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 2021  maggio 03 Lunedì calendario


Walter Veltroni racconta il caso Moro

Quell’automobile traforata di colpi, quei giornali sparsi sul sedile posteriore, quel corpo coperto da un lenzuolo, quel rivolo di sangue che attraversa l’asfalto di via Fani. Immagini, impresse nella nostra memoria, che scandiscono un passaggio d’epoca. Come Jacqueline Kennedy che cerca di afferrare, sul cofano posteriore della Lincoln Continental (un marchio che era un presagio), i brandelli del cervello del marito, come Ceausescu che ascolta sorpreso i fischi giungere dalla folla che lo aveva sempre idolatrato, come l’arrivo del secondo aereo, inquadrato dal basso, che si abbatte contro una delle Torri gemelle. Sequenze di pochi frames nelle quali è racchiuso il farsi del tempo storico, il passaggio da un’epoca all’altra. Come aver assistito in diretta alla Notte dei cristalli o all’assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo (un luogo che era un presagio).
Quel giorno, il più importante della storia italiana del dopoguerra, con la strage della scorta di Aldo Moro e il suo rapimento, il corso della vicenda politica e istituzionale di questo Paese è cambiato. Esiste, come per i grandi passaggi d’epoca, un prima e un dopo.
Pochi secondi e tutto cambia, per anni.
C’è qualcosa di chirurgico, in azioni come quelle di via Fani. Si colpiscono degli esseri umani, in primo luogo gli agenti di scorta, e quelle pallottole fanno un giro complicato, con traiettorie che sembrano impossibili.
Ma arrivano dove devono arrivare.
Quei colpi sparati dalle mitragliette dei brigatisti volano fino a piazza del Gesù, dove colpiscono Benigno Zaccagnini e poi sterzano repentinamente verso via delle Botteghe Oscure dove, al secondo piano, lavora nel suo ufficio Enrico Berlinguer.
Un intero disegno politico, durato anni, va in frantumi distrutto da quelle pallottole. Doveva essere, nelle intenzioni di Aldo Moro, una seconda fase della storia repubblicana in cui la collaborazione tra i due grandi partiti – che avevano raccolto, alle elezioni del 1976, il 73 per cento dei voti degli italiani – si rendeva obbligatoria, per governare il Paese. Certo, la Dc avrebbe ancora potuto cercare di dar vita a un quadripartito tradizionale, ma il Psi non era disponibile. L’Italia era spaccata a metà e Moro voleva uscire dalle sabbie mobili della fase degenerativa di un centrosinistra che si dibatteva tra instabilità e inefficienza. (...)
È tutto strano, tutto sporco, nella vicenda Moro. Nessuno, dopo più di quarant’anni, ha detto una verità risolutiva. In primo luogo i brigatisti che, nel caso migliore, devono difendere la coerenza di una autobiografia e nel caso peggiore rischierebbero molto se dicessero la verità. Non l’hanno detta coloro che hanno avuto la responsabilità delle indagini. Via Gradoli, il Lago della Duchessa, il ruolo della Banda della Magliana, la scelta di non pedinare gli autonomi con i quali i socialisti stavano cercando una soluzione, i consulenti americani che volevano Moro morto e il ruolo dei Servizi dell’Est. Steve Pieczenick, inviato al Viminale dagli Usa su richiesta italiana, non esiterà a dire, in un’intervista a Giovanni Minoli del 2013: «Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro». Per Sossi si era trattato, per l’assessore Cirillo anche, per il figlio del segretario del Psi De Martino pure.
E poi Andreotti che corregge il testo di un appello del papa, il comitato che si occupava delle indagini infestato da uomini della P2, il gioco pericoloso di Mino Pecorelli e la sua uccisione.
Troppi silenzi e troppi morti, in questa, ahimè, classica storia italiana della tanto ingiustamente rimpianta Prima Repubblica. Tutto strano, tutto sporco.
L’obiettivo del rapimento del 16 marzo era la funzione di cerniera e di innovazione che Moro aveva assunto in quel passaggio delicatissimo della storia nazionale. Alberto Franceschini, uno dei fondatori dell’organizzazione terrorista, in un’intervista mi disse chiaramente che l’obiettivo delle Br, prima e dopo il rapimento dello statista Dc, era far saltare il compromesso storico.
L’operazione Moro, da questo punto di vista, era chirurgica. Colpito lui, tolto di mezzo, quella prospettiva sarebbe svanita come neve al sole. Così fu. E persino la Dc, dopo pochi anni, venne travolta dalle sue contraddizioni, confermando una delle previsioni di Moro riguardo a una imminente «rovina» dello scudo crociato.
Moro aveva convinto a fatica una recalcitrante Democrazia cristiana a imboccare la via della collaborazione con il Pci. In lui era dichiarata l’intenzione di sperimentare una fase di collaborazione, di legittimare, dal punto di vista democratico e internazionale, lo storico avversario di sempre e poi di conoscere così una democrazia dell’alternanza, senza dover immaginare che una sconfitta elettorale della Dc, che certo lui in questo modo pensava di evitare, significasse un rischio democratico per un Paese occidentale.
Era un grande disegno.
Diciamoci la verità, il più grande dopo la Resistenza e la Costituzione.
Va ricordato il doloroso discorso che Moro tenne, quindici giorni prima di essere rapito, alla decisiva riunione dei gruppi parlamentari della Dc. Partì dal riconoscimento del fatto che «qualche cosa, da anni, è guasto, è arrugginito nel normale meccanismo della vita politica italiana». E poi, riflettendo sul risultato delle elezioni politiche del 1976, disse: «Abbiamo avuto una vittoria, ma non siamo stati soli. Anche altri hanno avuto una vittoria; siamo in due vincitori, e due vincitori in una sola battaglia creano certamente dei problemi».
Dopo aver ricordato la «flessibilità» della Democrazia cristiana, che ne ha assicurato l’egemonia nel Paese dal dopoguerra, Moro spiega perché, dopo i passaggi della non sfiducia e dell’accordo di programma che avevano caratterizzato l’avvio della legislatura, ci sia bisogno di fare un passo ulteriore: l’ingresso, a pieno titolo, del Pci nella maggioranza di governo. (...)
Moro sta parlando a tutti, non solo ai deputati scudocrociati che ha di fronte.
Parla al Pci, alle cancellerie.
Rassicura, garantisce.
Vuole evitare una rottura del suo mondo che manderebbe all’aria il suo disegno.
Per questo ha voluto Andreotti a capo del governo, per questo la Dc ha sfornato, in quelle ore, una composizione del governo che fa infuriare Botteghe Oscure per la totale continuità con i monocolore precedenti. (...)
La mattina del 16 marzo la Camera è riunita per la presentazione del nuovo governo.
Non per quell’evento passerà alla storia, il livido e piovoso giovedì di fine inverno del 1978. (...)
Berlinguer, come Moro, è angosciato da quello che rischia di sembrare il Comma 22 della politica italiana. Una stagione è finita e un’altra non può cominciare. Un governo di alternativa di sinistra scatenerebbe infatti una reazione violenta. Sul piano interno ma, ancor di più, su quello internazionale. All’amministrazione americana non importava di conoscere Gramsci e la fondazione dell’originalità del Pci della quale, non meno pericolosamente, i sovietici invece erano fin troppo consapevoli. E dunque l’idea che dei comunisti potessero condividere la partecipazione ai segreti della Nato, in un tempo di Guerra fredda ancora dominante, metteva tutti, come abbiamo visto, in grande agitazione. Nulla poteva essere escluso. Per diverse notti, alla metà degli anni Settanta, dirigenti delle organizzazioni democratiche dormirono fuori casa, su indicazione dei rispettivi partiti.
Il Pci era cosciente di questo e Berlinguer ebbe il coraggio di riaprire, aggiornandolo, un tema che aveva impegnato già la ricerca di Palmiro Togliatti: la politica delle alleanze. Tema che un partito comunista si pone solo se ha scartato l’idea della «presa del potere». (...)
Anche in Berlinguer, come in Moro, la forte discontinuità che viene proposta si accompagna a rassicurazioni verso la propria comunità. Contro la Dc, contro i «forchettoni», contro la politica centrista, il Pci aveva definito per decenni la sua identità.
Ora, improvvisamente, si indica la via di una collaborazione, di un «compromesso storico» con gli avversari di sempre. Per questo anche Berlinguer, per di più senza il bagaglio di prestigio e di autorevolezza interna che Moro aveva conquistato nei decenni, nell’avanzare la proposta che gli sta a cuore la inquadra in modo da farla sembrare non una svolta e non certo una rottura, ma qualcosa che si pone in perfetta continuità con una tradizione. Di qui le citazioni di Lenin e della Nep come dimostrazione del valore «della scienza dell’offensiva e della scienza della ritirata».
Moro e Berlinguer cercano di muovere i loro mondi, di portarli a incontrarsi, dopo decenni di conflitti asperrimi, ma si preoccupano, ambedue, di recapitare, a questo incontro, le loro grandi comunità non divise, non indebolite. (...)
Contro questa linea sparano le Br. Colpendo Moro mandano in frantumi tutto il progetto. E la politica italiana, come nella tensione di un elastico rotto, torna al punto di partenza.
Le Brigate rosse volevano il comunismo ma hanno prodotto il pentapartito. Volevano destabilizzare e hanno finito col ripristinare lo statu quo.
E loro stesse, per arrivare troppo vicino al sole, si sono bruciate le ali. È il destino drammatico delle api che se pungono, muoiono.