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 2021  maggio 04 Martedì calendario


Come Fedez si è fatto azienda

Se si digita “Fedez” sui motori di ricerca, la definizione più comune è ancora «rapper italiano». In realtà Federico Leonardo Lucia (questo il suo nome all’anagrafe), milanese con origini lucane, è oggi molte cose insieme e molto di più di un semplice esponente del rap. Una specie di ’azienda’ multitasking, che spazia dalla televisione ai social, alla produzione di podcast e – come dimostra la vicenda del Primo maggio – non disdegna incursioni nella politica. Anche se ieri, rispondendo una per una alle critiche piovutegli anche dai politici, ha replicato: «Io non sono un vostro collega, forse non sono nemmeno un rapper. Se i lavoratori sono ancora sfruttati, la colpa è mia? Ora decurtate una parte del 2 per mille del vostro introito a favore loro». Al punto che si ha ormai l’impressione di trovarsi di fronte a un fenomeno mediatico in cui l’originario core business (la musica) conti relativamente meno, per lasciare spazio a un mosaico complesso dagli esiti (anche politico-partitici) ancora imprecisati e non facilmente prevedibili.
Di certo c’è che Fedez è stato per ben poco tempo, rispetto a suoi illustri colleghi, un rapper tradizionale secondo la ricetta made in Usa, poi esportata (dannazione, contestazione, ostentazione). Dai sobborghi del “non commerciale” è uscito presto, e l’istinto economico e mainstream è entrato nelle sue rime alla velocità della luce: a 25 anni era già una star della tv come giudice di X Factor, decisamente tra i più bravi a scovare chi avrebbe venduto. Nel giro di pochi anni la sua attività musicale in senso stretto – grazie anche al fortunato duo con J-Ax – si è mescolata al fiuto da talent-scout (Rovazzi, per dirne uno) e alle intuizioni da imprenditore dello spettacolo: lo strappo con la Siae, una propria etichetta con lo stesso J-Ax, la moda e mamma-tv, ovviamente.
Il vorticoso e repentino passaggio dal rap nudo e crudo allo showbusiness cambia Federico nella direzione e nei temi. I rapper underground, in realtà, non sempre sono prodighi di umanità verso le persone omosessuali. Nel 2011, ad esempio, Federico insulta Tiziano Ferro – che aveva fatto coming out – nel testo Tutto il contrario: «Ora so che ha mangiato più wurstel che crauti…», e volgarità discorrendo. Le scuse arriveranno – e meno male! – anni dopo, quando lo scivolone rischia di far deragliare il treno con destinazione Eldorado. E ieri lui ci è tornato sopra: «Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza. Ma poi sono cambiato, ho capito». A quel treno, il matrimonio nel 2018 con Chiara Ferragni aggiunge propellente eccezionale. Fedez e la più famosa delle influencer danno vita ai Ferragnez, una sorta di Truman show via social che tocca molti aspetti anche della loro vita privata. Occhio: Ferragnez significa che è Chiara il motore della nuova impresa con i suoi 23,4 milioni di followers e un’attività che l’ha portata addirittura nel Cda di Tod’s (è la sesta più pagata influencer al mondo).
La carriera musicale di Federico si appanna un po’, il sodalizio con J-Ax si scioglie, Chiara oggettivamente straripa, orienta e incassa. Di Fedez rischia di restare solo la “z” che chiude la formula Ferragnez. Poi il rilancio quest’anno, tornando alle origini, alla musica, con il secondo posto nel nazionalpopolare Sanremo insieme a Francesca Michielin. Significative le lacrime di Fedez durante la prima serata, a riprova di una emotività che il 32enne milanese inizia a tirare fuori sempre più spesso, anche in contrasto con l’immagine da cinico stronca-carriere che lo ha accompagnato nei primi anni a X Factor. Il rilancio funziona, anche spinto dal tifo influente da casa di Chiara (non sufficiente, però, ad agguantare la Vittoria, come qualcuno dice avevano programmato in vista della nascita della secondogenita, che ha proprio questo nome). A seguire arriva il successo clamoroso di Lol, esperimento comico condotto insieme con Mara Maionchi. E si tratta di un exploit ancora più eclatante in quanto ottenuto su una piattaforma streaming e non su una tivù in senso classico. Dunque, nella scia di Lol, che ha reso popolare il rapper anche tra gli adulti, si può collocare l’affondo del 1° maggio. Con una domanda che, come direbbe Antonio Lubrano, sorge spontanea: semplice attivismo per restare sulla cresta dell’onda o strategia sapientemente pianificata? A Sanremo il rilancio, con Lol la centralità, al Concertone il messaggio finale. Con i social a fare da assemblatori del puzzle. I numeri farebbero propendere per quest’ultima ipotesi. Complessivamente, infatti, in una trentina di ore le citazioni on-line relative a Fedez sono state più di 487mila, i cui contenuti hanno coinvolto (fra like, condivisioni, commenti) 4,1 milioni di persone. E allora quale potrebbe essere l’approdo del percorso?
Va notato infatti che la politica non è l’ultima evoluzione del personaggio- Fedez. Viene da più lontano. Nel 2014 il rapper scrive l’inno del M5s. Una chiara presa di posizione.
Non sono partito, è il titolo. «Dalla marcia su Roma al marcio su Roma c’è solo un Movimento che va avanti all’infinito». E più di recentemente conMuschio selvaggioaffronta (insieme al co-conduttore Luis Sal) problemi di grande complessità condendoli dei luoghi comuni.
Ora che il Movimento evapora tra le tensioni interne e i guai di Grillo, secondo alcuni Fede si è messo in proprio. Presto, molto presto per dirlo. Di certo a Milano lui e Chiara tirano’ mettendo la faccia anche su opere benefiche (nel 2020 la loro raccolta fondi per le terapie intensive ha raggiunto 17 milioni). «Il nuovo Grillo», lo definisce ora lo stesso mainstream che ha ’ripulito’ il rapper dai tratti più duri. Ma Milano fa rima con Casaleggio, non con Grillo. E lui sembra aver imboccato una strada simile a quella di Casaleggio jr: mollare partiti e movimenti, raccogliere cittadini su una singola causa,
single issue, e mettere su quella causa tutta la forza che si ha. Bombardando. Semplificando. Facendo a polpette le idee diverse. Una strategia del vaffa 4.0, forse ancora più inquietante, perché si può dirigere (a piacimento o a pagamento) contro o a favore di chiunque, senza nemmeno dover sciorinare una visione – discutibile quanto si vuole ma comunque globale - del Paese.