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 2021  aprile 07 Mercoledì calendario


Intervista a Massimo Pericolo

Immagini provocatorie, come quelle del video di Beretta, in cui il rapper – che nel 2014 venne arrestato per spaccio di marijuana e condannato a due anni di detenzione, tra carcere e domiciliari – indossa la divisa di un agente di polizia, se ne va in giro su una volante con su scritto il suo nome, riceve da un malvivente un mitra in cambio di un pacchetto di droga e con quell’arma prova a rapinare un portavalori: i sindacati di polizia, infastiditi, ne hanno chiesto la rimozione. Versi discutibili, come quelli di Cazzo culo, dove se la prende con i debitori e dice: Io quella razza là la estirperei / come i nazi con gli ebrei. Ma Massimo Pericolo non è solo questo. In Solo tutto, il suo ultimo album, il gusto per lo sberleffo convive con l’anima più introspettiva di Alessandro Vanetti – questo il vero nome del rapper varesino, classe 92 – tra la depressione che neppure i quattro Dischi di platino delle hit dell’album d’esordio Scialla semper nel 2019 sono riusciti a colmare, la terapia, i pensieri suicidi e gli amici persi. A sette giorni dalla sua uscita, lo scorso venerdì, il disco ha conquistato il primo posto della classifica settimanale Fimi dei più venduti in Italia. Il 9 aprile lo presenterà con uno show in streaming gratuito su Twitch per Amazon Music.
La casa nuova, le macchine, gli abiti firmati. Eppure nei pezzi emerge un certo malessere. Tu fingi di essere depresso, fa figo / Io fingo di essere contento e fa schifo. Cosa non va?
«Pensavo che i soldi mi avrebbero reso felice, invece così non è stato. La felicità dipende anche da altre cose».
Quali?
«Poterseli godere, quei soldi. La fama mi ha privato di tutto. Non posso andare al ristorante, al supermercato, in palestra: mesi fa ci è mancato poco che le bambine della ginnastica artistica entrassero nel mio spogliatoio. Ora, per allenarmi, me ne sono costruita una dentro casa».
Non le piace essere al centro dell’attenzione?
«Mi fa soffrire. Il successo non è come me lo immaginavo. Lo idealizzavo».
Lati positivi?
«Oggi ho quella stabilità economica che prima non avevo, una casa e una macchina. Prima per mangiare facevo di tutto, oltre a vendere il fumo. Cameriere, commesso. Ho anche spalato la merda dei cavalli in un maneggio».
Qual è la prima immagine che le viene in mente se pensa ai soldi che ha guadagnato in questi due anni?
«Il mio guardaroba. Ora è pieno di abiti. Prima c’erano solo quattro tute: non potevo permettermi altro».
È vero che ha vissuto per strada, per un periodo?
«Sì. A 17 anni ho messo in un sacco la mia roba e sono scappato di casa. Ero sempre in giro sui treni regionali, senza biglietto. In Airforce, in duetto con Madame, c’è dell’autobiografico».
La ricerca di evasione può sfociare in qualcosa di più grande e lei lo ha raccontato sui social presentando il singolo Bugie: Non riesco nemmeno a contare le volte che ho pensato di farla finita pur di non vivere in un mondo come questo. Cosa l’ha trattenuta dal farlo?
«La paura. La prima volta ho avuto pensieri suicidi a 11 anni. Sentivo che c’era qualcosa che non andava in me. Cercai su internet informazioni su quel malessere: si chiamava depressione. Chiamai la Asl. Mi ignorarono. I primi colloqui con uno psicologo li ho fatti solo in carcere. Il problema è che veniva una volta ogni cinque o sei settimane: praticamente inutile. Ho preso anche antidepressivi».
E oggi come va?
«Sono in terapia dal 2016. Io ce l’ho fatta. Invece la mia migliore amica no. Si chiamava Martina. È morta a luglio in circostanze tragiche, abbandonata. Fu dimessa dalla clinica dove era stata ricoverata contro la sua volontà, perché bisognava liberare il posto. Aveva 25 anni. Questo disco l’ho dedicato a lei».
Come ha vissuto il lockdown?
«Malissimo. Ma attenzione a parlare di galera: questo è solo un assaggio del sistema penitenziario. La gente non sa cosa voglia dire essere privati davvero della libertà».
Il video di Beretta è ancora in rete (dove ha fatto più di 2 milioni di visualizzazioni). Com’è andata a finire con i sindacati di polizia?
«Non è successo niente: non c’erano basi per intraprendere azioni».
La mia intenzione è scandalizzare gli stupidi, dice rispondendo alle polemiche. Non pensa ci sia un limite alla provocazione?
«No. Il politically correct è ipocrita».
Però il riferimento all’olocausto è di pessimo gusto.
«Ho solo fatto un parallelismo storico. Penso di non aver detto niente di male. Sta al buon senso di chi ascolta capire cosa sto dicendo».