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 2021  marzo 19 Venerdì calendario


E se Fitzgerald avesse «copiato» Nino Oxilia?


Esistono due tipi di coincidenze: quelle che saltano agli occhi e quelle che per venire alla luce hanno bisogno del forcipe dello storico. Una coincidenza del primo tipo: nel 1911 un poeta crepuscolare che morirà di tisi a Roma nel 1914, Giulio Gianelli, per consolare i figli adottivi i cui genitori erano scomparsi nel terremoto di Messina, pubblica un romanzo che avrà un certo successo, Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino. Contiene una trama priva di esempi che Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) adopera in uno dei Racconti dell’età del jazz, «Lo strano caso di Benjamin Button». Diventato nel 2008 un film con Cate Blanchett e Brad Pitt, il racconto di Fitzgerald è la storia di un uomo che nasce vecchio e diventa giovane, fino a rimpicciolirsi e scomparire.
La presenza nelle opere dell’autore del Grande Gatsby di un’altra figura importante della cultura italiana, il poeta e regista Nino Oxilia (1889-1917), appartiene al secondo tipo di coincidenze. Patrizia Deabate, esperta dipanatrice dei fili che legano la cultura italiana di inizio Novecento al mondo americano, ha vinto nel 2019 il premio «Acqui Storia» per l’inedito con Il misterioso caso del Benjamin Button da Torino a Hollywood che ora viene pubblicato (Centro studi piemontesi, pagg. 348, euro 22): un volume in cui si ipotizza che il personaggio di Dick, che compare in tre romanzi di Fitzgerald, potrebbe essere un alter ego di Oxilia.
Allievo e amico di Giulio Gianelli, Oxilia morì sul monte Tomba il 18 novembre del 1917 anche se avrebbe potuto passare la guerra a girare documentari per i Generali, visto che era un regista abbastanza famoso da potersi permettere Mascagni come compositore di colonne sonore. Non solo: mentre il cinema americano aspettava di fiorire, processo reso difficoltoso dal tono conformista che la cultura americana imponeva alle pellicole, il cinema italiano sfoggiava un’irriverenza che gli americani trovavano irresistibile. Le dive italiane – a cominciare dalla fidanzata di Oxilia, Maria Jacobini – furoreggiavano. Una di queste film (a quel tempo la parola era resa al femminile) in particolare giocò un ruolo enorme nell’emancipazione delle donne: Giovanna d’Arco (1913) con Oxilia, che ebbe un successo travolgente in America. Prima che Benedetto XV mettesse il cappello sulla Pulzella, santificandola e neutralizzandone il tenore eversivo, Giovanna d’Arco era soprattutto la prima donna con i capelli a caschetto della storia, un simbolo di libertà che Fitzgerald prese a modello della flapper, la «maschietta». Attraverso un processo indiziario appassionante cadono nella rete tesa dalla Deabate una quantità di notizie sorprendenti e che mutano la nostra concezione dei rapporti fra Italia e Stati Uniti nei primi decenni del XX secolo.
Fitzgerald, aihmè, non citò mai Oxilia, ma le analogie sono talmente numerose che viene da pensare al vecchio trucco con cui gli studiosi disonesti cercano di vincere i concorsi a cattedra: presentando un saggio che riporta nella bibliografia tutti gli autori selezionati da un collega più bravo di loro, ma senza citare mai il nome del collega.