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 2021  aprile 04 Domenica calendario

La coscienza di Svevo

«In tutto il resto del libro, la figura originale va divenendo comunissima (…). Rimediare, come? Non so. Forse sarà possibile rimaneggiando l’ultimo capitolo, o facendolo precedere da un altro (…) Insomma, ci pensi su, e dia una conclusione logica al racconto, che così ne è senza».
Povero Svevo. Aveva dovuto aspettare più di un mese, per leggere, nel febbraio 1923, questo giudizio ingeneroso sul suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che l’editore Cappelli aveva accettato di pubblicare, ma solo a pagamento e consigliando una revisione linguistica affidata proprio all’autore di questa lettera, lo scrittore e giornalista Attilio Frescura.
Sì, avete capito bene: il romanzo giudicato così severamente – non solo sul piano della correttezza linguistica, ma anche su quello della costruzione narrativa – è uno dei massimi capolavori della letteratura italiana del Novecento (e non solo). Tanto inverosimilmente stroncatorio, questo giudizio, da far pensare ai critici e agli studiosi che non potesse essere stato espresso sul romanzo che conosciamo e sul finale che noi tutti, per amore o per forza, abbiamo letto, con quella pagina apocalittica, riportata in ogni antologia scolastica che si rispetti, su una fine del mondo provocata con un nuovo esplosivo da un uomo «come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato». 
Nessun autografo, nessuna bozza, nessun materiale preparatorio, niente di niente: di uno dei romanzi più importanti della modernità letteraria abbiamo solo la prima edizione, ed è perciò sembrato possibile (ad alcuni critici addirittura necessario) ipotizzare che Svevo abbia accolto i suggerimenti del suo revisore e li abbia applicati in extremis su un finale originariamente diverso per riscriverlo fino a farlo diventare quello, memorabile, giunto fino a noi.
Qualcuno si è addirittura spinto fino a supporre che Italo Svevo (nato Aron Hector Schmitz a Trieste il 19 dicembre 1861 e morto a Motta di Livenza, provincia di Treviso, il 13 settembre 1928) abbia delegato anche questo tipo di intervento al revisore al quale aveva già permesso di apporre modifiche di carattere linguistico. 
Perché Svevo, di Attilio Frescura, mostra di avere un’alta opinione. Basta leggere la prima lettera che gli scrive, il 10 gennaio 1923, quando Cappelli gli rivela il nome del revisore: una lettera pubblicata per la prima volta proprio sulle colonne del «Corriere della Sera» più di cinquant’anni fa da Armando Meoni, il 17 agosto 1969.
Pur ammettendo di non avere conosciuto prima nessuno dei libri di Frescura, Svevo si dichiara commosso e ammirato dalla lettura di quelli (ben tre!) che si è subito procurato e si pone in un atteggiamento di reverenziale umiltà nei confronti del loro autore, confessando diffusamente i limiti della propria lingua («Che sia il nonno tedesco che m’impedisca di apparire meglio latino?») e formazione («Io non sono un letterato»). Frescura (ma non è l’unico) forse prende un po’ troppo sul serio la disarmante remissività di questa confessione e risponde con condiscendente supponenza a questo ricco uomo d’affari che, pur sapendo di scrivere come un «ostrogoto», si vuole comprare il lusso di pubblicare un terzo romanzo a sue spese. 
Altro che umile e remissivo, invece. Il ritrovamento in questi giorni della successiva replica di Svevo permette di schiodare l’anziano scrittore triestino dalla scomoda posizione genuflessa nei confronti del suo più giovane correttore in cui il testo della prima lettera lo aveva immortalato.
Sfogliando online l’inventario della Fondazione Primo Conti di Fiesole, ho infatti avuto la fortuna di trovare la risposta con cui Svevo, il 15 febbraio 1923, il giorno stesso in cui gli viene consegnato il sussiegoso giudizio e consiglio di Frescura, rifiuta «risolutamente», ancorché diplomaticamente, entrambi. 
Edizione e commento di questa lettera, resi possibili anche dalla disponibilità e competenza della responsabile dell’Archivio, Maria Chiara Berni, saranno pubblicati in un prossimo articolo sul «Giornale storico della letteratura italiana», insieme ad altre due lettere di Svevo finora parzialmente inedite. Ma l’importanza del ritrovamento ha suggerito l’opportunità di comunicarlo anche in una sede non riservata agli addetti ai lavori, illuminandone alcuni punti salienti, a partire dal reciso rifiuto finale di qualsiasi ulteriore intervento sul romanzo.
Quel «pubblico risolutamente il romanzo come sta» seppellisce sotto il peso polisillabico di un avverbio il fantasma critico dell’insicurezza di uno Svevo incline ad accogliere suggerimenti e consigli. Anche quando con apparente compunzione accetta «intero» il rimprovero di prolissità espresso dal revisore, Svevo esclude decisamente che Frescura possa porvi rimedio «mettendosi al suo posto». Persino sul piano linguistico (dove lo scrittore triestino condannato al suo «dialettaccio», con alle spalle studi commerciali effettuati in parte in Germania, aveva accettato la revisione) si coglie un pur coperto contrattacco, con quel cenno alla diffusione tra i letterati italiani di francesismi che fanno buona compagnia (mal comune mezzo gaudio?) ai germanismi che gli imputa il pedante Frescura.
Ma è sul piano della costruzione narrativa che Svevo diventa più esplicitamente aggressivo, sfoderando le armi che si era procurato con le sue letture europee: accusa Frescura di non aver capito Zeno in quanto «tipo» (e cioè interessante per la sua stessa banalità, come voleva il citato Zola) e, soprattutto, di non conoscere abbastanza Freud per comprendere romanzo e personaggio. La diplomazia lo spinge a non accusare d’ignoranza freudiana direttamente Frescura, ma a mettere in mezzo l’autorevole divulgatore scientifico del «Corriere della Sera» dell’epoca (quel Dr. Ry che doveva leggere abitualmente, visto che lo cita anche altrove): certo, però, fra i «polli» che non possono ridere degli articoli sulla psicoanalisi perché non conoscono Freud, Svevo doveva metterci anche il suo impettito revisore.
Altro che avvilita sudditanza psicologica e culturale. L’uomo d’affari in procinto di partire per Londra finisce con il liquidare, sia pure con eleganza, il revisore e i suoi consigli, pregandolo di sollecitare l’editore Cappelli «perché imponga maggior fretta a Rocca» San Casciano, sede della tipografia.
Nonostante le insistenze di Svevo, La coscienza di Zeno non sarà pubblicata intorno a Pasqua, bensì ai primi di maggio, ma certo questo ritardo non è da imputare (come è stato ipotizzato) agli interventi in extremis dell’autore che si affanna ad applicare i suggerimenti del revisore: e se a qualcuno è sembrato che il finale pubblicato dica esattamente quello che Frescura voleva che dicesse è solo perché, evidentemente, quel finale lo diceva già, forse in maniera troppo sottile o subliminale perché un lettore sprezzante e poco empatico potesse rendersene conto.