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 2021  maggio 04 Martedì calendario


Intervista a Barbara Sukowa


Un talento fiammeggiante, speso tra cinema, teatro, musica e tv, con la carica di un’eterna ribelle che sa sempre sfuggire luoghi comuni e semplificazioni. Al traguardo dei 71 anni, Barbara Sukowa, la diva di origini russe nata a Brema, lanciata da Werner Fassbinder e Margarethe Von Trotta, e poi diretta da Michael Cimino, John Turturro, David Croneneberg, Lars von Trier, si presenta con un film che, sotto la patina del sensibile racconto intimista, svela un’anima esplosiva. Al centro di Due, regia di Filippo Meneghetti (ieri sera al «Sacher» di Roma, presentato dal regista insieme a Nanni Moretti, in anteprima sull’uscita nelle sale fissata per domani con «Teodora»), c’è la «storia di una sfida e di una passione insieme dolce e caparbia», un grido potente contro chi prova a spezzare l’amore tra Nina (Barbara Sukowa) e Madeleine (Martine Chevallier) due signore in età che non possono fare a meno l’una dell’altra.
Che cosa l’ha spinta ad accettare l’offerta di Meneghetti?
«Appena l’ho incontrato mi sono chiesta “ma come mai un uomo così giovane è così interessato a raccontare la vicenda di due lesbiche anziane?”. In genere questo tipo di argomento viene considerato di richiamo solo se riguarda donne omosessuali, giovani e belle. Mi ha sorpresa la passione del regista per la storia e il fatto che ci tenesse tanto ad avere proprio me. Quando abbiamo iniziato a parlare della sceneggiatura sapevo di non essere disponibile perché ero già impegnata con una serie tv in America, ma Meneghetti mi ha detto che mi avrebbe aspettata. Insomma, ho avuto l’impressione che per lui il film fosse davvero importante».
In che modo ha affrontato il suo personaggio sul set?
«Il regista voleva che apparissimo come due donne vere, consapevoli dei loro anni, dei loro corpi, delle loro rughe, ma non per questo meno attraenti. Questo sguardo mi ha comunicato una gran fiducia e poi credo sia giusto trasmettere oggi, specialmente alle ragazze, oppresse dall’imperativo della bellezza a tutti i costi, il concetto che ci possa essere vita e amore anche dopo la giovinezza».
In che modo sceglie i suoi ruoli in questa fase della carriera?
«Le decisioni dipendono da tanti fattori diversi. Certe volte da quello che ho fatto prima, perché cerco di non ripetermi, altre dall’originalità del ruolo, altre ancora dalla voglia che ho di lavorare con quel determinato regista o con determinati attori, insomma sono ragioni che cambiano ogni volta».
Che cosa ha significato per lei recitare con Werner Fassbinder?
«Mi ha dato la possibilità di emergere a livello internazionale, con lui ho girato l’America e l’Europa, ho potuto farmi conoscere all’estero, ma non è stato lui l’incontro fondamentale della mia carriera. Per me ha contato molto di più quello con Margarethe Von Trotta, abbiamo fatto insieme tanti film significativi e siamo diventate amiche strette».
Con Von Trotta è stata anche Hannah Arendt, un personaggio complesso. Come l’aveva affrontato?
«Ho fatto un sacco di ricerche e ho anche dovuto prendere lezioni da un professore per capire bene chi fosse e cosa avesse fatto il filosofo tedesco Martin Heidegger, non avevo mai sentito parlare di lui prima. È stato molto stimolante, mi attirano sempre le figure di donne che osano, che fanno cose mai fatte prima, anche estreme, e che, con il loro esempio, provocano cambiamenti».
Pensa che, negli ultimi tempi, qualcosa sia realmente mutato per le donne che fanno cinema?
«Non so come sia la situazione in Italia, ma in America, grazie alle serie tv, ci sono molte più opportunità di lavoro rispetto al passato, servono attrici di età diverse, non solo giovani. Insomma, qualcosa sta cambiando».
Pochi giorni fa una regista ha vinto l’Oscar, la considera una vittoria?
«Non tendo a dividere l’umanità in categorie, uomini e donne, quello che mi interessa è il talento, a prescindere dal sesso. Non so rispondere a questa domanda, sono un po’ stanca delle etichette, credo che oggi le donne abbiano grandi possibilità da sfruttare e non ritengo sia utile focalizzarsi sul genere, maschile o femminile».
Qual è il suo prossimo impegno?
«Verrò a girare in Italia, a Roma, tra un paio di mesi. Si tratta di una serie basata su un libro, un thriller ecologico che riguarda l’oceano. Ho accettato perché penso che la storia contenga un messaggio valido».
I cinema stanno riaprendo, pensa che riusciranno a sopravvivere allo streaming?
«Non ne ho idea, non so cosa la gente avrà voglia di fare, so solo che io e i miei amici non vediamo l’ora di tornarci». —