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 2021  maggio 04 Martedì calendario


Intervista a Tredici Pietro, figlio di Gianni Morandi

Che credibilità potrebbe avere il figlio rapper di quello che è probabilmente il cantante pop italiano per antonomasia, amatissimo dalle mamme, dalle zie e dalle nonne? Da quando ha iniziato a pubblicare i suoi pezzi sul web, Tredici Pietro se lo è sentito ripetere più volte. Il primo, Pizza e fichi, uscì nel 2018. Morandi Jr. – i tredici del nome d’arte erano i componenti della sua cerchia di amici – aveva 21 anni. Tute fluo, pose da trapper ma volto da bravo ragazzo (e occhialetti da nerd). Gli squali della scena lo schernivano, il pubblico pure: per tutti il figlio di Gianni Morandi non era altro che un divertente fenomeno del web. Quella credibilità che non aveva l’ha conquistata singolo dopo singolo, da Piccolo Pietro a Vestiti d’odio (16,9 milioni di stream su Spotify). Lottando contro i pregiudizi: «Il cognome? Facendomi odiare dagli altri rapper mi ha anche aiutato, dandomi una spinta», dice lui, che ha appena pubblicato il suo secondo Ep, X questa notte (Jive Records/Epic), sette pezzi in cui racconta il ritorno alla scrittura dopo un blocco creativo.
Colpa del lockdown?
«Sì. L’ho vissuto malissimo. La staticità in cui tutti ci siamo ritrovati mi ha privato dell’ispirazione. Ho provato anche a trasferirmi da Bologna a Milano insieme alla mia ragazza, ma è cambiato poco. Ero arrivato al punto di credere di non avere più nulla da dire: una sensazione bruttissima».
Se sei a terra non strisciare mai, se ti diranno sei finito non ci credere: devi contare solo su di te, cantava qualcuno...
«Io ho avuto la fortuna di trovare Andrea (Andry The Hitmaker, produttore e dj italo-ivoriano classe 95, ndr): a dicembre ci siamo dati appuntamento in studio a Milano per provare a fare musica insieme, siamo rimasti chiusi lì per un giorno intero, un pezzo dietro l’altro. Mi è bastato avere un complice per ritrovare la scintilla che avevo perso».
Perché un Ep e non un album vero e proprio?
«Ultimamente la musica è diventata un fast food. Io ragiono alla vecchia maniera: l’album è un biglietto da visita, un manifesto. E per farlo bisogna avere quella maturità che io ancora non ho».
Suo padre il primo lo incise a 19 anni, nel 63. Lei a 24, nell’era dei tiktokers che diventano fenomeni della discografia a 16, non si sente ancora pronto?
«Il pop è un mondo complesso: quando ne entri a far parte, cominci a fare i conti con responsabilità pesanti. Io non voglio bruciare le tappe. Mio padre a causa del successo precoce non ha avuto una vita normale: da quando ha 16 anni non può camminare per strada senza essere fermato».
Gli ha mai chiesto consigli?
«No. È stato lui, quando ha scoperto che registravo canzoni, a sconsigliarmi di provare a sfondare nel mondo della musica. Lo ha fatto per il mio bene: La fama è un’arma a doppio taglio, non la puoi controllare, mi ha detto (nel 2019 in un’intervista a Vanity Fair ha confessato di aver incontrato uno psicologo per un paio d’anni per allontanare il peso della presenza del padre, ndr). Non gli ho dato retta».
Come sta dopo l’incidente?
«Si è ripreso: con la fisioterapia tornerà come prima».
Il primo che ha creduto in lei?
«Un amico che mi ha aiutato a realizzare il mio primo video: gli ho dato 200 euro. Tutti gli altri sono arrivati dopo il boom sulle piattaforme».
Si è mai sentito dare del raccomandato?
«Certo. I rapper e i seguaci della scena mi dicevano che non ero artisticamente credibile, che non conoscevo il disagio, la strada, perché cresciuto in un ambiente agiato. Essere il figlio di Gianni Morandi inizialmente mi ha aiutato, ma poi penso di essere riuscito a dimostrare di avere delle capacità e cose da dire».
Anche con coraggio. In Funerale, incisa con gli Psicologi, rappava: A morte tutti i bracci tesi, vi voglio vedere appesi. Perché prese di posizione del genere non ci sono nei dischi dei suoi coetanei?
«Perché hanno paura di perdere numeri e follower. Magari anche un De André, oggi, perderebbe milioni di seguaci con le sue canzoni: ai suoi tempi questo tipo di tangibilità non c’era».
Quanto ne sa di De André?
«Poco. Ho fatto il suo nome ma avrei potuto fare anche quello di Gaber. Non cito Battisti perché lui su questi temi non si esponeva».
Sembra esperto.
«Neanche tanto. Guardo più al rap americano: il disco che mi ha cambiato la vita è My Krazy Life di YG».
Il rap italiano è impegnato?
«Poco. Fortuna che ci sono personaggi come Massimo Pericolo o Marracash: un pezzo come Quelli che non pensano è prezioso. Evidentemente il pubblico vuole spensieratezza, ma bisogna anche avere il coraggio di andare controcorrente».