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 2021  aprile 07 Mercoledì calendario


La vita di Andrea Albertini (è come un romanzo russo)

Andrea Albertini ha un Dna «affollatissimo». Nel suo sangue scorrono tracce di storia della letteratura mondiale, del teatro, del giornalismo. Una (eccelsa, se non ingombrante) genealogia di giganti: Giuseppe Giacosa, il librettista di Tosca; Luigi Albertini, leggendario direttore del «Corriere della Sera»; Tania Suchotina Tolstaja, la nipote di Lev Tolstoj. Tre dinastie che ne basterebbe anche una sola per meritare l’aggettivo con cui Andrea ha intitolato il suo romanzo-memoir, che esce domani da Sellerio e che scorre tra esistenze fuori dal comune. Lo ha chiamato Una famiglia straordinaria. La sua.
La vita come un romanzo russo. Che incrocia destini, avvicina luoghi lontani, trasforma una cronaca di famiglia nel ritratto documentatissimo di un secolo. Dalla metà dell’Ottocento a metà Novecento, attraversando le vicende dei Tolstoj, dei Giacosa, degli Albertini. Come in una partita a scacchi perfettamente studiata, l’autore fa avanzare i suoi protagonisti seguendone i punti di vista; aggiunge alle loro considerazioni lettere originali, aneddoti, pagine di diario. Alterna ai fatti familiari la storia d’Europa. Conduce il lettore nella tenuta di Jasnaja Poljana (Radura Luminosa), dimora del grande scrittore russo, in cui Tatiana Lvovna Suchotin Tolstoj partorisce la piccola Tania. Si sposta a Colleretto, nel torinese, dove Giuseppe Giacosa, detto Pin, nato nel 1847, cresce immerso nello spirito della natura. Raggiunge Ancona, città da cui partono i fratelli Albertini, Luigi in particolare, l’uomo che darà un’impronta moderna alla stampa italiana.
Storie avvincenti, avventurose. I successi e gli insuccessi di Pin, la tournée newyorkese, le prove con Sarah Bernhardt, l’amicizia con Eleonora Duse. L’arrivo dell’Armata Rossa nella proprietà dei Tolstoj, con Tatiana e Tania ridotte in miseria. La tappa a Londra del giovane Luigi, «Gigio», per carpire i segreti del «Times», dove impara le regole delle tre «S» britanniche: sintesi, stile, spirito (prima di sesso, sangue, soldi). Le pagine scorrono veloci. Grazie a un montaggio sapiente di voci e tempi, il lettore si immerge nell’ambiente dell’istrionico drammaturgo alle prese con i suoi spettacoli e le sue primedonne, nei progetti del giovane anconetano ambizioso e serissimo. Insegue il fantasma di un genio che vive e rivive nei suoi immortali romanzi e nelle parole della figlia e della nipote. Sono protagonisti suggestivi, carismatici, dipinti con la sicurezza di chi ha sentito tante volte raccontare le loro storie, le testimonianze di chi li ha accompagnati nel lungo viaggio che ha unificato le tre famiglie, dai commenti di Pin sugli americani, agli interminabili giochi di parole secondo le leggi di casa Giacosa. E i comprimari di questa leggenda (quasi) privata non sono da meno.
Ci sono le tre sorelle Giacosa: Bianca, Piera e Paola. Le ultime due sposano i due fratelli Albertini (Piera diventa moglie di Luigi, Paola detta Linot di Alberto) e sempre loro sono il punto di contatto – nel 1926 – con le Tolstoj, quando a una conferenza su Lev avvicinano la relatrice, Tatiana, con cui subito instaurano un rapporto di reciproca simpatia. Poi ci sono Leonardo – figlio di Piera e Luigi – e suo cognato Nicolò Carandini, amico, confidente e collega nella grande avventura di Torre in Pietra, tenuta di 1.450 ettari a ventisei chilometri a ovest di Roma, acquistata da Luigi Albertini nel 1926 dopo l’addio al «Corriere», punto di arrivo e di non ritorno, amato e rimpianto, lasciato «col cuore gonfio d’amarezza, ma a testa alta». Perché in questa epica costellata di traversate in transatlantico, di lettere spedite e mai arrivate (una di Luigi Albertini all’eterno amico-nemico Gabriele d’Annunzio), di imprese formidabili come la Pechino-Parigi di Luigi Barzini, in questo turbine di fatti e di luoghi, il «Corriere della Sera» è sempre centrale, cardine di una vicenda familiare che diventa storia italiana. Sociale, intellettuale. Soprattutto politica.
Il venticinquenne Luigi esordisce sulle pagine del quotidiano il 18 maggio 1896, inviato dal fondatore in persona, Eugenio Torelli Viollier, a seguire l’incoronazione dello zar Nicola II e della zarina Alessandra Fëdorovna, a Mosca. Subito dopo, forte anche dei suoi studi economici, viene scelto cone segretario di redazione. Sono anni di grande trasformazione e di incontri. A Milano il timido Luigi, «trascinato» fuori dal giornale dal critico teatrale Giovanni Pozza, conosce Giuseppe Giacosa, Giovanni Verga, l’editore Emilio Treves, Giacomo Puccini, Marco Praga. Lavora sodo. Al «Corriere» fa arrivare suo fratello Alberto, per dare più forza alla redazione Esteri; da neo direttore amministrativo, nell’agosto 1899, in occasione del processo per l’affaire Dreyfus, le copie del quotidiano arrivano alle 70 mila giornaliere. Sempre nel 1899, l’8 gennaio, è partita con strepitoso successo l’avventura della «Domenica del Corriere». Ma a quel giovane galantuomo puntuale e taciturno (parole di Pin Giacosa) non basta: nel 1900 decide di dare vita a un altro supplemento. Un mensile culturale. «La Lettura». «Che abbia un carattere vivace, che si rivolga a un pubblico colto e che incuriosisca anche quello meno educato… ma non per questo insensibile alla prosa, alla lettura, ad argomenti raffinati. Firmato dai più prestigiosi scrittori italiani». Albertini, che a 28 anni è gerente, comproprietario e direttore unico della testata, affida la direzione della nuova rivista a Giacosa. E il 23 dicembre 1900 è proprio Pin (che nel frattempo è diventato anche suocero di Luigi Albertini) ad anticipare sulla prima pagina del «Corriere» l’arrivo della «Lettura». Esordio: gennaio 1901. Tiratura: 45 mila copie, subito esaurite. Le più grandi firme, i più grandi reportage.
Nell’estate del 1904 il «Corriere della Sera» si trasferisce in via Solferino 28. Stampa 150 mila copie al giorno, che in un decennio diventano 400 mila. Sono anni gloriosi, Albertini affronta le sfide del quotidiano con coraggio e con una squadra formidabile, fatta di grandi giornalisti ma anche di amministratori d’eccezione come Eugenio Balzan. Sono anche anni di sconvolgimenti globali. La Grande guerra, la rivoluzione russa, poi l’ascesa di Mussolini, che segna la fine degli Albertini al «Corriere».
Il libro riporta i giorni di fame, malattia e pericolo (compreso un tentato stupro) di Tatiana e Tania nella loro tenuta nazionalizzata e poi a Mosca, una stagione durissima che in parte proseguirà anche dopo la fuga a Parigi; scorta Luigi nel suo ruolo di senatore del Regno; segue Alberto sul fronte di Cividale del Piave; registra il cambiamento di clima a Milano nel 1922, con il Partito nazionale fascista che non tollera l’opposizione della stampa e in particolare degli Albertini: Luigi, fedele al pensiero liberale, che dopo un primo atteggiamento indulgente nei confronti del fascismo delle origini, si ritrova in Senato fermo oppositore del regime; Alberto, direttore di «un’indegna baracca» che molti vorrebbero «radere al suolo», come scrive il «Popolo d’Italia» di Mussolini. Il 27 novembre 1925 i due fratelli Albertini, costretti a vendere le loro quote del giornale, sono estromessi dal «Corriere». Unico sollievo: potersi congedare dai lettori con il celebre e commovente Commiato di Luigi e Alberto pubblicato in prima pagina il 28 novembre e che in appendice del libro viene riportato per esteso (splendido anche l’apparato iconografico, come la foto di Tania e Tolstoj in copertina; utilissimo l’albero genealogico dei personaggi). Addio Milano. Si parte per Roma. E per Torre in Pietra.
Ci sono ancora tante storie che Andrea Albertini rivela nel suo romanzo di esordio. Intrecci, dialoghi, incontri. L’inserimento problematico di Tatiana e Tania nella comunità russa di Parigi, le inquietudini della ragazza, il matrimonio con Leonardo (da quelle nozze nascerà Luigi, padre dell’autore), la spedizione a Seattle per conquistare i migliori bovini destinati all’allevamento di Torre in Pietra. Una saga che entra nei salotti di Milano (la residenza degli Albertini in piazza Castello) e poi di Roma; che replica i dialoghi tra Pin Giacosa e gli amici Antonio Fogazzaro, Arrigo Boito ed Edmondo De Amicis; che restituisce le leggende della nonna di Andrea Albertini, baba Tania. Infine le nuove generazioni, i progetti, le speranze. Ma più di tutto scorrono, sempre in equilibrio tra rigore storico e nostalgia, tra misura e tenerezza, le memorie di cose e persone lontane: la dimora di Jasnaja Poljana, il «Corriere della Sera», il capotribù Pin, il grande Lev sepolto nel bosco di Staryi Zakaz, sull’orlo di un dirupo dove, «secondo la storia di zio Nikolaj», era stato interrato il piccolo bastone verde con la magica formula della felicità universale.