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 2021  giugno 10 Giovedì calendario


Intervista a Vicent Candela

Un contadino (oggi) dai piedi da trequartista (ieri, anche l’altro ieri). Vincent Candela ha una tenuta, una fattoria ai Castelli, coltiva la terra, produce vino; è lo stesso che anni fa ha incantato Roma con il suo tocco raffinato, sui campi, altri campi, fino allo scudetto del 2001. Ha vinto un Mondiale (1998) e un Europeo con la Francia (2000). Giusto dire, non da protagonista? «Sì è corretto se si intende per il minutaggio. Ho giocato poco, c’è poco da fare». Ma? «Eh, ero un collante importante per lo spogliatoio, mai una polemica, mai una protesta, mai saltato una convocazione. Sempre a disposizione di tutti. Sono passati tanti anni, ancora sono amico di quei gruppi, da Henry a Zidane, da Vieira a Pires. Tutti, ci vediamo ancora».
Anche del suo nemico di ruolo Lizarazu?
«Lo sa che Bixente ha scritto un libro. Mi ha dedicato un paragrafo, ringraziandomi per come mi sono comportato e per quanto sia stato importante il mio ruolo. Mi ha fatto piacere. Pensi che quando il ct Jacquet, dopo la semifinale nel 98, ci concesse una giornata di libertà, io organizzai un pranzo con tutta la squadra, a Parigi. Uno che gioca poco è importante anche per queste cose e se dopo tanti anni mi vogliono ancora bene, vuol dire che anche io mi posso sentirmi un vincitore».
Ci sono due immagini: Francia 98, dopo la sfida con l’Italia lei consola Di Biagio per il rigore sbagliato; Olanda-Belgio 2000, dopo la finale contro gli azzurri va a rincuorare Totti, Delvecchio e gli altri.
«Per forza, parliamo di amici. Era brutto vederli così, ma il calcio crea vincitori e vinti, il bello e il brutto. Dopo la finale ho scambiato la maglia con Maldini e mi sono trovato nello spogliatoio azzurro a chiacchierare con i miei amici. Avevo perso la cognizione del tempo e a un certo punto, mi pare proprio Totti, mi ha detto ok Vincent, ora basta: vai a festeggiare. Già, c’era da festeggiare, poi l’ho fatto, era inevitabile».
È arrivato in Italia che aveva 23 anni, ora ne ha quasi 47. Ha vissuto più qui che lì.
«Sì vero, oggi non mi sento né francese né italiano, sono un cittadino del mondo che ama Roma. I miei quattro figli sono nati a Trastevere, le mie origini sono in Francia».
Italia-Francia, per chi tifa?
«Non tifo. Io vinco comunque, come nel 2006. Prima del fischio d’inizio era pronto lo Champagne. Comunque».
Cosa si aspetta da questo Europeo.
«Un ritorno alla bellezza. Al gesto tecnico, alla giocata, al bel gol».
Perché, pensa che ormai ce ne sia poca?
«Il calcio è cambiato, si arriva più facilmente, e non so dire se sia un bene o un male. I ragazzi fanno in poco tempo quello che noi facevamo in tanti anni di buc..., di fatica insomma. C’è più tatticismo, fisicità. Ecco, mi piacerebbe rivedere Totti e Zidane. La bellezza. O il tocco di Candela, perché no?».
Come ha vissuto e sta vivendo la pandemia.
«Con rabbia. Privazioni, mancanza di libertà, l’incoerenza nelle misure di sicurezza. Ne stiamo uscendo, spero. E anche il calcio tornerà ad essere più bello, più vero».
Il 2000 è l’Europeo del cucchiaio di Totti.
«Guardai la partita contro l’Olanda, incredibile. Francesco ci aveva abituato a certi gesti, anche negli allenamenti con la Roma. Certo, farlo in una partita del genere, ai calci di rigore non è da tutti. Ma lui queste cose le fa per distinguersi. Non mi sorprese».
Le piace l’Italia di Mancini?
«Sì, ha tanta qualità, ma credo che la vera forza sia il gruppo».
Insigne è uno, come dice lei, da giocata?
«Ce l’ha, ma non paragoniamolo a Totti o Zidane. Ripeto: l’Italia è forte nell’insieme. Non ha un campione come Francesco, Del Piero, ci sono tanti bravi calciatori, da Pellegrini a, appunto, Insigne. Che possono, insieme con gli altri, fare la differenza. E la squadra è guidata da un tecnico vincente e intelligente».
La Francia?
«È la favorita. Ha qualche stella in più, vedi Benzema, o Mbappè».
Le altre: il Portogallo di Cristiano, ad esempio?
«Sì, come l’Olanda e il Belgio: giocano bene, non c’è dubbio. Ma penso siano un passo indietro rispetto alle altre».
Capitolo a parte, merita l’Inghilterra?
«Penso di sì. Guardiola ha portato in Premier un cambio di mentalità, ne ha tratto benefici anche la nazionale. Credo possa essere la sorpresa della competizione».
Veniamo alle cose nostre: Mourinho.
«Geniale. Geniale lui. Geniale il colpo della Roma. Ha vinto, è uno di personalità. La Roma con lui, quest’anno, sarebbe arrivata terza o seconda, per me il manico conta. Quindi, se arrivano tre o quattro calciatori forti, si può lottare per lo scudetto. Un po’ quello che accadde a Roma nel 2000. Il manico è importante, lo abbiamo visto quest’anno che siamo arrivati a metà classifica».
Chi serve?
«Portiere, terzino, ho paura che Spinazzola e Karsdorp fatichino in una difesa a quattro ma vediamo come vuole giocare Mou, poi centrocampista e un bomber da affiancare a Dzeko».
Belotti?
«Andrebbe bene».
La Lazio con Sarri?
«Stesso discorso. Fa un salto di qualità, ma anche lì, dipende dai giocatori che arrivano».
Roma torna capitale del calcio?
«I presupposti ci sono. È giusto così, il campionato italiano ha bisogno di questi personaggi. Come un tempo».
A proposito di tempo: tra pochi giorni sono vent’anni dallo scudetto della Roma.
«Sì, vero. Ma non c’è da festeggiare. Sono troppi anni che non si vince, la Roma non merita di stare a secco per così tanto».
Questo però vi consente di rimanere eroi.
«Da una parte è vero, ma non è così, almeno per me. Se vince un altro io sono felice, non conosco l’invidia. La gente mi vuole bene per come sono, per quello che faccio ora, non perché ho vinto lo scudetto. E sarà così anche se dovesse vincere qualcun altro. Guardi la Francia, ha vinto l’ultimo Mondiale, ma la squadra precedente è rimasta nel mito, nei ricordi della gente. È ora di tornare a vincere. Con il gruppo del 2000-2001 stiamo organizzando un pranzo. Non per festeggiare, ma per ricordare. Per stare insieme. Poi se vinceranno altri, festeggeremo. Io con loro».
Alessandro Angeloni