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 2021  giugno 10 Giovedì calendario


Hai presente György Lukács?

Perché ricordare György Lukács? Paradossalmente, perché pochi lo ricordano. I suoi libri sono stati dimenticati. Eppure, appena ieri, era considerato il filosofo marxista più influente, insieme con Gramsci e Ernst Bloch. Era ungherese, ma scriveva in tedesco, e visse a lungo a Berlino. Ricorre il 50° anniversario della morte, a Budapest, il 4 giugno 1971, ma in Germania sono apparsi solo un paio di articoli commemorativi.
Lo ricordo perché a Lukács è legato uno dei miei drammi scolastici, e questo non sarebbe affatto importante, se non rivelasse qual era il clima negli Anni Cinquanta, in un liceo romano. Citarlo equivaleva a confessare di essere comunista, cosa che a meno di 16 anni non ero, e non sono mai stato, per ragioni familiari, e personali. Sono troppo individualista e bastian contrario, per far parte di un partito che ti impone come pensare, abitudine per la verità che hanno tutti i partiti, più o meno.
Il professore di storia, in seconda liceo, sapeva conquistare la fiducia degli studenti, parlava con noi di tutto, anche di attualità. Un giorno proclamò: «Il più grande scrittore europeo dell’Ottocento è Manzoni». Io mi fidai, e osai replicare: «Veramente professore, ci sarebbero Goethe e Balzac, Tolstoj e Dickens…» Divenne gelido: «Lei deve dimostrare quel che pensa». Ai ragazzi allora si dava del lei, io dovevo dimostrare, lui no. E poi, una valutazione letteraria non sarebbe dimostrabile.
Disperato, cercai nella biblioteca di casa, trovai un saggio di Lukács, e ignoravo chi fosse: i più grandi scrittori dell’Ottocento, scriveva, sono Manzoni e Walter Scott, ma era il suo saggio sul romanzo storico, e il giudizio non era letterario. Il giorno dopo, in classe, portai le mie prove: sì, professore, il più grande, ma accanto a Scott, l’Emilio Salgari inglese. Lui non disse neanche una parola, da quel giorno tutti i professori mi interrogarono in tutte le materie. Oggi si direbbe mobbing, e fui costretto a ritirarmi (da privatista venni poi promosso). Lukács era pericoloso.
Era nato a Budapest il 13 aprile 1885, allora nell’Impero austro-ungarico, in una benestante famiglia ebrea, suo padre era direttore di banca. Giunse a Berlino nel 1911, a 26 anni. Dopo la guerra tornò a Budapest, entrò nel partito comunista, divenne commissario politico nell’armata rossa magiara. Nei suoi primi iscritti si avverte non solo l’influenza di Karl Marx, ma altrettanto forte quella di Hegel. Il suo saggio sulla dialettica marxista del 1923 venne rifiutato dal Kpd.
Lukács era sempre scomodo. Da Vienna andò a Mosca, sopravvisse al terrore stalinista (con qualche colpa?), nel ’41 venne imprigionato per qualche mese alla Lubjanka. Nel ’48 divenne professore di filosofia all’università di Budapest, e fu eletto in parlamento. Nei saggi dell’epoca, dimostra un filo conduttore nel pensiero filosofico tedesco da Schelling a Hitler. Una vita in apparenza contraddittoria che non è possibile riassumere in poche righe. Tanto meno il suo pensiero. Ma le sue contraddizioni sono quelle del nostro tempo.
Fu uno dei protagonisti della rivolta ungherese nel ’56, e i suoi amici intellettuali tedeschi a Berlino Est cercarono di salvarlo e ottenere che gli fosse concesso di essere accolto nella Germania comunista. Ma Walter Ulbricht, il capo della Ddr, si oppose.
Thomas Mann conobbe Lukács, ne fu affascinato, e si ispirò a lui per Naphta, uno dei personaggi della Montagna incantata, o «magica», come più giustamente viene oggi ritradotto il titolo. Un ebreo convertito al cattolicesimo, dalla logica seducente e insidiosa. Il mio errore, da ingenuo e arrogante liceale, lo compresi anni dopo. Comunista era il mio professore di storia, anche se si era formato sotto il fascismo. E a un comunista è meglio non citare Lukács.