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 2021  aprile 08 Giovedì calendario


Michela Murgia e gli uomini in divisa

Che fine ha fatto «defund the police»? C’è stato un momento in cui sembrava fosse l’istanza politica dirimente negli Stati Uniti d’America. Era quando se non dicevi che occorreva togliere i fondi alle forze di polizia, anzi meglio ancora abolirle, giacché era la polizia che faceva esistere i criminali e una società sana abolendo la prima avrebbe eliminato i secondi, se non partecipavi al rifacimento fuori tempo massimo dei fiori nei cannoni, allora non eri davvero di sinistra.
Era quando Kamala Harris era una sbirra («sbirro» è il modo in cui chiamano i poliziotti gli italiani la cui madrelingua è il doppiaggese, e quelli che ci tengono a farti sapere che loro mica sono amici degli sbirri; per tutti loro c’è Chris Rock, a proposito di chi chiami se ti entrano i ladri in casa: «sono nero, ma sono anche un proprietario immobiliare»).
Era quando chiamare la polizia faceva di te automaticamente una che voleva vedere morto colui per controllare il quale la chiamava: vi ricordate la tizia che a Central Park, per il solo aver chiamato la polizia di fronte a un tizio nero, venne accusata di volerlo far uccidere? Se non sei un orrido amico degli sbirri, se qualcuno ti spaventa non devi mai chiamare la polizia, se non vuoi che la tua fedina morale sia irreparabilmente macchiata.
Poi pareva un’istanza passata di moda, persino ora che il processo per la morte di George Floyd è iniziato, persino ora che a Seattle si parla delle prossime elezioni comunali come un referendum che risponda alla domanda «cosa possiamo fare per rendere obsoleta la polizia?» (spericolato suggerimento: smettere di delinquere).
Come spesso ci accade, abbiamo importato tardivamente l’istanza americana. Là, dove erano cancelletti, ora sono talk show. E quindi ieri girava in rete un minuto (ma per vederlo ci vuole un’ora, giacché il sito di La7 è evidentemente stato progettato da qualcuno che rimpiange i telefoni a gettone) di Michela Murgia a Dimartedì.
Prima premessa: Michela Murgia è la figura pubblica più insolentita in privato e meno contraddetta in pubblico d’Italia. Con l’energia che giornaliste e scrittrici investono nel dire che la Murgia è il male si potrebbe illuminare la Lombardia. Tuttavia nessuno (o comunque: pochi), in pubblico, le dice mai anche solo «ma cosa diavolo stai dicendo».
Seconda premessa: che i detrattori della Murgia tacciano è una buona notizia. Significa che essere una donna non inficia la tua possibilità d’essere percepita come una persona di potere. Significa che si possono avere le tette e andare ai materassi.
Alla terza premessa arrivo dopo, prima vediamo cos’ha detto la Murgia. La domanda di Floris era sul linguaggio militaresco di Figliuolo. La risposta della Murgia conteneva questa frase, con cui la rete televisiva ha intitolato il filmato: «A me personalmente spaventa avere un commissario che gira in divisa». Si spera nella grande tradizione italiana dei virgolettati inventati, ma no; Murgia pensa proprio che «spaventare» sia intransitivo, e che quindi l’accusativo «mi spaventa» sia in realtà il dativo «a me spaventa». Incredibilmente, ieri l’Italia (l’Italia che invece di lavorare sta su Twitter) non s’interrogava sul dovere degli intellettuali di conoscere i verbi (e anche le preposizioni: «questo fascino per l’uomo forte», proseguiva, e resterò col sospetto che intendesse «fascino dell’uomo forte»), ma sul nostro defund the police: nascondiamo le divise.
Terza premessa: la parità tra i sessi sarà raggiunta quando a una donna verrà detto «ma cosa cazzo dici» col piglio con cui lo si direbbe a un uomo. E quando alle donne autorevoli (qualunque cosa se ne pensi, Murgia ha un gran seguito) si risponderà con pari autorevolezza. Non puntesclamativando come si stesse dialogando un Topolino («La divisa ci spaventa?!! Ma siamo matti. Sono persone al servizio del paese. Facciamola finita con queste idiozie», ha twittato Calenda ieri), o usando espedienti retorici imbarazzanti quali il mettere tra virgolette «signora» quando la si nomina (Rita Dalla Chiesa, offesa in quanto orfana di militare con la «signora» Murgia). Se Murgia era seria, meritava risposte serie. Lo era?
«Quando vedo un uomo in divisa mi spavento sempre», proseguiva Murgia per significarci che lei non subisce il fascino, che sia delle stellette o per o con o su. Evocando poi dittature sudamericane. Lei quando vede la divisa pensa al colpo di stato. Pensa all’Uruguay, pensa all’Argentina. È serissima, come sempre lo sono i grandi autori, quando ti cambiano la storia della comicità con la faccia un po’ triste, e la destra s’indigna, le orfane dei generali s’offendono, Calenda ci casca. Proprio Calenda, che pure dovrebbe riconoscere una grande soggettista quando la vede. Forse era affaticato dall’aver dovuto ricaricare cento volte la pagina di La7 per vedere il filmato, sennò non si spiega questo calo di lucidità.
Michela Murgia è il Rodolfo Sonego che ci possiamo permettere, e quello che ha accennato a Floris è il remake che ci serve: quello di Vogliamo i colonnelli (Monicelli, 1973).
In cui il pollaio di Maccarese (quello in cui venivano accidentalmente paracadutati i militari che dovevano fare il golpe) diviene centro vaccinale; la ragione per cui non si riesce a lanciare il messaggio alla nazione è che alla sede di Facebook (che sostituisce quella della Rai: chi più fa le dirette in tv, siam tutti modernissimi, specie i golpisti) sono tutti in smartworking; l’onorevole che fa morire d’infarto il presidente della Repubblica minacciando un’esplosione e finisce a vendere piani golpisti nel terzo mondo sarà Renzi ma un po’ dissimulato (nell’originale l’onorevole lo faceva Ugo Tognazzi, per il remake suggerirei una donna, che fa moderno: Caterina Guzzanti?).
La Murgia vi regala soggetti cinematografici epocali, e voi la trattate come una polemista di quart’ordine. Non ve la meritate. Speriamo che almeno Draghi ne capisca la grandezza, e conceda il patrocinio della presidenza del Consiglio al prossimo Vogliamo i figliuoli. Togliete i fondi alla polizia, e usateli per finanziare questo capolavoro.