la Repubblica, 31 maggio 2021
Guardiola e la Champions persa
Il giorno successivo all’ennesima delusione in Champions, la più cocente visto il cammino percorso per arrivare alla finale, è il giorno più opportuno per ricordare come Pep Guardiola resti l’allenatore che ha inequivocabilmente ispirato gli ultimi tredici anni di calcio. Il migliore by far di questo periodo storico, forse il numero uno in assoluto, anche se è corretto lasciare ai posteri una sentenza così ardua. Guardiola ha cambiato questo gioco in profondità, imparando dalle lezioni di Cruyff, di Sacchi e di Bielsa ma rielaborandole in un unicum tutto suo, originale e in perenne evoluzione. Ha costretto ogni collega a misurarsi con lui, e nei modi più diversi: c’è chi l’ha combattuto con strategie opposte come Mourinho, chi ne ha seguito le orme come Luis Enrique o Sarri, chi l’ha affrontato deviando da una premessa comune (il contro-pressing) e marcando la sua diversità come Klopp, chi l’ha studiato ai limiti del maniacale per trovarne i punti deboli e lì colpire, come Tuchel è riuscito a fare tre volte negli ultimi 42 giorni. Fosse un play-off di basket, verrebbe decretato lo sweep : 3-0, Pep spazzato via. Nei match di boxe tre atterramenti in un round valgono il ko tecnico. Ladies and gentlemen, Thomas Tuchel è il nuovo campione dei pesi massimi.
Ciò non toglie che Guardiola rimanga Guardiola, uno straordinario costruttore di cattedrali che, in una competizione di lungo periodo, paga dividendi copiosi: fra Barcellona, Bayern e City ha partecipato a dodici campionati vincendone nove. A impedirgli l’en plein, tre altri maestri: Mourinho, Conte, Klopp. Una volta che le sue macchine da calcio hanno raggiunto la compiutezza, risultano pressoché irresistibili perché la velocità dei meccanismi di gioco non è gestibile: sono prevedibili – in linea di massima i gol del City non superano le due o tre tipologie – ma com’è prevedibile una Ferrari in autostrada, se chi la guida va a tavoletta non ce n’è per nessuno. Naturalmente succede che non sempre questa velocità venga sviluppata appieno – è uno sport di uomini, non di robot – e qualche inciampo capita anche in campionato: ma sulla distanza delle 38 partite, le sconfitte – come dimostra il suo palmarés – sono episodiche. Diverso è il discorso in Champions, dove il singolo match ha un’importanza capitale. Qui Guardiola, che nell’inconscio è ancora scottato dall’eliminazione subita dal Liverpool nel 2018 (il documentario All or nothing l’illustra bene) – si sente in dovere di cercare una cosa lontanissima dal suo modo di concepire il calcio: la mossa tattica spiazzante. L’ha provata l’anno scorso, e la difesa a tre si è consegnata al contropiede del Lione, l’ha tentata sabato a Porto, e il rilancio dello svagato Sterling è costato due volte: l’esclusione di un interditore davanti alla difesa, Rodri o Fernandinho, ha aperto la strada al filtrante di Mount per Havertz (poi ha sbagliato Zinchenko, ma l’innesco è avvenuto in totale libertà). Inoltre Gündogan, riciclato lì per necessità, è mancato moltissimo alla fase offensiva: la più produttiva delle novità stagionali – stiamo parlando del capocannoniere del City – è stata tolta dalla zona in cui ha imparato a far male.
La mossa tattica spiazzante appartiene a un’altra scuola tecnica, quella di Max Allegri per esempio, che riesce spesso a sorprendere gli avversari con le sue “ispirazioni notturne”, che sono in realtà il frutto di attente ispezioni all’accampamento rivale. Il corollario di questa differenza concettuale è la capacità nei cambi, nettamente superiore in chi ha in testa la mossa rispetto a chi ragiona di strategia complessiva. Sabato Guardiola ha provato a uscire dalla buca attingendo alla panchina e passando da zero a uno e poi a due centravanti, ma senza scalfire l’organizzazione difensiva del Chelsea. Il problema che l’ha perduto è stato passare in svantaggio: da lì in poi, si è trovato dinanzi un Everest. Tuchel è davvero il migliore dei molti allenatori che hanno dichiarato la loro appartenenza alla Pep-school.
Ultima considerazione, consapevolmente scorretta visto che la narrazione imperante sostiene il contrario: non è vero che il Manchester City sia il gruppo di grandi campioni che viene descritto. Ci sono giocatori d’eccellenza, certo, da De Bruyne a Ederson, da Rubén Dias a Foden, che lo sta diventando: ma da Stones a Zinchenko, da Sterling alle punte di riserva, il suo organico è ricco di uomini che sono stati pagati moltissimo, fino al doppio del loro valore – chi tratta per il City snobisticamente non tira mai sul prezzo – ma non valgono quei denari. Guardiola ha avuto le superstar a Barcellona e in discreta misura anche a Monaco: ma quelle di oggi giocano altrove. E il fatto che in questi cinque anni il City abbia acquistato nove dei venti difensori più pagati della storia, tre dei venti centrocampisti e solo uno dei venti attaccanti indica con chiarezza dove Guardiola si senta sicuro, e dove avverta l’angoscia della terza Champions che non arriva.