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 2021  aprile 07 Mercoledì calendario


Il vaso romano con la scena di sesso triviale

“Stai in ginocchio, culona: mi fracassi i coglioni”. Questo non è un euroleak di turbolente conversazioni diplomatiche del 2011, ma la didascalia di una scena erotica (una focosa penetrazione a tergo) rappresentata su un vaso di Gaio Valerio Verdullo, ceramista attivo nel Nord-Est della Spagna alla fine del I secolo d. C.
Chi abbia letto il recente volume di Sarah Levin-Richardson Il lupanare di Pompei (Carocci 2020), denso di affreschi postribolari, fellationes e parolacce in area vesuviana (si ricorderà fra gli altri l’emistichio “voglio spaccare i fianchi di Venere”, memore di Tibullo), non si stupirà certo della presenza di graffiti “sboccati” e di rappresentazioni esplicite di atti sessuali nella cultura visuale romana. Tuttavia il caso di Verdullo è particolare.
Prolifico ceramista di vasi rossi a parete fina, Verdullo è un mezzo grafomane: non solo firma ostinatamente le sue creazioni, prodotte in larga parte dalla figlina de La Maja, poco lontano dall’odierna Calahorra (le campagne di scavo sono iniziate nel 1987, e i ritrovamenti proseguono fino a oggi un po’ in tutta la valle dell’Ebro, con punte fino a Saragozza e Tarragona), ma soprattutto ama corredare di doviziosi commenti scritti le scene che rappresenta. Quelle erotiche, certo (in un’altra si legge “per quanto m’insegna la vecchiaia, questa maniera è la migliore”: il vaso è rotto, ma sembra che la coppia fosse impegnata nel missionario), ma anche quelle di soggetto più neutro: su oggetti funerari non esita ad apporre un esplicito (e un po’ epicureo) cave fossam! (attenti alla fossa, ndr), mentre quando, su decine di vasi, mette in scena i gladiatori in lotta o in posa da vincitori (mirmilloni, traci, oplomachi, reziarii), consegna all’eternità sia i loro nomi sia la data dei combattimenti sia gli sponsor – un po’ come le sciarpe-souvenir che si portano via dallo stadio dopo una partita di Champions.
Lo stesso vale per le gare del circo: molti vasetti destinati al consumo di vino (anzi, di quel miscuglio di vino e miele noto come mulsum) durante lo svolgimento delle corse recano i ritratti degli aurighi delle varie fazioni, tutti raffigurati di profilo tranne il vincitore, che è di faccia. Tra questi campioni compare anche il famoso Incitatus, che uno sprezzante epigramma di Marziale celebra come esempio classico del “carrettiere vestito di porpora” (l’ignorante calciatore miliardario, diremmo noi), e un altro come tipico oggetto delle scommesse di chi non ha tempo per i libri e la poesia, e preferisce altri piaceri della vita.
Il riferimento a Marziale non è casuale. La Spagna di quest’epoca è infatti un luogo eccezionale: Verdullo è concittadino e contemporaneo di colui che diventerà il più importante retore (e pedagogista) della latinità, ovvero Marco Fabio Quintiliano; ma a cento chilometri da Calahorra sorge Bilbilis (oggi Calatayud), la cittadina dove proprio Marco Valerio Marziale nacque e visse prima e dopo i fasti dei suoi soggiorni romani, durante i quali conobbe ogni anfratto della società della capitale. Ecco allora che quando Verdullo parla di circo e di gladiatori in termini che ricordano il Liber de spectaculis dedicato da Marziale all’erezione del Colosseo (80 d. C.), o quando le scritte oscene dei vasetti mostrano qualche evidente eco dai fortunati epigrammi marzialiani (per esempio nella lapidaria sentenza pseudo-esametrica lascivae ludunt semper voluptate puellae; “le ragazze, lascive, giocano sempre per il loro piacere”), è difficile che si tratti di una coincidenza: Giulia Baratta (Università di Macerata), l’archeologa italiana che ha meglio studiato questi materiali e che insieme a Marc Mayer (Barcellona) ne sta preparando l’edizione, giunge a ipotizzare addirittura una parentela tra Verdullo e Marziale, che erano entrambi della gens dei Valerii. Ed ecco allora che non deve stupire che il sullodato “culona” sia detto con un prezioso aggettivo mai attestato (naticosa), né che quando su un vaso con il mito di Ippolito si legge vestigant canes (“i segugi cercano”), il riferimento testuale preciso sia alla Fedra di Seneca e alla scena molto pulp (e mai rappresentata altrove) in cui i cani rintracciano i brandelli del corpo del defunto Ippolito: forse la memoria di una rappresentazione della tragedia dell’andaluso Seneca in forma di mimo?
Sesso, sport e letteratura, in un crogiolo straordinario – l’Iberia di questo scorcio di I secolo – in cui l’alto e il basso si contaminavano e in cui, secondo un grande imperatore spagnolo, “le scuole risentivano degli svaghi della provincia” (Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano).