Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  maggio 04 Martedì calendario


Tutta colpa di Picasso che disse addio alla bellezza

Oggi può capitare di entrare in un museo e vedere una macchina che produce cacca ( Cloaca di Will Denvoye), oppure un lucente bambolotto che lancia sperma dal suo enorme fallo (scultura di Murakami a Punta della Dogana) o gli osceni pupazzi di Paul McCarthy. La bellezza, si sa, non è più al centro degli interessi dell’arte da molto tempo. Ma quando è avvenuto il divorzio? Quando è successo che pittori e scultori hanno smesso di inseguirla? C’è un responsabile, e addirittura un’opera, che abbiano sancito la rottura? Giuseppe Di Giacomo nel suo La bellezza abbandonata (il Mulino) è sicuro di sì: il colpevole è Picasso quando dipinge Le demoseilles d’Avignon. Certo, il Cannibale sente lo spirito dei tempi: non è il solo a rivolgersi all’arte primitiva per restituire vigore all’esangue arte europea, tutte le avanguardie novecentesche cercano nuove strade che superino la piacevolezza e i conforti mimetici della pittura. Negli stessi anni, Boccioni conia l’Antigrazioso: la separazione dalla bellezza non è un atto unico. È un lungo addio, pieno di protagonisti. Ma le cinque prostitute di Avignone (il primo titolo era Le bourdel philosophique) ne sono il simbolo, incarnano lo spartiacque. Il passaggio è talmente voluto da essere visibile all’interno dello stesso quadro: le prime tre figure sembrano quasi classiche a confronto delle ultime due di sinistra, i cui volti sono deformati, sgraziati, stravolti. Come se il padre del Cubismo fosse giunto solo all’ultimo alle estreme conseguenze che cercava.
È una rivoluzione tutta interna alla storia della pittura. Il saggio di Di Giacomo è bello perché spiega la genesi del quadro, parla dei maestri che Picasso guarda, da El Greco a Ingres, da Manet a Gauguin fino al gran padre Cézanne, inquadra premesse e conseguenze teoriche, racconta la accesa rivalità con Matisse, che con il suo Le bonheur de vivre aveva spiazzato tutti appena un anno prima. Le damigelle nascono da un lungo corpo a corpo del pittore con l’opera, che si trasforma via via nell’atelier: i bozzetti ne descrivono la lenta metamorfosi verso l’esagerazione definitiva. Quando esce dallo studio non è più un quadro, è un esorcismo. È Picasso stesso ad affermarlo, raccontando, molti anni dopo, l’illuminazione avuta davanti alle sculture primitive, maschere e feticci, esposte al museo del Trocadèro. «Erano armi... per aiutare la gente a non essere più soggetta agli spiriti... se diamo una forma agli spiriti, diventiamo indipendenti».
Dunque l’artista è uno sciamano e la tela è il suo incantesimo per affrontare gli orrori del mondo: questo ne spiega e giustifica la bruttezza. Ma, per quanto siano una pietra miliare, Les Demoseilles sono solo un episodio nella frenetica corsa di Picasso attraverso ogni forma possibile di pittura: pochi anni dopo è già tornato a dipingere forme assai più classiche. D’altronde la bellezza è una dea veloce, in continuo movimento, che si sveste sempre dei canoni che i secoli gli cuciono addosso. Quelle cinque ragazze sono diventate da tempo meravigliose agli occhi di tutto il mondo. Difficile imputar loro l’estetica del disgusto, anzi dell’Immondo (copyright Jean Clair) che si affaccia oggi nei nostri musei.