all’Italia? 
«In prima fila Francia e Germania. Subito dietro Belgio, Spagna, Portogallo e Inghilterra».
Si aspetta novità dal punto di vista tecnico tattico?
«Sinceramente no. Tutti ormai sono preparatissimi tatticamente. Alcune recenti novità sono già state assimilate da tutti: il portiere che gioca con i piedi, la costruzione dal basso, la pressione altissima. La differenza la farà l’identità di squadra e la capacità di abbinarla alla qualità dei giocatori».
Da Lukaku ad Eriksen, da Bonucci a Barella, da Kantè a Pogba... Questo Europeo è pieno di “suoi” giocatori. 
«Li seguirò tutti con grande piacere ed affetto. Devo ringraziarli, hanno accompagnato e reso migliore la mia carriera. Alcuni li ho avuti poco più che ragazzi e ora sono campioni affermati: lo vivo con grande soddisfazione». 
Vedrà partite dal vivo?
«Non credo, non è semplice spostarsi, ma seguirò tutte le partite in tv».
Un messaggio per gli azzurri?
«Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò».