Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  aprile 07 Mercoledì calendario


Piazza Affari, è donna solo il 2% degli ad

È ancora inesistente o quasi lo spazio per le donne in Italia nel ruolo di amministratore delegato delle società presenti in Borsa a Milano. La loro quota si ferma a un misero 2%, pari a 15 società. Non va meglio per la carica di presidente con le donne ferme al 4%. Diverso, invece, il livello di presenza femminile nei Cda delle quotate come consigliere che si avvicina al 40% ma perché così è previsto oggi dalla legge. La marginalità delle donne nelle posizioni di potere è rivelata dal Rapporto Consob sull’evoluzione della corporate governance in Italia, secondo il quale sale la considerazione della sostenibilità nelle scelte aziendali, mentre il ruolo dei patti di sindacato e delle scatole cinesi è in forte ridimensionamento. Resiste invece la struttura familiare molto amata dagli imprenditori italiani.
Il rapporto Consob conferma comunque come un’elevata concentrazione e una limitata contendibilità del controllo continuino a connotare gli assetti proprietari dei gruppi quotati: la metà esatta delle imprese presenti in Piazza Affari sono controllate di diritto e un 11% «blindate» da un patto di sindacato. Solo il 25% mostra un controllo debole, che resta comunque una presa di fatto, difficile da scalzare. Nei modelli di controllo continua a essere prevalente quello familiare (145 società che pesano per il 25% della capitalizzazione) mentre le imprese a controllo pubblico «valgono» il 39,7% del totale. Alla fine del 2020 erano invece 151 le società quotate che hanno pubblicato una Dichiarazione di carattere non finanziario (Dnf) e a fine 2019 erano 76 i gruppi (35% del listino e quasi l’83% della capitalizzazione) con un comitato di sostenibilità.
«L’emergenza sanitaria ha dato un impulso enorme all’uso della tecnologia e all’interazione a distanza. Ma allo stesso tempo non assistiamo allo stesso salto tecnologico da parte delle società di capitali italiane sulle regole di partecipazione decisionale», ha detto Paolo Ciocca, commissario della Consob, alla presentazione del Rapporto. Nel 92% delle assemblee che si sono tenute nell’anno, ha spiegato «la partecipazione degli azionisti è avvenuta senza la presenza fisica dei soci ma tramite il conferimento delle deleghe. Lo strumento del voto a distanza è stato adottato in pochi casi, 11 assemblee, mentre il voto elettronico è stato utilizzato in 5 assemblee». Per Ciocca «l’assemblea da tenersi esclusivamente mediante strumenti elettronici è ancora lontana dalla prassi. Bisogna affrontare le ragioni di questo ritardo» e «ci vuole uno sforzo maggiore delle nostre imprese. La Consob è aperta a qualsiasi proposta».
Il modello tradizionale di governance è il più adottato dalle società italiane quotate (220 su 224 a fine 2020, 92% della capitalizzazione di mercato) e solo tre imprese preferiscono il monistico (8% del valore del listino), mentre il dualistico è stato gradualmente abbandonato: a fine 2020 è scelto da una sola società, che rappresenta meno dell’1% del mercato. Intanto lo sguardo è rivolto al futuro e «l’aggregazione di Borsa Italiana in Euronext, con i relativi risvolti competitivi tra mercati continentali – ha detto Ciocca – deve vedere la piazza milanese al centro di questa evoluzione».