Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  febbraio 23 Martedì calendario


Che fatica vaccinarsi a New York

Ce l’ho fatta: alle due di notte, tra sabato e domenica, sotto una tenda allestita nel parcheggio di un ospedale di Staten Island, il quartiere di New York situato al di là della baia, di fronte all’oceano, ho ricevuto la mia prima dose di vaccino Moderna. Per arrivarci ho dovuto affittare un’auto, raggiungere un quartiere isolato e pressoché privo di trasporti pubblici, e attraversare il Verrazzano Bridge, il ponte dal quale ogni novembre parte la maratona di New York.
Non mi lamento. Sono un fortunato rispetto ai tantissimi nel mondo e anche in Italia per i quali il vaccino anti Covid è ancora un miraggio a oltre due mesi dall’inizio delle somministrazioni (primo vaccinato Usa il 16 dicembre). Ma anche nell’America invidiata perché ha più dosi degli altri Paesi, avendo in casa i principali produttori di vaccini, ottenere un appuntamento è un’impresa assai complicata anche per uno come me che ha da tempo i requisiti che lo rendono eligible per la sospirata puntura. E anche, va detto, i vantaggi di essere bianco: benefici non codificati eppure reali, visti i tassi di vaccinazione finora raggiunti, molto più bassi per gli afroamericani e gli ispanici (come ho raccontato sul Corriere qualche giorno fa).
In America ogni Stato fa a modo suo e, in assenza di organizzazioni centralizzate e sistemi di supervisione, si passano ore a cercare di prenotare una vaccinazione sui siti dello Stato, della città, delle farmacie, degli ospedali e sulle piattaforme come Turbovax che mettono insieme gli appuntamenti messi in palio giorno per giorno da ognuno dei centri di vaccinazione, sulla base delle dosi ricevute. Gli appuntamenti sono dati col contagocce: la mancanza di supervisione significa, infatti, anche che Stati e città non sanno in anticipo quante dosi verranno inviate loro dal governo federale. Così, nell’incertezza, tengono milioni di fiale bloccate nei frigoriferi per essere certi di avere, dopo tre settimane, la seconda dose da somministrare ai vaccinati.
Dopo giorni di tentativi online – e soprattutto notti, quando la concorrenza degli altri aspiranti è minore – ottengo un appuntamento: il 12 febbraio al Jacobi Medical Center, un ospedale nel nord del Bronx. Studio il percorso, riempio i moduli digitali che certificano il mio diritto alla somministrazione (età, patologie, residenza a New York), preparo i documenti, ma un’ora prima della prevista somministrazione mi arriva una telefonata: «Abbiamo esaurito i vaccini, resti a casa. La chiameremo quando avremo le nuove forniture».
Non si farà più vivo nessuno. Ricomincia la caccia, ma il numero dei follower sui siti di ricerca cresce a vista d’occhio e con essi la concorrenza. Le discussioni su Twitter sono feroci: Turbovax viene accusato di discriminare nei confronti degli anziani, meno rapidi dei giovani nel compilare i moduli digitali quando un ospedale o una farmacia mettono in palio qualche slot. Come per la vendita online dei biglietti di un concerto rock molto ambito, vince chi è più rapido nel digitare. Senti di amici che hanno avuto successo, provi e riprovi senza risultato.
Tutto esaurito: farmacie, ospedali, siti municipali, quelli allestiti in stadi e palasport. Anche nel sito dello Stato di New York c’è il tutto esaurito.
Salvo che nell’ambulatorio di Potsdam. Sembra un miraggio, ma un rapido controllo su Google Map aiuta a capire il perché di questa disponibilità: Potsdam è una cittadina a quasi sei ore d’auto da New York, oltre i monti Adirondacks, al confine col Canada. Per un momento penso di andare, ma le incognite sono troppe: strade di montagna ghiacciate, il rischio di arrivare e scoprire che il vaccino è esaurito anche qui. E poi bisognerà tornare fra tre settimane per la seconda dose.
Alla fine si apre uno spiraglio notturno a Staten Island, in uno dei centri aperti 24 ore su 24. Mi è andata bene: l’America vaccina molto (1,8 milioni di cittadini ogni giorno, 61 milioni che alla fine della scorsa settimana avevano ricevuto almeno la prima dose su 330 milioni di abitanti), ma la frammentazione del sistema costa cara anche su questo fronte: per settimane milioni di dosi sono rimaste inutilizzate, accantonate per le case di riposo sulla base di calcoli sbagliati (ci si basava sui posti letto disponibili senza considerare quelli rimasti vuoti per la morte degli ospiti o perché molti anziani sono tornati a vivere dai parenti).
E poi c’è stato l’effetto dell’eccezionale ondata di freddo della scorsa settimana con mezza America paralizzata da temperature polari. Duemila centri di vaccinazione sono rimasti senza energia elettrica. Ma conseguenze pesanti per le vaccinazioni ce ne sono state anche dove il gelo non ha colpito duramente, come a New York o in California: FedEx e UPS, i due spedizionieri ai quali è stata affidata la distribuzione del vaccino, smistano ogni notte tutto il loro traffico da due aeroporti nel centro del Paese – Memphis in Tennessee e Louisville in Kentucky – chiusi per giorni a causa del gelo. A New York 35 mila appuntamenti sono stati cancellati e sabato il sindaco de Blasio ha avvertito che la scorta dei vaccini si era ridotta a meno di mille dosi.
Sono stato fortunato.