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 2021  febbraio 23 Martedì calendario


Il test che riconosce le varianti

In Italia è stato messo a punto un tampone che identifica le varianti del coronavirus. «Abbiamo appena ottenuto la marcatura Ce. Per la produzione dei primi kit ci vorrà qualche giorno». Spiega Francesco Broccolo, virologo dell’università di Milano Bicocca: «È simile alla Pcr con cui facciamo i tamponi molecolari.
Bastano poche ore per avere il risultato».
Che metodo usate?
«Usiamo delle sonde, cioè brevi sequenze genetiche che corrispondono a quelle del virus mutato. Quando le sonde incontrano una sequenza identica, le si legano e fanno accendere una proteina fluorescente. Possiamo usare una sonda per ogni mutazione.
Costruirne di nuove non è difficile, occorre circa una settimana».
Quali sonde avete per ora?
«Ne abbiamo due per riconoscere la variante inglese. Corrispondono a due delle mutazioni della proteina spike. La prima sonda riconosce una delezione in posizione 69/70, cioè una parte dell’Rna che il coronavirus ha perso. La seconda riconosce la famosa mutazione in posizione 501, responsabile della contagiosità».
Per sudafricana e brasiliana?
«Per il momento abbiamo una sonda che riconosce una mutazione comune a entrambe, quella in posizione 484 che rende il virus più abile nello sfuggire al sistema immunitario. Per distinguere fra le due, abbiamo bisogno di un’ulteriore sonda che però è già quasi pronta.
Rileva la mutazione in posizione 417 tipica della sudafricana».
E come si usano queste sonde?
«Il tampone di una persona viene prima processato normalmente. Se è positivo, può essere sottoposto a una seconda analisi: stavolta viene messo a contatto con le sonde. Può farlo qualunque laboratorio che già sia in grado di analizzare i tamponi. Se nessuna sonda si lega al genoma del virus, nessuna proteina si illumina.
Siamo di fronte al virus non mutato».
Il test è preciso al 100%?
«Nessun test arriva a tanto. Ma potremo finalmente avviare una campagna di screening per aiutare la politica a stabilire le misure di contenimento più efficaci».
Finora come abbiamo ottenuto i nostri dati?
«Di alcuni genomi del virus abbiamo effettuato il sequenziamento completo. Ma è una procedura complicata. Richiede più o meno una settimana di lavoro, laboratori molto attrezzati e bioinformatici qualificati. In Gran Bretagna riescono a studiare così 20mila campioni alla settimana, ma è un traguardo cui noi non possiamo aspirare. Siamo assai lontani dall’avere i mezzi. Perlopiù finora ci siamo affidati a un caso fortuito. Una marca di apparecchi per analizzare i tamponi, infatti, usa tre sonde per rilevare il coronavirus.
Per caso, una delle tre corrisponde al gene mutato nella variante inglese. Il risultato che vediamo è quindi positivo per due sonde: i due geni rimasti uguali. E negativo per una: il gene mutato, in posizione 501. Ma questo medoto vale solo per una marca di apparecchi ed è poco affidabile».