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 2021  aprile 08 Giovedì calendario


Essere il fratello di Adriano Panatta

Uno dei principali problemi di chi ha un fratello dalla personalità imponente è il dover rispondere a domande su tale consanguineo. C’è chi ci fa pace con fatica e chi invece accetta l’idea senza troppi mal di pancia. Claudio Panatta, che oggi riveste i panni di manager al Circolo Parioli, appartiene a questa seconda categoria.
Claudio, com’era giocare il doppio a fianco di suo fratello Adriano?
«Forse bisognerebbe chiedere a lui com’era giocare con me: forse direbbe che ero un peso... ma tutto sommato non penso».
Per lei dunque? Come ci si sentiva?
«Intanto devo dire che ci siamo incrociati in periodi diversi delle nostre carriere. Quando io ho iniziato lui stava finendo. Però questa differenza non ci ha impedito di vincere in coppia tre titoli di doppio degli Assoluti: dall’80 all’82».
E chi era più comandino dei due?
«Beh per me era un onore poter essere in campo al suo fianco. Avevo tutto da imparare. E tutto sommato ci completavamo abbastanza bene. Almeno mi pare di ricordare così...».
È passato tanto tempo...
«41 anni. Anche io mi sorprendo dal fatto di non ricordare più certi aspetti di com’era il tennis allora».
Adriano dice di non ricordare più dove ha messo la maggior parte dei trofei che ha vinto in carriera. Ma le vostre strade si sono incontrate anche dopo.
«È stato il mio capitano in Coppa Davis. Ed è in quel contesto che ho il ricordo più nitido di una giornata in cui non giocavamo insieme ma siamo stati vicini come forse mai».
Racconti.
«Eravamo a Palermo, Italia-Paraguay di Coppa Davis. Io affrontavo Victor Pecci. Partita difficile. Adriano mi ha teleguidato in modo impressionante. Punto su punto. Ogni volta, ai cambi di campo, mi diceva esattamente cosa dovevo fare. E io lo ascoltavo. In quella occasione mi sono affidato completamente a lui. Scelta azzeccata visto che ho vinto».
Ma è così complicato giocare il doppio a fianco di un fratello?
«Molto dipende da qual è il livello a cui si è. Mi spiego: due giocatori di circolo scendono in campo nella maggior parte dei casi per giocare. I professionisti entrano in campo per vincere. Non è una differenza da poco. Quando due fratelli come potevamo essere noi, scendono in campo per vincere e dunque il solo obiettivo è questo. Noi parlavamo molto in campo».
Avete mai dovuto lasciare fuori dal campo le scorie di un malumore precedente?
«Può anche essere successo ma poi una volta in campo tutto spariva».
Mai più giocato in doppio con Adriano?
«Insieme non ricordo quando è successo l’ultima volta. Anche perché io non gioco più molto, il tennis richiede un fisico che risponde alle sollecitazioni... Ma ci è successo invece di giocare contro, sempre in doppio. E ci siamo ancora divertiti molto».
La mano di Adriano e Claudio è rimasta quella di un tempo?
«Quella di mio fratello sì, non è cambiata per niente. Quando impatta la palla si sente quel suono. La mia? Anche questo bisognerebbe domandarlo a lui...».