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 2021  febbraio 23 Martedì calendario


Intervista a quel paraculo di Lodo Guenzi

Arriva puntualissimo alle 9, lui, il suo ciuffo e la sua faccia bonacciona e vispa e felice e sorniona e altre cose belle. Mi è molto simpatico Lodo Guenzi, al punto che abbiamo anche apparecchiato in suo onore – mai fatto per un millennial, glielo dico subito. Lui acuto mi fa notare che la mia fidanzata è una millenial, lo zittisco con tre gin tonic consecutivi.
«Io voglio sapere se sono un millennial come Sferaebbasta o come Vasco Brondi. Questo volevo capire», dice Lodo una volta seduti a tavola e attivato l’apparecchio di registrazione digitale che sta nel mio telefono furbo. Segue estratto da una conversazione di quattro ore, una fatica metterla in fila, ma insomma, eccola.

Non lo so che millennial sei, Lodo.
Perché un ragazzo del ’99 l’altra sera mi ha detto «se a 35 anni lavoro ancora mi ammazzo». Ho pensato, cazzo, ha ragione lui. È un mito borghese quello di lavorare tutta la vita. Forse loro non ce l’hanno.

Uhm. Ok. Cosa vuole a 35 anni la pensione? Una vita in vacanza? Hai creato dei mostri.
No, non è colpa mia, è colpa del mito dell’arricchirsi che viene giù. Meglio non arricchirsi e non fare un cazzo.

Però la parola giusta non è vacanza, la vacanza esiste solo come pausa dal lavoro. Però ovvio se non ci mettevi la parola vacanza col cavolo che vincevi Sanremo.
Non l’ho vinto.

Ah già, scusa. Senti ho ascoltato i tuoi pezzi nuovi, e non ho capito il progetto musicale, diciamo.
No, non c’è un progetto musicale. L’idea era fare una roba che non c’entrasse un cazzo l’una con l’altra con persone interessanti che ho conosciuto e che non avrei potuto fare nella band. La band è troppo aziendalista.

In comune hanno che a un certo punto arriva il momento inno pop, anche in quella che parte al piano tutta melancolica e moody…
Sì, più o meno. Quella è Dimmi prima le cattive. L’ho scritta in 20 minuti. Ero completamente ubriaco, al bar La Notte in piazzale della Radio, che è il bar storico della Magliana. È il posto in cui mi trovo meglio a Roma. Il barista, Zoran, è stato campione Mma (Mixed Martial Art, uno sport in cui ci si mena e vale tutto) e ha ucciso due persone a mani nude. Zorban mi vuole molto bene. Questo mi rassicura. La storia è semplice, ho conosciuto una tipa, è stata un’avventura divertente, perché non è successo un cazzo se non che è diventata una canzone. Che come le altre di questo ep partono da cose che non avrei potuto fare con la band. Un po’ perché parlano un po’ troppo di cazzi miei, un po’ perché volevo fare una cosa alla cazzo di cane. Ma mi son divertito ed era importante non fare una cosa che fosse troppo vicina a Lo Stato Sociale perché poi siccome sono quello più esposto tutti avrebbero pensato “ecco lo stato sociale è Lodo” e non volevo. Perché non è vero. Volevo fare una cosa in leggerezza…

Però questa cosa della leggerezza… in realtà è più autoironia che leggerezza e mi sorprende. Pensavo fosse una malattia esclusiva della generazione X, e non è così. Io ho sperato potesse finire con il discorso d’insediamento di Obama: sembrava che avessimo vinto, che potessimo togliere le fottute virgolette da tutto ciò che dicevamo, che fossimo finalmente autorizzati a dire le cose e i sentimenti come cose e sentimenti non come autocitazioni ironiche di cose e sentimenti. È impressionante per me vedere quanto tu sia autoironico e rassegnato, addirittura…
Noi siamo completamente disperati, siamo convinti che non ne usciremo meglio, che sarà tutto una merda e che troveranno sempre il modo per incularci. Chi si appassiona alle nostre canzoni spesso ci vede robe tipo “cambieremo il mondo”. Ma noi sappiamo benissimo che non cambieremo un cazzo. Detto questo, in qualche maniera quella frustrazione e quella rabbia sono una forma di energia… “mi sono rotto il cazzo della speranza maledetta stronza che non muore mai mentre io vorrei dormire”. Ecco, questo è.

Quando leggo le tue cose su Instagram penso che tu sia una specie di romantico incompleto e sempre autoironico, con tutte quelle battute dolciastre da Baci perugina 2.0. Mi verrebbe da dirti un sacco di parolacce.
Ma tu devi farlo!

Non lo faccio per pigrizia.
Vabbè ma allora che stima hai di me! Vuoi mettere ricevere una caterva di insulti una volta al mese, tipo il 27, lo stipendio degli insulti! Su Instagram io prendo per il culo lo strumento che uso, nei pezzi non è così. L’idea generale è di non essere mai in un posto chiaro.

Sei veramente un paraculo.
Ma come l’unica volta che dico una cosa seria sono un paraculo? La risposta più normale che mi viene da dare è che il mio amico Manuel Agnelli fino a quarant’anni non si è mai visto sorridere in pubblico. Appartiene a un mondo in cui devi essere una cosa chiara. Noi siamo venuti fuori in un momento in cui per alcuni eravamo quelli che facevano la poesia romantica, per altri eravamo quelli politicizzati, per altri ancora eravamo tipo Elio e le Storie Tese. C’era una battaglia tra quelli che dicevano che eravamo degli adorabili cazzoni e quelli che ci davano dei pesantissimi rompicoglioni

Terminata la pietanza da me preparata con una certa approssimazione alcolica ma non per questo meno prelibata, o così percepita per gli stessi motivi, chiedo a Lodo se gradisce qualcos’altro. E lui dice praticamente di sì. Ma come si fa? Insomma, è una domanda retorica, non una domanda vera, che diamine. Gli offro un mandarino e altro vino, possiamo continuare a chiacchierare. 

A partire dal nome che vi siete dati a me piacerebbe pensare che siete l’ultima versione bastarda e svenduta di situazionismo bolognese.
Sarebbe bellissimo ma il situazionismo evoca uno stile e una volontà. Invece noi lo facciamo perché in una giornata vivi tante fasi diverse e hai bisogno di raccontarle tutte. Noi tendenzialmente ci inseriamo come un cavallo di Troia nella situazione, non per smembrarla in maniera punk. A Sanremo vogliamo piacere alla nonna e al bambino e però fare una roba che rompe il cazzo alla grammatica di quel posto.

Rompe il cazzo ma non la mette in discussione. Tu vai lì e sei assorbito dalla cosa che sta intorno a te perché è più grande di te. Diciamo che siete finti apocalittici molto integrati.
Noi non siamo apocalittici neanche per finta.

Buona. Torniamo alle canzoni che mi hai mandato. Hai scritto una canzone sulla noia ma non ho capito cos’hai contro la noia. La noia è vita.
Ma quel pezzo non parla della noia! Parla chiaramente di capitalismo.

Ahahahaha.
Ok, parla delle cose che fai per combattere la noia.

Ma il verso “Scusa mamma ma non mi diverto”?
Ecco allora guarda, ti avessi conosciuto prima l’avrei scritto apposta per te.

Lorenzo si divertiva e tu no e questo è triste, mi dispiace. Se posso fare qualcosa…
Io parlo di una cosa molto specifica di oggi, parlo del fatto che siamo costantemente subissati da ogni tipo di forma di intrattenimento, di svago, di non pensiero. E nonostante questo ci rompiamo molto i coglioni.

Non nonostante. Per questo vi rompete i coglioni.
Allora vedi che siamo d’accordo? Mi faceva ridere citare Jovanotti proprio per rispondere alla domanda perché? Missione compiuta. Io nel concetto di divertimento legato al consumo vedo la disperazione.

Ammesso ci sia qualche forma di divertimento che non sia consumo, puoi sempre smettere di consumare, puoi guardare il muro e vedere se ti diverti…
Ho fatto una canzone. Credo di averci messo circa 25 minuti. Sai quante ore ho potuto guardare il muro? Il tema è un po’ più preciso. Il fatto che ti stanno chiedendo dei soldi per divertirti. Esiste un’economia che si muove in base all’illusione del divertimento…

È la sostanza del capitalismo, creare quell’illusione. Fuori dall’illusione non c’è niente. Non sono il primo a dirlo…
Sì certo, potevo stare zitto però mi è venuta voglia di fare una canzone.

A me interessa vedere come pensieri complessi e storicizzati si ritrovino nella cultura popolare… la tua risposta “ho fatto solo una canzone” è un po’ difensiva. Non hai fatto “solo” una canzone. Hai fatto il tuo mestiere e hai parlato con un botto di gente. Questo significa sempre qualcosa.
Guarda ti dico una cosa più precisa. È l’orologio de Le tre sorelle di Cechov. Il tizio che va sempre nel cassetto e pulisce l’orologio e dice che odia il tempo, hai presente? L’orologio cade e si spacca. Quella è l’immagine del benessere legato al consumo che si manifesta come l’impossibilità di vivere il tempo.

Ella madonna.
Detto questo io ho fatto una canzone divertente e basta.

Mi colpisce che tu stia dicendo in maniera esplicita che non ti diverti più. Lo dici in modo diretto, ma giocando a nascondere una cosa più complessa: il tempo, il consumo etc. La canzone di Jovanotti è stato un po’ l’addio agli anni Ottanta; e noi eravamo contenti che fosse finita. Arrivò il grunge e cambiò radicalmente la linea di demarcazione tra cosa era figo e cosa no. Abbiamo potuto finalmente sentirci fighi perché non ci divertivamo. Noi non potevamo dire che ci piaceva Lorenzo, doveva starci sul cazzo per partito preso.
Mentre lo dici io che appartengo una storia totalmente diversa penso che fosse bellissimo.

Beh insomma, figo ma anche grande botta di depre generazionale. La morte di Cobain venne vissuta come un lutto familiare da una generazione intera.
C’era da essere tristi veramente.

Ma anche incazzati e infatti è diventato parte del movimento che ha portato al G8 – o almeno questa è una delle mille versioni possibili, tutte sbagliate, peraltro.
Per me però non è esattamente quella parabola. Da fuori – perché quelle cose non le ho vissute – mi sembra la fine dell’ebbrezza del consumo per il consumo, rivelazione del fatto che il consumo non ha niente a che fare con la felicità, e la conseguente infelicità.

Prolegomeni al capitalismo post-industriale, di Lodo Guenzi. Ti ho googlato e il terzo risultato era wiki in inglese: «Lo Stato Sociale (Italian for “The Welfare State”) are an Italian band». Molto ridere. Perché vi siete chiamati Lo Stato Sociale? È morto lo stato sociale e allora noi ci chiamiamo Lo Stato Sociale?
Esattamente. Se fossimo stati una band francese ci saremo chiamati bidet. A te cosa viene fuori su Google?

Beh penso che venga fuori una roba tipo filmmaker.
Ecco, oggi pensavo che la cosa che hai fatto, Avere Ventanni è un po’ tipo Comizi d’amore di Pasolini. Te l’avranno detto tutti…

Sì, vero, grazie, non son degno eccetera, però in realtà era più Godard, se proprio devo farmi un complimento. Almeno Godard è odiato da più della metà del mondo…
Pasolini, da intellettuale, aveva quell’assenza di giudizio per cui veramente vedevi le persone. E pure tu in Avere Ventanni.

Boh, forse è vero. Se incontro un fascista in un bar o se ne va lui, o me ne vado io, oppure finisce a botte. Se lo incontro per un documentario voglio sapere tutto di lui, della sua vita quotidiana, di cosa fa e di cosa pensa…
Questa è l’unica cosa interessante che c’è nella vita. Andare a parlare con quelli che sono fuori dalla nostra festa.

Concordo. Sei il tipo di persona alla quale uno vuole chiedere il suo romanzo di formazione...
Alle scuole medie ero un po’ il ricco della classe. La situazione era estrema. Sono stato giustamente bullizzato e quando l’ho raccontato come a dire “dai vecchio che c’hai 15 anni, anche se ti bullizzano, tieni duro che poi ce la fai” la lettura è stata che i cattivi vanno tutti quanti bruciati. Invece avevano anche le loro ragioni per avercela con me! Ho scritto un post su Instagram, il post ha fatto il giro dei telegiornali. Il mio era un racconto emotivo, ma la questione di classe esiste grazie al cielo e aveva le sue manifestazioni. Sono figlio delle due autorità peggiori di cui puoi essere figlio: quella giuridica e quella accademica, giudice e professore.

Ti avrei bullizzato anch’io…
Oh finalmente uno che mi capisce! Però la cosa triste è che a causa del manicheismo giustizialista di questo paese l’unico dato rilevante è diventato “quelle merde andrebbero bruciate bulli di merda” e quindi ho deciso di smettere di parlarne.

Ti chiedi mai perché la gente ti ascolta? Se vuoi chiamare l’analista chiamalo.
Ma no dai, sto bene.

Ma a breve smetterai di stare bene perché vai a Sanremo. Perché vai a Sanremo?
Questa è un’ottima domanda. Vado a pisciare. Quanti bagni hai?

Piscia, torna.

Ok. Torniamo al romanzo di formazione…
Al liceo si è innescato un meccanismo paraculo per cui quella sfiga è diventata figa e quindi sono diventato rappresentante d’istituto. Nel liceo più fighetto di Bologna nel quale nessuno poteva diventare rappresentante d’istituto alzando il pugno. Questo sì era situazionista! Che io fossi rappresentante d’istituto ridendo e cazzeggiando. Poi siccome mi rompevo molto i coglioni a stare seduto su un banco ho deciso di non fare l’università e ho fatto i provini all’Accademia di arte drammatica di Bologna, mi sono diplomato attore a 21 anni. Mi hanno pure dato la medaglia di miglior giovane promessa del teatro. Consegnata da Napolitano, tipo.

Sei un enfant prodige! Torniamo al liceo. Con le ragazze come andava?
Mi raccontano che tutte erano innamorate di me ma io non avevo gli strumenti per capirlo. Quindi poca roba. Ma alla fine dopo un percorso infinito, fai cose, ti fai anche delle storie nello showbiz che ho tenuto sempre nascoste, beh, alla fine la donna della mia vita è la più bella del mio liceo.

Nooooo. Ma brindiamo, per Dio! Ma questo è bellissimo, io sono molto romantico!
Non come me che sono un romantico incompiuto.

A proposito di romanticismo non mi hai ancora detto perché vai a Sanremo.
Vado a fare la regia della nostra messa in scena e ad accompagnare il frontman di quest’anno che non sono io. L’idea è fare cinque Sanremo ognuno con un cantante diverso.

C’è qualcuno della mia generazione – lo so, sono ossessivo – quest’anno?
No, è saltata. C’è la mia generazione e Orietta Berti. In mezzo il nulla.

E qualcosa vorrà pur dire. Vabbè fammi sentire questo pezzo di Sanremo.
Sì prima vado a fare un’altra volta la pipì.

Nota bene: ogni volta che nominiamo Sanremo Lodo deve fare la pipì. Torna e sentiamo il pezzo, Combat Pop, praticamente un pezzo surf, divertente, molto. Con tipici passaggi Stato sociale. “Pagare tutto il doppio, godere la metà” Insomma Combat Pop, o Combat Paraculo. Mi pare coerente col resto. Apprezzo. Bel pezzo dai.

Bel pezzo dai.
Anche a me piace, ero io che non volevo andarci, ma il pezzo è buono. Poi vabbè la storia vera è che Orietta Berti mi aveva chiesto di fare una roba tipo “Vita in vacanza” e io ho scritto un pezzo in cui lei parla del complottismo dei vecchi su Facebook. Lei ha detto che era bello, ma aveva deciso di fare una scelta più tradizionale. Forse, ma non lo so, lei non me l’ha detto, aveva paura di offendere il suo pubblico.

Ma chi non si offende ormai? Io tutta la TV che ho fatto oggi non potrei più farla.
In questa parte della mia vita faccio molto teatro perché così posso raccontare le mie cose e non possono ridurle alla provocazione di una battuta, però è assolutamente vero che il pop invece lavora sulla brevità e sulla larghezza. Tu dici una cosa e sai che quella cosa la capiranno davvero il 15 per cento di quelli a cui l’hai detta. Però se lo dicessi in maniera complessa la capirebbero ancora meno persone.

A me piace il verso di “Vita in vacanza” in cui dici vivere per lavorare o lavorare per vivere, anche perché è una cosa che era al centro di Avere Ventanni, di cui parlavamo prima. Ricordo un giovane operaio delle acciaierie di Terni il cui stipendio corrispondeva esattamente alla rata che pagava mensilmente per la sua jeep Pajero. Che relazione hanno col lavoro quelli che vengono al tuo concerto?
A me sembra che uno dei problemi del sistema in cui viviamo è che tantissime persone della mia generazione non creano più al lavoro. Nella migliore delle occasioni lavorano per comprare cose, nella peggiore lavorano qua e là per tappare buchi di una scialuppa che sta affondando. Non c’è neanche più il lavoro! Magari si incazzassero ogni tanto i sindacati per dare un segno di vita…

Ah guarda, sempre girando l’Italia per quei documentari ho visto in maniera diretta quanto i sindacati fossero conservatori e schiavi di simboli: tutti a parlare di 400 operai e nessuno dei milioni di precari che erano e sono nella merda…
Alla conferenza stampa del mio primo concerto del Primo maggio come conduttore i sindacati hanno dato i numeri dei morti sul lavoro. I tre sindacati dissero ognuno un numero diverso, perché per qualcuno quello che portava le pizze era un lavoratore per l’altro non lo era. Senza pudore. Sembrò quasi che volessero decidere loro chi sono i lavoratori e chi no.

Ho assistito in diretta al tramonto della funzione dei sindacati. Mi hanno fatto davvero girare le palle. Non si sono occupati dei più deboli, è un fatto.
Ma anche nella musica è così. Il punto è marxista, è il sistema produttivo che è collassato. Da quando tutto è diventato una playlist di Spotify è finita. Adesso sono tutti famosi. Nel 2015 noi riempivamo i palasport, autoprodotti, a 15 euro, senza uno sponsor, senza le radio. Ci andavamo a malapena in pari, facendo sold-out. Però quella cosa lì era la magia, perché raccoglieva un popolo diverso. Oggi sì, ci sono tante cose fighe e dignitose però non me ne frega un cazzo.

Ecco che stai diventando generazione X. Sei già nostalgico. Questa cosa indie ti fa andare a dormire con la coscienza a posto.
Però si porta dentro anche la sua parte dei demoni perché non sono rimasto là. Sono andato a Sanremo, ho fatto le hit radiofoniche.

E sei andato in tv. Ti sei divertito?
A un certo punto mi sono divertito molto. Manuel mi ha svoltato la vita a X Factor. Ero lì al posto di Asia, un sacco di pressione e di casini, anche privati. Una sera dico una cosa su una mia band, la Maionchi mi fa il culo e io ci rimango male. Manuel lì di fianco mi dà una botta col gomito e mi dice “ragazzo rispondi” e io mi ripiglio e le rispondo. Da lì cambia totalmente, finalmente me la vivo bene, diventa tutto facile. Gran merito è di quel pugnetto di Manuel.

Manuel è figo, sì. Com’è stato quando sei diventato famoso? Dopo Sanremo?
La fama più divertente è stato fare i club, sai nei palazzetti ci sono già le transenne, non sei in contatto vero. È nei club che fai un gran casino, ho fatto fallire una relazione, è un periodo che tecnicamente si chiama “fase del cazzo rabdomante”, poi la superi, e allora ti fai i test per tutte le malattie del mondo. Mi ricordo il test dell’Hiv a Bologna, andai dopo anni furenti e la conseguente necessità di punizione cattolica, impiantata nel cordone ombelicale del paese; ti sei divertito e verrai punito. Mi ricordo che c’era questa situazione di tensione un po’ da sala corse, sembrava di essere alla Snai. Quando mi dissero “tutto bene”, nel mio romanzo di formazione si è compiuto un giro. Lì sono cambiato.