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 2021  maggio 04 Martedì calendario


Intervista a Diego Abatantuono


«Scusi la voce bassa ma ho gridato talmente tanto alla festa dello scudetto del Milan...», scherza sarcastico. Nel sottofondo fatto di cinguettii di uccelli, abbaiare di un cane e rumore di un trattore, Diego Abatantuono, 65 anni, commenta dalla casa in campagna il David di Donatello alla carriera che gli consegneranno l’11 maggio. Una filmografia lunga 45 anni e 80 film (l’ultimo 10 giorni con Babbo Natale, ma ne ha già girato un altro): «Sono felice. Che la carriera sia lunga lo certificano lo specchio e la carta d’identità. Premi, pochi. Avrebbero dovuto darmeli quando ero giovane per quel personaggio lì, di Eccezzziunale veramente, Attila, I fichissimi. Ne sarei stato felice e me lo sarei meritato».
C’è andato vicino con altri film.
«Sembrava dovessi vincere la Coppa Volpi a Venezia per Regalo di Natale, prima con l’insieme del cast, poi io, poi ha vinto Delle Piane. Con Il toro di Mazzacurati dovevo vincere io, poi l’insieme – io e Roberto Citran e il toro – poi ha vinto Citran. Poi Per amore solo per amore di Giovanni Veronesi, ero San Giuseppe, Haber faceva un muto: dopo il toro e Citran e Haber muto, perché alla fine ha vinto lui, mi acconto dell’Oscar con Salvatores per Mediterraneo. Il David mi rende orgoglioso. Ma quando mi dicono che i miei figli Marco e Matteo sono fantastici, penso che il top sono i riconoscimenti alla carriera di genitore, poi viene quella di amico e al terzo posto, con piacere, il lavoro».
Ha debuttato sul set prima che nel cabaret al Derby.
«A vent’anni accompagnai i Gatti di vicolo Miracoli al casting di Romolo Guerrieri in un hotel: mi volle per il poliziottesco Liberi, armati e pericolosi. Due lire mi facevano comodo e accettai. Non pensavo minimamente di fare l’attore».
Poi c’è stato “Saxofone” di Pozzetto, con il gruppo del Derby.
«C’erano tutti, anche se era difficile capirlo, con lo stile di Renato era dura vedere le facce degli inquadrati...».
Il suo “terrunciello” incarnava una tipologia di italiano.
«L’ho inventato a vent’anni, in modo istintivo, era un primo leghista a Milano, voleva essere milanese al cento per cento e discriminava altri meridionali ma in modo buono. Mi ha fatto piacere quando Pio e Amedeo nel loro show hanno parlato del modo in cui vengono usati i temini, “terrone” allora era affettuoso».
Veramente c’è stata una grande polemica.
«Non lo sapevo. Non credo abbiano offeso qualcuno, solo fatto un ragionamento su come si dicono le cose. Hanno ribadito che è più importante la sostanza dell’apparenza: c’è chi in modo non offensivo può sbagliare la parola, e chi in modo offensivo usa la parola giusta. Non mi sembrava un tema da polemica. Mi hanno anche fatto ridere, sono stati divertenti».
Dei suoi primi successi al cinema,
qual è il film preferito?
«Tolgo dal blocco Eccezzziunale, Attila, I fichissimi e scelgo Eccezzziunale veramente- Capitolo secondo...me che li riassume, fatto anni dopo da Carlo Vanzina».
Con Monica Vitti il primo ruolo importante, “Tango della gelosia”.
«Monica e Steno vennero al teatrino che avevo affittato a Roma per farmi vedere. La prima sera pieno di amici e colleghi, poi il vuoto. Ma servì allo scopo. Le commedie sui tradimenti stavano tramontando, Pozzetto e Villaggio avevano mosso le acque e servivano personaggi nuovi.
Ampliarono la mia parte di guardia del corpo. Andò molto bene».
"Regalo di Natale”, la svolta.
«La malaugurata gestione della prima parte della mia carriera, 12 film in due anni, fu uno scempio, esaurì una vena. Senza fare paragoni, è come se Zalone dopo il primo successo avesse fatto una dozzina di film: lui è intelligente e maturo, io avevo vent’anni e una manager che pensava agli affari suoi. Aspettavo un cambiamento ed è arrivato Avati, un secondo padre».
Ha girato “Un ragazzo di Calabria” con Comencini e Volontè e due film con Giuseppe Bertolucci.
«Lo stesso giorno mi proposero Un ragazzo e Soldati con Marco Risi, pensai che non mi sarebbe ricapitato di lavorare con Volontè. Comencini era affaticato ma lucidissimo, Gian Maria un genio. Con Bertolucci un bel rapporto, persona di grande cultura.
Su quei set ho conosciuto la mia attuale moglie, era aiuto scenografa».
"Concorrenza sleale” con Ettore Scola.
«Eravamo amici da prima, ci facevamo gli auguri il 25 aprile, la nostra festa preferita. Ho passato ore a farmi raccontare quel periodo in cui avrei voluto vivere io».
Rimpianti?
«No, ti fanno vivere male. Se ho fatto una scelta ci sarà un motivo. Non ho fatto un film con Avati perché avevo altri impegni e promesso ai figli che li avrei portati al mare. Il papà di Giovanna lo ha fatto Silvio Orlando che ovviamente ha vinto la Coppa Volpi. Ho fatto cento film, se ne ho saltato qualcuno non credo che avrebbe cambiato la mia vita».
Con Salvatores è stato un viaggio lungo, tanti film in giro per il mondo, l’Oscar a Mediterraneo.
«Se penso a lui lo ricordo con il cappellino di lana a Marrakech nel deserto, in Grecia, in Messico, tanti anni e film insieme. Una grande amicizia, un affetto, un pezzo di famiglia in comune».
A chi dedicherà il David?
«Dovrei fare l’elenco di tutti quelli cui voglio bene, ma vorrei dedicarlo ad amici che non ci sono più. Come Fabio, autotrasportatore che ha lavorato una vita e aspettava di avere tempo libero per stare più con noi. A un passo della pensione l’abbiamo perso. La dedica più importante è per lui».