Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  aprile 27 Martedì calendario


Su "Faccio musica. Scritti e pensieri sparsi" di Ezio Bosso (Piemme)

La magnifica (e logorante) ossessione di Ezio Bosso è sempre stata la perfezione. Traguardo costante da raggiungere. Fors’anche da superare. Sul podio mentre dirigeva, quando suonava il pianoforte; anche davanti ai fornelli della casa di Bologna dove viveva, mentre cucinava i suoi celebri ragù. Il 13 settembre 2021 avrebbe compiuto 50 anni. Quasi sicuramente la perfezione non sarebbe riuscito a raggiungerla. E forse poco gli sarebbe importato. Avrebbe continuato a lottare. Lo aveva fatto fino agli ultimi istanti della sua esistenza. Quasi un anno fa, il 14 maggio 2020, Ezio Bosso a 48 anni si è spento. Consumato dalla malattia oncologica che gli era stata diagnosticata nel 2011; perché non si trattava di SLA come era stato riportato dai media e più volte da egli stesso smentito.

Uno dei tanti fraintendimenti che hanno costellato la sua esistenza, di uomo e di artista; contro i quali e assieme a una serie di pregiudizi ha dovuto costantemente lottare. Bosso, categoria musicisti, artista a tutto tondo. Perché nel contempo era direttore d’orchestra e compositore: di colonne sonore, partiture sinfoniche, musica da camera e per balletto.

Musicista “non accademico”

Giovane contrabbassista cresce all’ombra del podio di Claudio Abbado; si confronta con i mostri sacri della composizione contemporanea del XX secolo John Cage e Philip Glass, ma anche con direttori d’orchestra come Carlo Maria Giulini e George Prêtre. Pianista colto, ma dal successo pop: nel 2015 l’uscita di 12th Room, la Dodicesima Stanza, il suo primo album per pianoforte solo, diventa un caso, Disco d’oro per le circa 50 mila copie vendute. Ezio Bosso era il risultato di quello che la critica definiva un «percorso musicale non accademico», anche per la sua estrazione sociale: proveniva da una famiglia operaia di Torino, nato nella periferia dell’ex capitale sabauda. Un «ragazzino affamato di musica», come si descriveva. Rubava la chitarra al fratello maggiore e chiedeva ai suoi compagni di insegnargli gli strumenti che suonavano. Le lezioni di canto prese dalla figlia di una vecchia zia ex cantante lirica.

Il sogno, poi raggiunto, di salire sul podio della direzione d’orchestra. Ma tra gli intellettuali questo suo percorso non era mai stato vissuto come un personale fiore all’occhiello, piuttosto una sorta di Lettera scarlatta. «Un personaggio scomodo sia come artista sia come uomo. Capace però di trasformare le tante e continue frustrazioni derivate non solo dagli anni di ostracismo da parte di teatri e istituzioni musicali, in un motore propulsore. Come a voler dire: “Adesso vi faccio vedere io...”. Certo c’era rabbia, ma quella sana che ti fa andare avanti», ricorda Tommaso Bosso, il nipote, figlio di Fabio, il fratello maggiore del musicista.

Sanremo: un caso mediatico

«Nell’ultimo periodo della sua vita, già immobilizzato sulla sedia a rotelle, mi diceva con amara ironia: “Quando parlo o suono è come se con il dito indicassi agli altri la Luna. Invece cosa guardano? Nemmeno il dito. Gli occhi rivolti a terra. Anzi al pavimento dove poggiano le ruote della carrozzina”», ricorda il nipote. Tommaso Bosso, 35 anni, carriera come digital project manager, fonico per un periodo al fianco di Ezio («non è mai stato uno zio, ma un fratello maggiore»), ora è il curatore a tempo pieno dell’eredità artistica. La pandemia, il lockdown e la serrata dei teatri in questi oltre 12 mesi, non hanno permesso lo svolgersi del funerale pubblico o di organizzare eventi musicali che lo ricordassero. «Dopo la sua morte una marea di dimostrazioni di cordoglio e stima, anche molto illustri. Spesso però più di circostanza», dice il nipote. «Ma fa parte del gioco, lo sappiamo. Come conosciamo chi realmente lo apprezzava quando era in vita».

Gli studenti delle università italiane hanno già fatto di Bosso il soggetto di molte loro tesi proprio per questa sua poliedrica formazione; dopo la scomparsa l’Opera di Kiev ha inserito stralci dalle sue Sinfonie 1 e 2, Oceans e Under the Trees Voices nelle musiche di una nuova coreografia; il grande pubblico lo ricorda ancora quando nel 2016 sofferente e sulla sedia a rotelle appare sul palcoscenico dell’Ariston in occasione del Festival di Sanremo. Un caso mediatico: 14 milioni di persone ne seguono la performance pianistica; ma è anche il direttore d’orchestra che tre anni dopo, nel 2019 dal piccolo schermo di Rai3 con il programma televisivo Che Storia è la Musica, di cui è ideatore e conduttore, trascina fuori dai salotti delle abitazioni oltre 100 mila persone che vogliono assistere ai suoi concerti nei teatri italiani. La loro prima volta.

La non-autobiografia

L’immagine pubblica di Bosso in realtà veniva filtrata perché non si scontrasse troppo con le dinamiche di un sistema culturale che preferiva “leggerlo” più come un outsider, piuttosto che parte di un circolo élitario. La scelta ora, prima che si cristallizzi un’immagine troppo “beatificata”, di pubblicare la sua non-autobiografia. Perché un’autobiografia non aveva mai voluto scriverla. «Però l’unico modo per raccontare Ezio era farlo parlare direttamente e senza filtri», spiega Alessia Capelletti, curatrice del libro in uscita il 4 maggio 2021 e dal titolo: Ezio Bosso. Faccio musica. Scritti e pensieri sparsi. Capelletti, figura di riferimento del mondo della comunicazione culturale e musicale internazionale sin dall’inizio degli anni 90, dal 2016 ha gestito anche la comunicazione di Bosso. Subito dopo l’apparizione a Sanremo.

Artista scomodo

«Uno degli episodi più devastanti nella sua esistenza. Me lo ripeteva in continuazione. Senza quella però non ci sarebbe stata quella notorietà mediatica che ha poi permesso di farlo apprezzare al grande pubblico», rivela la curatrice. E Bosso ne era ben consapevole. Lo racconta nella sua unica vera “autobiografia”. Poche pagine, frutto di infiniti rifacimenti, scritte in prima persona per una presentazione discografica in Germania e presenti nel libro.

In un passaggio ricorda che dopo essere andato a «un famoso programma televisivo per parlare di musica cosiddetta classica e dell’importanza della musica nella vita», e qui Bosso “evoca” Sanremo con malcelato fastidio, si rende conto che i 14 milioni di telespettatori e i 100 mila che subito dopo lo avevano applaudito in concerto gli avevano dato una conferma: «Ancora di più mi rendo conto di quanto sia fondamentale il ruolo sociale che ho come musicista. Quello di divulgatore. Il termine non mi piace. Lo uso per convenzione». Una consapevolezza che lo rendeva un artista scomodo, perché in grado di mostrare un’altra via per far musica e cultura.

La gioia di suonare assieme

«Il suo amore per la direzione d’orchestra nasceva dal fatto che voleva andare oltre il testo musicale. Un estenuante lavoro rivolto alla perfezione. Se doveva dirigere una Sinfonia di Beethoven, leggeva epistolari e carteggi del compositore per arrivare a una visione diversa», spiega Capelletti. «Questo volume vuole ricalcare questa modalità. Tra zibaldone ed epistolario perché sia Bosso stesso a raccontarsi». Ci sono testi pubblicati su quotidiani e riviste e prime stesure di testi di interviste. Anche sbobinature. Come quella dell’intervista fatta da Giulia Vespoli, fidanzata ufficiale dell’artista. Non si era mai sposato e non aveva avuto figli. Una ricca vita sentimentale, quella sì. Sentimenti forti. «Anche quello che ci legava. Ci sentivamo ogni giorno e parlavamo di tutto. Negli anni ho registrato ore e ore di nostre conversazioni telefoniche. Dalle quali poi nascevano i testi ufficiali, ma anche le testimonianze che abbiamo scelto», rivela Capelletti.

«Nell’ultimo periodo non usava più il computer e con dei messaggi vocali mi dettava le correzioni. In un perenne anelito alla perfezione». Quella che voleva trasmettere alle orchestre che dirigeva. «A un certo punto Bosso raggiunto il successo con la sua musica si era stufato di fare Bosso e voleva dirigere solo altri autori», ricorda il nipote. «Lo faceva dal podio con una tale carica di entusiasmo che più di un professore d’orchestra gli aveva detto alla fine di una prova o di un concerto: “Grazie, ci ha ridato la gioia di suonare”».

Le 12 Stanze

Le frasi lapidarie e icastiche sono sempre state la cifra distintiva di Bosso. «Riassumevano il suo modo di essere e si trasformavano quasi in slogan. Diventavano come una teoria di Frasi di Osho. In realtà il suo era un pensiero complesso», sottolinea la curatrice. «Mi ha ed ha insegnato molto. La sua vita era ed è stata come un percorso attraverso delle stanze. 12 per la precisione, quelle derivate da un omonimo e antico libro proibito, i contenuti del quale erano stati resi noti da Helena Blavatsky. Attorno al quale era nato il suo primo album per piano solo».

La stanza per Bosso aveva due valenze: fermarsi e af-fermarsi. Spiegava: «C’è una teoria antica che dice che la vita sia composta da 12 stanze. Sono le 12 in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. 12 sono le stanze che ricorderemo quando passeremo l’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. E quindi si può tornare alla prima. E ricominciare.