Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  maggio 04 Martedì calendario


Rai, la rivoluzione può attendere

Nella condizione dell’Italia di oggi, la riforma della Rai non può essere la priorità del presidente del Consiglio.
Prima ci sono da riannodare i fili di un Paese lacerato: la campagna dei vaccini, un piano economico da mettere in atto senza sprecare investimenti miliardari, il lavoro da promuovere, un collasso sociale da evitare. Ed è chiaro che c’è anche un’altra priorità: restituire alla magistratura la credibilità perduta nei gorghi di una lotta di potere opaca e infinita.
In questo vasto dramma – e al di là del merito del ddl Zan – la vicenda di Fedez, “influencer” con milioni di seguaci elettronici, accesa dal battibecco intorno un’ipotetica “censura” subita dalla Rai, dimostra due cose. La prima è la singolare tendenza della politica a farsi trascinare sul terreno scelto dai personaggi dello spettacolo. Come dire che la rinuncia a un ruolo di indirizzo dell’opinione pubblica, anche sul piano culturale e di costume, è sostituita dal meccanismo dei “like” tipico dei “social”.
I politici rincorrono gli abili intrattenitori e la loro popolarità, con ciò abdicando a una tradizione che per la verità è già spenta da tempo. Non si può dar torto a una persona seria come Pierluigi Castagnetti, esponente di rilievo della Prima Repubblica, quando si domanda: «Ma vi pare che in questo momento difficilissimo l’intero sistema politico debba ruotare intorno alla telefonata di Fedez?».
Interrogativo retorico e sconsolato, ma Castagnetti è il primo a sapere che di affari Fedez ce ne saranno altri nel prossimo futuro se lo stesso sistema oggi disorientato non saprà ritrovare un baricentro. Il secondo aspetto riguarda la coincidenza per cui la polemica del Primo Maggio esplode proprio in vista del rinnovo dei vertici Rai. Ancora una volta si solleva il coperchio sull’ente pubblico e per l’ennesima volta si scopre ciò che è noto: le anomalie e le degenerazioni di un assetto che ha perso la sua ragion d’essere ed è funzionale in modo quasi esclusivo agli interessi dei partiti: di sinistra, destra e centro.
Più di vent’anni fa fu un leader progressista che si chiamava Romano Prodi a rompere il tabù e a porre la questione di una Rai privatizzata, come tale sottratta alle manovre delle fazioni.
La mossa fece scalpore, ma non ebbe seguito. Alcuni anni dopo Prodi tornò sul tema proponendo di dividere in due la Rai, una parte commerciale privata e una di autentico servizio pubblico.
Si era nel pieno della contesa intorno all’egemonia televisiva di Berlusconi e l’iniziativa prodiana mirava a contrastare il potere di Mediaset (era l’epoca della legge Gasparri).
Anche in quell’occasione non se ne fece nulla: destra e sinistra, con argomenti in apparenza diversi, dissero “no”.
Giovanni Sartori fu uno dei critici della proposta di Prodi, ma da un punto di vista liberale. Egli propose un’autorità indipendente sul modello francese oppure uno schema all’inglese (la Bbc ) per frenare i partiti nel segmento destinato a rimanere statale. Ma tutto si arenò, come abbiamo visto. Oggi torna in auge il vecchio ritornello. Gli stessi politici che hanno occupato l’ente televisivo attraverso varie tornate di nomine scoprono di essere contrari alla “lottizzazione”.Ma è un gioco a somma zero, tutti contro tutti, che copre altri interessi. Draghi ha la possibilità almeno di nominare figure professionali di spessore senza estenuarsi in una trattativa con le forze politiche.
Ma per una vera rivoluzione altra acqua dovrà passare sotto i ponti.