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 2021  maggio 04 Martedì calendario


Berlino sfida la Via della Seta

Berlino
La Cina finisce nella morsa di Washington e della Germania mentre i ministri degli Esteri dei G7 si incontrano a Londra. Il doppio affondo arriva con un’intervista del Segretario di Stato americano alla «Cbs». Antony Blinken da una parte ribadisce che «gli Stati Uniti non si possono permettere di non trattare con la Cina», ma dall’altra sottolinea la pericolosità per l’ordine globale rappresentata dalla Cina, definito «l’unico Paese al mondo che ha la capacità militare, economica e diplomatica di minare o sfidare l’ordine basato sulle regole che noi siamo determinati a difendere». «La Cina – ha aggiunto – ritiene di poter essere e di dover essere in futuro il Paese dominante nel mondo, e pensa che lo sarà».
Ed è su questi ultimi passaggi che s’inserisce la mossa di Berlino che raccoglie il guanto di sfida lanciato da Pechino con la Via della Seta, e invita la Commissione europea a trovare una via europea al confronto con la Cina. La richiesta rivolta a Bruxelles è contenuta in un documento riservato pubblicato da «Handelsblatt» e redatto dal ministero degli Esteri tedesco il 21 aprile scorso, una settimana prima del vertice di governo congiunto sino-tedesco del 28 aprile. Attraverso la «Belt and road initiative», Pechino sta cercando di creare «strutture sino-centriche parallele alle istituzioni multilaterali, che non sono nel nostro interesse», sostiene il documento. Sta usando l’iniziativa «per estendere l’influenza politica a livello globale, per dare una propria impronta agli standard e alle norme mondiali, e per avanzare nella politica industriale, specialmente promuovendo le imprese di Stato». Critiche non nuove da parte di Berlino, ma che stavolta si sommano ad una seria accusa a Bruxelles, colpevole – secondo la diplomazia tedesca – di essere rimasta impantanata in un dibattito giuridico che sta facendo perdere tempo prezioso, impedendo «di mettere a frutto il suo potenziale» nei confronti di Pechino. Nonostante un «impegno verbale» della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, l’attuazione dei piani è «generalmente incerta». Quali piani? Il governo tedesco spinge Bruxelles in direzione di una «strategia di connettività Ue ambiziosa, visibile e globale», «un importante strumento globale per l’affermazione dei valori, degli standard e degli interessi europei, anche nella competizione sistemica con la Cina».
Già a luglio scorso i ministri dell’Economia Peter Altmaier, dei Trasporti Andreas Scheuer e degli Esteri Heiko Maas avevano invitato la Commissione europea a proporre progetti infrastrutturali di largo respiro, in modo da raggiungere «uno sviluppo basato sulle regole e sostenibile della connettività» con iniziative che «promuovano gli interessi geostrategici, economici e dei valori Ue, garantendo al contempo la sovranità economica e politica dei Paesi destinatari». In particolare nei settori delle infrastrutture energetiche, dei trasporti e della comunicazione dei dati.
Al momento però i piani non sono decollati, e da qui la critica aperta verso Bruxelles: «La difficoltà viene prima di tutto dalla reticenza della Commissione». Servirebbe una strategia «ancorata ad alti livelli nella Ue e comunicata all’esterno con chiarezza», in altre parole – sintetizza Handelsblatt – l’Europa avrebbe bisogno di un incaricato alle infrastrutture, uno zar della connettività.
La Cina è considerata dalla Germania «un partner commerciale, un competitor economico e un rivale sistemico», secondo il deputato della Cdu Johann Wadepuhl.
Ma sul progetto della Via della Seta, che avrà nella città di Duisburg uno dei suoi terminali, non mancano le critiche per il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, della protezione dell’ambiente, e per le condizioni di credito che hanno reso i Paesi finanziariamente più deboli dipendenti dalla Cina. Ora, l’Unione europea avrebbe denaro per contrastare questo rischio: si tratta dei circa 80 miliardi a disposizione della politica di vicinato, di sviluppo e per la cooperazione. Il ministero degli Esteri consiglia di «coinvolgere il settore privato e cercare il coordinamento con i donatori internazionali» per produrre un effetto leva, insieme ad un ruolo centrale che potrebbe essere giocato dalla Banca europea per gli investimenti.—