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 2021  aprile 15 Giovedì calendario

Biografia di Giampiero Mughini

Giampiero Mughini , nato a Catania il 16 aprile 1941 (80 anni). Giornalista. Scrittore. Scrive sul Foglio. Tifoso della Juve, appassionato di calcio. Anche ora che è costretto in casa dal covid fa la vita di sempre: «Sto chiuso in casa a leggere. È il lusso della vita» [a Massimiliano Parente, Il Giornale]. Ha pubblicato 33 libri, tra i quali Compagni addio (1986), Dizionario sentimentale (1992), Un secolo d’amore (2000), La mia generazione (2002), Che belle le ragazze di via Margutta (2004), Un disastro chiamato Seconda repubblica (2005), E la donna creò l’uomo (2006), Sex Revolution. Muse, eroi, tragedie di un’avventura che ha cambiato il mondo (2008), Gli anni della peggio gioventù. L’omicidio Calabresi e la tragedia di una generazione (2009), tutti editi da Mondadori; In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il “caso” Svevo (2011), Addio, gran secolo dei nostri vent’anni (2012), Una casa romana racconta (2013), La stanza dei libri (2016), Sempre una gran Signora (2017), Che profumo quei libri (2018), Era di maggio (2018), Memorie di un rinnegato (2019), Uffa (2020). Da Ultimo Nuovo dizionario sentimentale: Delusioni, sconfitte e passioni di una vita edito da Marsilio (2021).
Titoli di testa «Il miglior fabbro della lingua italiana, tale per incandescenza del lessico e forgiatura della sintassi» [Langone, Foglio]
Vita Figlio di Gino, fascista di grande influenza, amico del federale della città. Cresce nella casa dei nonni materni «assieme a mia madre, che si era separata giovanissima da mio padre» • I suoi si lasciarono quando lui aveva cinque anni: «Il tempo che era durato il loro matrimonio. Si conobbero in treno, mio padre vedovo, già con due figli e mia madre giovanissima. C’erano tra loro vent’anni di differenza […] penso che alla fine mia madre non sopportasse più la sua durezza. Decise lei di rompere e puoi immaginare cosa significava quella scelta per una donna ancora giovane, in un posto come Catania. Le voci, le allusioni, i sorrisetti. Ho odiato quella città» [a Gnoli, Rep] • «Papà non passava soldi. C’erano le 60 mila lire di pensione del nonno, che era stato professore di stenografia. Giravo con un solo paio di scarpe. Buone per la festa, per i giorni feriali, per giocare in strada. Non ci potevamo permettere né il telefono né il frigorifero né il televisore, che andavamo a vedere da certi cugini ricchi. In casa non c’era un libro. Provavo vergogna per la mia vita» • Da suo padre andava a pranzo «tre o quattro volte al mese. Poi un giorno mi disse: tu sai che la mamma ha un uomo? Allora ero timidissimo. Ma trovai il coraggio per dirgli che era nel suo pieno diritto. Mi guardò stupito e non disse più nulla» [a Gnoli, cit] • «Che rapporto aveva con suo padre? “In tutta la vita non mi ha rivolto più di trenta parole: ma sono state quelle decisive. Insieme a Clint Eastwood ha rappresentato il modello di uomo per me» [a Concetto Vecchio, Rep] • A casa dei nonni «non c’era nulla in fatto di congegni o di giocattoli che potessero attirarmi. Se non forse una immane radio alla maniera degli anni Trenta che funzionava di tanto in tanto, e da dove Nicolò Carosio alla domenica pomeriggio ritmava il romanzo del calcio italiano. O forse no, un’altra cosa c’era in quella nostra casa di borghesia impoverita. Una macchina da scrivere che il nonno usava di tanto in tanto per le cosucce giornalistiche che trasmetteva via telefono all’Associated Press, l’agenzia internazionale di cui era un collaboratore. Imparai presto a pigiarne i tasti. Avrò avuto tredici o quattordici anni, fatto è che quel congegno mi attirò a tal punto che i compiti a casa li facevo battendo ai tasti della macchina da scrivere, una vecchia e corposa Olivetti. Voglio dire i compiti di italiano, quelli che mi premevano di più. Pur battendo con sole due dita, ero già molto veloce» [da Nuovo dizionario sentimentale] • Nel 1965 Mughini fondò e diresse la rivista Giovane critica, «allora molto considerata, ed era, insomma, al suo meglio, un concentrato della “passione determinante in quegli anni, la passione per le idee del dibattito politico e culturale”» [Solinas, cit] • Tra il 1966 e il 1968, da laureando in Lingue e letterature moderne, passò due anni a Parigi, «e credo siano stati gli anni che hanno fatto di me quello che sono. Innanzitutto in fatto di libri e librerie, con tutti i loro annessi e connessi. Quando dico Parigi, dico in realtà il Quartiere Latino […]. Se non erano il Paradiso in Terra quelle strade dov’era una sfilata ininterrotta di vetrine ammalianti, dove erano ospitate le edizioni originali dei libri di Tristan Tzara o di André Breton oppure i più bei vetri dell’Art Nouveau. Rue de Seine, Rue Jacob, Rue Bonaparte, Rue des Saints-Pères, una strada che sarà stata lunga meno di ottocento metri ma strazianti da quanta bellezza c’era in mostra una porta appresso all’altra […]. C’erano librerie che vendevano unicamente copie dei libri di Stendhal, oppure di Jules Verne, oppure di Louis-Ferdinand Céline. Librerie dedicate al libro illustrato di inizio secolo, e mi si sgranavano gli occhi a vedere le copertine dei libri illustrati dal praghese Alphonse Mucha, libri che nel tempo ho comprato poi quasi tutti. E a non dire la domenica, quei tre chilometri e passa di bancarelle a ridosso del fiume da cui veniva l’odore più bello del modo, quello della carta stagionata» [Nuovo dizionario sentimentale] • Il 5 gennaio 1970 partì da Catania: «Quando sbarcò a Roma aveva seimila lire in tasca, trecento o quattrocento copie del numero 21 di Giovane critica da distribuire nelle librerie romane e una ragazza bionda al suo fianco “che la nostra vita da spiantati la affrontava col coraggio di un leone (ciao, Anna)”» • «Fra i miei scarni bagagli c’era una Valentine rossa rossa, la macchina da scrivere disegnata da Ettore Sottsass che nel frattempo mi era stata regalata da mio fratello Beppe. Ai tasti di quella macchina anch’essa della Olivetti mi guadagnai il primo contante della mia vita, un articolo sul settimanale L’Astrolabio che mi aveva commissionato il direttore Mario Signorino. (Un articolo che se lo rileggessi oggi stenterei a provare simpatia per il me stesso di allora. Era un testo zeppo di fesserie ideologiche, e non è che fossi un ragazzetto quando lo avevo scritto. Mi avvicinavo ormai ai trent’anni. Ahimé, nell’intendere il mondo e il suo dolore sono stato tutt’altro che precoce)» [Nuovo dizionario sentimentale] • «Ogni articolo mi veniva pagato 25 mila lire. In redazione c’era anche Tiziano Terzani. A un certo punto ci liquidarono perché considerati troppo di sinistra. Tiziano partì per l’Oriente. Io mi imbarcai nell’impresa del manifesto» [a Gnoli, cit] • «Sono stato molto rapido nel revisionismo. Mi dimisi dal Manifesto già nel marzo 1971, ero stato uno dei dodici fondatori. E non mi avevano certo chiamato al Washington Post. Perdevo le mie 150 mila mensili e entravo in disoccupazione» (a Lidia Ravera) • Tra i ricordi delle riunioni al Manifesto, «le magnifiche gambe di una Ritanna Armeni ai suoi debutti giornalistici e alla quale non finivo di raccomandare di indossare gonne sempre più corte» (da Addio, gran secolo dei nostri vent’anni) • «Mi presero a Paese Sera. Resistetti cinque anni. Cinque lunghi anni da anticomunista, in un giornale comunista. Poi andai all’Europeo. Prima c’era Pirani, poi venne Lamberto Sechi. Da lui ho imparato tutto quello che so di questo mestiere. Nell’87 ho scritto Compagni, addio, un pamphlet che ora potrei mettere nelle mani di D’Alema, sarebbe d’accordo su tutto. Ma io l’ho scritto troppo presto, e mi sono procurato aggressioni da ogni parte» (a Lidia Ravera) • Su Compagni addio: «Un mio bilancio sulle penose e tragiche vicende che riguardarono quegli anni. Sui cattivi maestri, molti dei quali non fecero mai autocritica. Personalmente mi dimisi presto dal Sessantotto» • «“Mi sono dimesso dall’estremismo di sinistra. Non ne potevo più dei partitini di Mario Capanna, di Lotta Continua implicata nel delitto Calabresi, di Luciano Lama cacciato dall’Università. Volevo chiudere con un mondo che giustificava i terroristi come compagni che sbagliano”. Non ha salvato proprio nulla, però. “Non è vero. Mi avvicinai ai socialisti che erano usciti dal Pci dopo i fatti d’Ungheria, nel 1956. Stimavo Antonio Giolitti, Luciano Cafagna, Giorgio Ruffolo, Giuliano Amato. E Bettino Craxi”. Divenne socialista? “Sì, anche se non ho mai avuto tessere di partito. Sono stato anticomunista, ma ho frequentato molti personaggi del comunismo italiano, da Pietro Ingrao a Giorgio Amendola, da Alfredo Reichlin a Paolo Bufalini. Quando entravo nella stanza di Bruno Trentin alla Cgil mi sembrava di mettere piede in un tempio, tale era il suo carisma. Sono stato amico di Emanuele Macaluso, una figura leggendaria. Erano uomini di una statura incomparabile se confrontata con i politici di oggi” […] Che ricordi conserva di Lotta Continua? “Per tre anni sono stato il loro direttore responsabile, mi prestai perché volevo che andassero in edicola: prima di me lo fecero Marco Pannella e Pier Paolo Pasolini. Presi tre condanne”. Pensa che i dirigenti di Lotta continua abbiano stretto un patto di omertà sull’omicidio Calabresi? “D’acciaio. E lo hanno fatto per proteggere le loro carriere. Ma a me non la raccontano. Li conosco uno per uno. E ho letto tre volte le 600 pagine della sentenza di primo grado: Marino è credibile. Tutto questo non mi fa velo nel riconoscere il grande talento intellettuale di Adriano Sofri”» [a Vecchio, cit] • «A Panorama, dove nel frattempo mi aveva assunto Claudio Rinaldi, arrivò una signora che ci spiegò come accendere un computer e poco altro sul come usarlo. Da quel precisissimo momento non ho mai più battuto ai tasti di una macchina da scrivere vecchio tipo. Poco dopo telefonai a un signore che vendeva computer con il topolino, eccome se era una rivoluzione quella di avere costantemente a portata della mano destra un mouse da pigiare sul punto esatto della video scrittura, come a consacrarla. Ero emozionatissimo quando il mercante del computer arrivò a casa mia munito dell’aggeggio che avevo deciso di comprare. Accese lo schermo e mi invitò a cominciare. Solo che quel cazzo di topolino non funzionava, e lui non ne aveva portato uno di riserva. Era la prima volta in vent’anni di mestiere che gli succedeva. Tornò l’indomani a sostituirmelo. Lo presi come un segno di malaugurio del mio matrimonio con il computer. Per fortuna non credo sia stato così» [Nuovo dizionario sentimentale] • «Scrissi al computer già il libro/intervista a Maurizio Ferrara del 1989 – immediatamente successivo al Compagni addio –, un corpo a corpo con il padre di Giuliano, che non la voleva smettere di dirsi comunista pur comprendendo che il dirlo valeva ormai ben poca cosa. È uno dei più bei libri sull’italocomunismo vissuto da dentro mai pubblicati in Italia, di cui la casa editrice Leonardo vendette a stento poche centinaia di copie e ancor oggi su eBay è pressoché introvabile. (Oggi, 20 novembre 2020, sono andato a cercarlo su Amazon. Ce n’era una copia a cinquanta euro)» [Nuovo dizionario sentimentale] • Nel 1991 A via della Mercede c’era un razzista: «È la storia maledetta e rimossa del direttore de “La Difesa della razza”: la rivista pubblicata tra il 1938 e il 1943 per sostenere e promuovere le leggi razziali in Italia, dunque il segnacolo di orrore della più abietta tra le vergogne di cui questo siciliano di Chiaramonte Gulfi ebbe a farsi custode e promotore. Ed ecco, nel racconto di Mughini, una cena di siciliani a Milano – “siciliano Sciascia, siciliano io, figlio di un siciliano Antonello” – che si ritrovano a discutere il destino del siciliano Interlandi: il fascistissimo artefice di Tevere, il giornale preferito di Cesare Zavattini, e Quadrivio. Sono le testate che negli anni Trenta ospitano Vincenzo Cardarelli, Mario Soldati, Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Antonio Delfini, Mario Mafai e Corrado Alvaro. Trombadori ventenne – l’Antonello della cena è lui, comunista tra i più autorevoli della cerchia intellettuale – si ritrova con Interlandi in un giornale “dove gli sedeva accanto un altro ventenne, Giorgio Almirante”» [Buttafuoco, Fatto] • «Avevo più o meno cinquant’anni quando Edmondo Aroldi, l’indimenticabile capo della saggistica Rizzoli cui siamo stati in tanti tra ottanta e novanta a dovere molto in fatto di libri editi e lanciati nel mercato, mi diede da firmare il contratto con cui mi impegnavo a consegnare alla casa editrice milanese un libro dal titolo Dizionario sentimentale, dove il riferimento al Gustave Flaubert del Dictionnaire des idées reçues, apparso postumo nel 1913, era stravoluto. Le idee idiote che circolavano diffuse e indomite, contro le quali battevo in breccia nel gennaio 1992 (data di pubblicazione del mio libro) erano quelle che avevano acceso la mia giovinezza, i balbettamenti ideologici di cui in tanti ci eravamo nutriti per tutti i sessanta e ancora all’alba dei settanta, quando nacque il “terrorismo rosso” sfociato nel martirio di Aldo Moro, cui un capo brigatista munito del diploma di un istituto tecnico chiese per settimane le cose della storia italiana prima di ammazzarlo come un cane. Nel gennaio 1992 la “revisione” di quelle idee l’avevo compiuta appieno, nella materia che era la mia non avevo più nulla da imparare e da perfezionare. L’avevo compiuta appieno la frattura con la mia generazione, che ha segnato il tempo restante della mia vita e della mia professione. Li avevo messi in ordine alfabetico i temi e i protagonisti di quella revisione, che è tutt’altra cosa dal cancellare e dal “rinnegare” gli anni ideologicamente i più furibondi della mia vita» [da Nuovo dizionario sentimentale] • Inizia gli anni della Tv: «Polemista vibrante, per il suo vezzo di tenere sull’elenco telefonico il suo numero privato ogni tanto deve passare le serate a rispondere agli importuni che lo insultano. Particolarmente molesti con lui, i leghisti. Reduce da un Maurizio Costanzo Show dove aveva rintuzzato Bobo Maroni, una sera dovette pazientemente ascoltare gli insulti che per ben quindici volte e altri quattro squilli, una camicia verde gli notificò dalla cornetta. Pur cosmopolita, elegante, molto chic, decisamente civile nel senso della Zivilisation, dovette ricorrere al crudo catanese della Pescheria (quindi della Kultur) per dissuadere il telefonatore dicendogli infine: “Chi spacchio vuoi, pezzo di curnutazzu?”. Solo allora il leghista, sventurato in preda a un incubo d’antimafia, sparì» [Buttafuoco, Dizionario dei nuovi italiani illustri e meschini] • «A una trasmissione del Maurizio Costanzo show nella quale c’ero anch’io, ascoltai Alessandra Mussolini che additava con spregio Lolita quale “un romanzo pornografico”. Quando uscimmo dallo studio la raggiunsi, la guardai negli occhi e le dissi: “Ma com’è che da un nonno così intelligente è venuta fuori una come te?”» [dalla presentazione di Pornage di Barbara Costa] • «“Ho scelto di fare una televisione popolare. A me non interessava il programmino notturno in cui ti avvolgi in profonde elucubrazioni mentali. Per me fare la televisione in fasce normali di ascolto è stato come entrare in un luogo che non è casa mia, che non somiglia a casa mia e che si rivolge a un pubblico che non è quello che di solito frequento privatamente e al quale mi rivolgo con un linguaggio abbordabile, senza smentire di una virgola quello che sono stilisticamente”. Ti soddisfa davvero questa autoassoluzione? “Perché non dovrebbe? E poi non mi sto giudicando, né assolvendo. Lascio agli altri il compito di farlo”. Le tue frequentazioni televisive non ti hanno reso un po’ pittoresco? “Cosa vuol dire pittoresco?”. Sei vivace, riconoscibile, plateale. Televisivamente puoi aspirare alla maschera “Mughini”. “La televisione non è tutta uguale. Ci sono un linguaggio e dei tempi che devi rispettare. Per me è stata anche una scuola formidabile” […] Penso che nella tua vita, nel modo con cui hai chiuso certi rapporti, fino ai tuoi approdi televisivi, ci sia una forte componente teatrale. “Non ci ho mai pensato. Forse è un retaggio della mia sicilianità”» [a Gnoli, Rep] • In Tv è a L’appello del martedì, Controcampo, Controcampo - Ultimo minuto (versione pomeridiana della trasmissione), Il più grande (italiano di tutti i tempi), Tiki Taka; Estate in diretta, Stasera Italia etc. Ha fatto parte della giuria di Sanremo e nel 2010 ha vinto il premio San Fele d’oro per la televisione • «È diventato ricco con la tv? “Non mi lamento. Nell’ultimo anno, a Controcampo mi davano sei milioni di lire a puntata, anche se metà se ne andavano in tasse. Mi sono sempre fatto trattare bene. Aldo Biscardi al Processo del lunedì mi offriva 500mila lire per sedere accanto a Gianni Brera, quando mi chiamò Maurizio Mosca chiesi il quadruplo. Indro Montanelli mi propose 250 mila lire a pezzo per la rubrica L’invitato sul Giornale. ‘Facciamo 300mila lire’, replicai. Ovviamente li ebbi”» [a Vecchio, cit]. • Per Il Foglio di Ferrara ha curato la rubrica quotidiana Uffa!. Tutte le puntate sono state raccolte per Marsilio: «Per Giampiero Mughini non c’è niente di più importante al mondo delle sfumature. Spero non abbia cambiato idea da quando l’ha scritto, nel 2005, nella sua Uffa, la rubrica che Giuliano Ferrara gli affidò, “in un afosissimo pomeriggio di luglio”, dicendogli soltanto di scrivere ogni giorno “poche righe scottanti sull’uno o sull’altro argomento d’attualità”. Immagino che lo pensi ancora, perché Mughini è un uomo di idee, e quelle cambiano, ma soprattutto è un uomo di convinzioni, e quelle o non cambiano o finiscono. Credevo che per lui non ci fosse niente di più importante dei libri, al mondo, ma in fondo sono sfumature anche i libri, che fanno il mondo, le cose, che li leggano tutti o che non li legga nessuno. So che per lui i libri sono intoccabili, e spero allora che non me ne vorrà se quest’ultimo suo, che raccoglie quasi tutte le puntate di Uffa, che durò un anno, un anno in cui “accadde di tutto”, io vorrei che diventasse anche un calendario» [Sciandivasci, Linkiesta]. La rubrica viene tutt’oggi pubblicata ogni martedì sul Foglio di Cerasa • Con E la donna creò l’uomo ha vinto il Premio Cimitile • Nel 2007 fu radiato dall’ordine dei giornalisti: dopo essere stato sospeso per via della sua partecipazione a uno spot pubblicitario di una marca di telefonini, aveva continuato a scrivere. «Sanzione sorprendente perché, non avendo Mughini mai scritto in tutta la sua carriera un solo rigo sui telefonini, pare difficile che nel suo caso si potesse configurare un intollerabile conflitto d’interessi tra il giornalista e il testimonial di una campagna di pubblicità» (Pierluigi Battista) • Due libri sulla Juventus (Un sogno chiamato Juventus e Juve. Il sogno che continua): «Ama esagerare. Lo fa a parole, lui che ne è un fantasista, così ogni sua esortazione, verbale o avverbiale, si arricchisce di consonanti e vocali: “Evvvaaai”, “Edddaaai”» (Marco Pastonesi) • «L’idea che alla metà degli anni Sessanta, il ventiquattrenne Giampiero Mughini ritenesse indegno appassionarsi al gioco del calcio è una di quelle curiosità di cui è pieno il suo Nuovo dizionario sentimentale e che mi strappano un sorriso divertito, se si pensa quanto e come il football gli abbia poi condizionato la vita. Mughini ha scritto una ventina di libri, tutti ben rifiniti e pieni di idee, tutti con un buon successo di vendita, ma ogni volta che prende un taxi o va a bersi un caffè non c’è taxista o barista che non gli chieda del calcio mercato o dell’ultima partita della Juventus, la sua squadra del cuore» [Solinas, Giornale] • Nel giugno 2008 parlò per la prima volta del tumore alla prostata che gli era stato diagnosticato nel 2006 e dell’operazione che ne era seguita: «La mia identità di uomo non è più la stessa, ma lo accetto. D’altronde, non sono più un ragazzino e non ho un corteo di spogliarelliste ventenni dietro la porta (...) Vale che sono vivo e che sto bene» (Ok Salute) • Ha avuto due depressioni: «La prima a cavallo tra il 2014 e il 2015. Improvvisamente ebbi la sensazione di stringere sabbia tra le mani. Fui sorpreso. Spaventato. Da quella tristezza così invasiva. Farmi una doccia era un problema. Mangiare un boccone di riso era come avere un montone nel piatto. Leggere libri era impossibile. Scrivere non ne parliamo. Fu un momento buio della mia vita. Poi la seconda depressione è arrivata nel 2017. L’ho curata con i farmaci. E ne sono uscito abbastanza presto» • Anche la madre aveva sofferto di depressioni, all’inizio la fece venire a casa sua a Roma poi però finì in una casa di riposo: «Telefonavo e telefonavo, a chiedere notizie. Un sabato, me lo ricordo bene, mi dissero che stava meglio. Il lunedì all’ora di pranzo una voce femminile mi chiamò a dirmi che mia “madre non ce l’aveva fatta”. Ho il ricordo di quella telefonata e di quella voce come la più grande vergogna della mia vita. Ho lasciato che mia madre se ne morisse in una stanzetta in cui non c’era nulla di suo, in cui non ravvedeva nulla che le fosse familiare, in cui non le era accanto nessuno o meglio non le ero accanto io, la sola persona al mondo che per lei contasse. Ero stato talmente vigliacco da lasciare che questo accadesse» • Sulla morte di Pannella: «Erano i primi giorni di aprile del 2016, e gli amici di una vita Marina e Carlo Ripa di Meana mi telefonarono per chiedermi se volevo accompagnarli a far visita a Marco Pannella, a casa di un uomo di cui sapevamo che era al capolinea della sua vita. Ci demmo appuntamento sotto casa di Marco, al numero 31 di via della Panetteria, dove loro due arrivarono come di consueto in ritardo. Era la casa che avevano frequentato in tanti, uomini e donne dell’ultimo mezzo secolo di storia italiana, e dove in tanti avevano assorbito qualcosa che rendesse migliore il nostro Paese. Quel pomeriggio dell’aprile 2016 Pannella aveva ottantasei anni ed era ancora perfettamente lucido. Pallido, leggermente smagrito, si muoveva con difficoltà. In ogni suo gesto era assistito amorosamente da Laura Hart e Matteo Angiolo, due ragazzi che gli erano devoti. Una devozione che lui ci aveva messo un’intera vita a meritarsela. Nessuno di noi cinque che gli stavamo accanto usava parole che negassero la verità che incombeva su quella casa, ossia che la morte era alle porte e che avrebbe bussato fra non molto. (Marco morì un mese dopo, giorno più giorno meno, alle 13.45 del 20 maggio). Tutta la casa sapeva di morte, e quei due ragazzi erano eroici nel tastarne il sapore un giorno dopo l’altro. Per quanto mi riguarda, tacevo più che potevo dato che non c’erano parole adatte a quel momento. Persino Marina taceva, ed era la prima volta nei trent’anni che la conoscevo. Non era facile, niente era facile in quella situazione» [Nds, cit] • Del 2016 La stanza dei libri: «C’era una volta il mondo amato da Giampiero Mughini, quello in cui i libri stavano su un trono, venerati e idolatrati; quello in cui la carta stampata non aveva ancora “perso il suo status di regina della comunicazione di conoscenze e di emozioni”. C’era il tempo che Giampiero Mughini rievoca e descrive nel suo nuovo La stanza dei libri pubblicato in questi giorni dall’editore Bompiani. C’era un mondo tutto diverso da quello in cui ci è dato di vivere nel nuovo millennio. Un mondo di lettori accaniti, di bibliofili, di bibliomani. Di bibliomani come Giampiero Mughini, che tra i libri, nell’odore dell’inchiostro, tra scaffali, scatoloni pieni di volumi trasportati nei traslochi, stanze interamente ricolme di libri ha trascorso tutta una vita […]. Chi conosce Mughini sa con quanta acribia, con quanta passione, con quanta maniacale ostinazione, con quanta ossessiva perseveranza il bibliomane, il bibliofilo, l’amante dei libri che ne ha coltivato e continua a coltivare una devozione assoluta, come nemmeno i personaggi di Elias Canetti, abbia accumulato nel tempo la sua preziosa collezione di volumi pregiati, di prime edizioni, di esemplari introvabili. “Avrete già sentito parlare di persone che si sono ammalate per la perdita dei propri libri”, ha scritto Walter Benjamin in uno strepitoso, minuscolo saggio intitolato Disfo la mia biblioteca, ripubblicato di recente dalla casa editrice Elliot in una collana curata da Antonio Debenedetti. Ecco, il collezionista Mughini si è davvero ammalato per i suoi libri perduti. Anzi, ammalandosi decise di perdere i suoi libri, la sua formidabile collezione di testi del Futurismo accumulati in anni e anni di inseguimenti, di ricerche, di appostamenti, conservati come icone sacre» [Battista, CdS] • Nel 2019 pubblica Memorie di un rinnegato: «“Questo che è probabilmente il mio ultimo libro, per il motivo semplicissimo che non ho più nulla da dire”. Veda di non scherzare, il Gran Mughini. Se il passato è esaurito, se sugli anni Sessanta e Settanta e pure Ottanta è stato detto tutto e se i Novanta interessano poco, il presente è grazie a Dio infinito. […] Mughini abita a Monteverde? Scriva un libro sull’arte di abitare a Roma. Mughini va dal fruttivendolo? Scriva un libro sull’arte di fare la spesa. Mughini compra un nuovo paio di occhiali? Scriva un libro sull’arte di abbigliarsi e accessoriarsi. Con quell’italiano può fare ciò che vuole, dunque lo faccia» [Langone, Foglio]• Nel 2020 Nuovo dizionario sentimentale: «Questo appena uscito si differenzia completamente nella sua struttura, perché allinea due lunghi saggi, uno sui moti parigini del febbraio 1934, il cosiddetto “68” della destra d’allora; l’altro sulla nascita dello Stato di Israele, un concentrato di terrorismo e di violenza non indifferenti. C’è inoltre un bel profilo di Clint Eastwood, una lunga intervista con Leonardo Sciascia, le ultime ore di Marco Pannella, un capitolo doloroso dedicato alla figura materna, un capitolo allegro dedicato ai cani di casa, due setter, i cui nomi, Clint e Bibi, rimandano a due miti, non solo cinematografici, mughiniani: Eastwood e Brigitte Bardot» [Solinas, cit].
Cinema Ha recitato in tre film diretti da Nanni Moretti: Ecce Bombo, Io sono un autarchico e Sogni d’oro. Il sodalizio tra i due si ruppe quando, nella casa di Via delle Zoccolette, a Roma, Moretti ruppe accidentalmente un bicchiere preziosissimo provocando l’ira di Mughini: «Ci furono delle incomprensioni tra noi. Lo incrociai anni fa e gli proposi di mettere da parte ogni rancore. Lo invitai a cena» [a Vecchio, cit]. • «Venti anni più tardi sarà Leonardo Pieraccioni a volerlo nel cast del suo film Il mio West (1998), diretto da Giovanni Veronesi» [Wikipedia]. Nel 2008 interpreta sé stesse ne L’allenatore nel pallone di Lino Banfi
Frasi «Di calcio parlo solo in televisione e solo a pagamento» • «Se per caso qualcuno mi invita a cena e lì c’è gente che non conosco, per tutta la sera parlano di se stessi. Non esiste più nessuno che mostri curiosità per gli altri, voglia di ascoltarli, magari di imparare qualcosa. Dicessi che ho un tumore e che fra tre ore sarò morto, passerebbero immediatamente all’argomento successivo» [da Nuovo dizionario sentimentale] • Giampiero Mughini, a proposito dello sciopero dei giornalisti per il rinnovo del contratto nazionale di categoria: «Non ho nulla contro il masochismo, ma lo preferisco esercitato da una bella maitresse bionda, e non da un dirigente sindacale» [Foglio] • «Il mondo degli intellettuali e dei giornalisti è pieno di invidie, i cannibali al confronto sono dei vegani» [a Vecchio, cit]. • «Io sono di sinistra nella vita reale. Non so guidare, non ho la macchina, mi avvalgo dei mezzi pubblici. Non inquino, non ingolfo il traffico, sono un cittadino di sinistra perfetto» • «Un uomo che non porti gli anelli non è un vero uomo, è una donnicciuola. In questo momento ho alle dita due anelli in argento di Joaquín Berao, uno stilista spagnolo che ha appena aperto una boutique nella Milano di gran gusto cara alla Aspesi. Dio, come sono revisionista. Dio, come vesto elegante» • «Se vuoi essere autorevole verso i tuoi 25 lettori, l’unica cosa da fare è quella di dare botte in tutte le direzioni, cercando ogni volta di sorprendere» [a Gore, Sette] • «Lo so benissimo che si ride per non piangere, e ragioni per non piangere in Italia ce ne sono all’infinito. Ecco, a me piacciono i comici che gli si legge in volto che ridono per non piangere: Buster Keaton naturalmente, Woody Allen, Corrado Guzzanti» [Bandiera, Sette] • «Tutto quello che mi è accaduto quarant’anni fa è dentro di me infinitamente più vivo e presente che non quello che mi è accaduto l’altro ieri» [a Cazzullo, CdS] • «La bellezza di sinistra esibita nella pornografia è più di sinistra perché paga le tasse» (nel 2016) • «La bellezza femminile, ciò che di più incendiario e di più devastante esiste al mondo. Di più minaccioso, di più ingiusto, di più intollerabile. Ciò che mise in armi i greci e creò le devastazioni intorno a Troia. Ciò che creò morte, altro che salvezza. Ciò che ha rovinato la vita di uomini a centinaia di migliaia» [Foglio]
Amori «Nella mia vita le donne hanno contato più per la loro assenza che per la loro presenza. Tranne Michela, che è la compagna con cui vivo ormai da anni, l’unica reale, le altre sono state immaginazione, scacco, sopravvalutazione. Frutto appunto di un erotismo di testa». Con Michela Pandolfi, sposata un anno fa, stanno insieme da più di trent’anni. Non hanno figli: «Sono sempre stato troppo preso da me. Non sarei stato un buon padre» [a Concetto Vecchio, Rep].
Curiosità Porta occhiali con la montatura colorata (un tempo bianca, come si vede in Ecce bombo di Moretti) e veste, per dir così, assai originale: giacche del giapponese Yoshij Yamamoto o della sua ex moglie Rei Kavakubo oppure di Issey Miyake, occhiali «a firma di un tedesco, che per quella montatura ha vinto un premio prestigioso tra i designer di occhiali» ecc. • Vive a Roma in una casa-collezione dove ha raccolto quello che ama: pezzi liberty, il design italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, le prime edizioni di letteratura italiana del Novecento, fotografie, tavole originali dei grandi illustratori italiani del Novecento, quindicimila libri, «tremila tomi molto rari (una prima edizione dei Canti orfici di Dino Campana e una prima edizione degli Ossi di seppia di Eugenio Montale) e 12 mila volumi che Mughini chiama “da lavoro”» (Mirella Serri). Nel soggiorno della casa dove stava prima, aveva una ventina di cassette pornografiche poggiate nel soggiorno e gli ospiti, che non chiedevano mai di vederle, andandosene, non parlavano d’altro. Ma che collezioni anche il porno è falso • «Ogni tanto affiora uno degli oggetti preziosi che compongono quello che i suoi amici chiamano il “Muggenheim”; perché la “casa romana” è anche un museo che, com’è scritto sulla parete d’ingresso, “onora Gaetano Pesce, Leonardo Sciascia, Ico Parisi, Giuseppe Prezzolini, Bruno Munari, Andrea Pazienza, Alessandro Mendini, Beppe Fenoglio, Giorgio Caproni”» (Aldo Cazzullo) • In vita sua ha rubato due libri: uno alla Maspero di Parigi («Ancora me ne vergogno, e tanto più perché era un libro che non mi interessava particolarmente tanto che a tutt’oggi non l’ho mai letto né sfogliato, e adesso non so più in quali meandri della mia biblioteca sia andato a finire») e un altro, Le Mouvement communiste en France di Léon Trotsky, sempre da una libreria francese (Un tomone che costava la bellezza di 58,55 franchi, una somma con cui allora mi nutrivo quattro giorni alla mensa della Cité Universitaire […] Non cerco giustificazioni. È andata così. Ne chiedo perdono al Dio dei librai») [Nuovo dizionario sentimentale] • Non legge «i libri che stanno in cima alla classifica dei più venduti». Motivo: «Se un libro si vende a centinaia di migliaia di copie, ai miei occhi diventa un libro “puttano” e perciò mi cade la voglia di leggerlo». Tra quelli mai sfogliati: «Il primo di Umberto Eco, quello della Tamaro, i testi di Andrea Camilleri» • Comprò per 55milioni di lire «le due litolatte dei futuristi […]. Pagai con degli assegni postdatati» [a Vecchio, cit] • Giampiero Mughini ama le scarpe dei designers Martin Margiela e Carlo Christian Poell [Serri, Sette 2006].
Politica «Oggi per chi vota? “Pd. Vorrei votare per Renzi, che è l’unico fuoriclasse sulla scena del centrosinistra, il suo partito però è inesistente”. Cosa pensa di Enrico Letta? “Non capisco come si possa dire che servono due donne capigruppo. La Thatcher è diventata tale perché era la più brava di tutti. E lo stesso Nilde Iotti, Emma Bonino, Hillary Clinton. Credo che Elsa Morante e Marguerite Yourcenar si sarebbero sentite offese di fronte a un discorso di quote” […] Come valuta i primi passi di Draghi?
“È uno che può dire che Erdoğan è un dittatore senza prendere pernacchie. Ho sempre reputato Conte un avvocaticchio che se la cava, ma la cui autorità è zero”. Conte non ha il merito del Recovery? “Quei soldi li avrebbero dati anche a me e a lei”. Che Paese è oggi l’Italia? “Rovinato dalla frattura provocata da Tangentopoli. Ha distrutto le storie politiche che avevano innervato i partiti a cui dobbiamo la ricostruzione del Paese, la Dc, il Pci, il Psi: un periodo strepitoso”. Non ci siamo più ripresi? “Dopo sono arrivate figure modeste, è rimasta la protesta di Bossi e Grillo. Non capisco come il 32 per cento abbia potuto votare per i Cinquestelle. Se uno vede Di Battista e Di Maio capisce che è gente che non ha una storia. L’80 per cento dei neoeletti grillini nel 2013 non aveva mai compilato una dichiarazione dei redditi”. A 80 anni cosa ha capito degli italiani?Siamo il popolo che osannava Mussolini e che il 26 luglio si scoprì antifascista”» [Vecchio, cit].
Titoli di coda Com’è il rapporto con la tua memoria? «Eccellente, non dimentico soprattutto gli insulti» [a Gnoli, cit].