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 2021  febbraio 23 Martedì calendario


Periscopio

Semplicemente non m’interessa essere uguale all’uomo, l’ho capito tardi. Luciana Castellina (Concetto Vecchio), la Repubblica.
Napolitano ha fatto il possibile e di più. Fabrizio Rondolino, scrittore (Giancarlo Perna). Libero.

In una lettera a Giovanni Testori, Arbasino scrisse: «Caro Testori, “dimenticare Voghera?” Non è umanamente possibile, direbbe Gadda». Alberto Arbasino, Grazie per le magnifiche rose. Adelphi.

Attilio Fontana, governatore lombardo dice: «Ricciardi si informi bene, prima di parlare». Vincenzo De Luca, governatore campano: «La mia regione procederà legalmente contro Ricciardi». Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna: «Ricciardi non ha competenze istituzionali, molte sue parole sono fuori luogo». Fabrizio Roncone, Corsera.

Conte si impose con l’aria tranquilla, serena, conservativa, amabile e indulgente anche mentre al Senato picchiava Salvini. Ma dagli Stati Generali in poi si trasformò come Teodosio che davvero credette di poter fare l’imperatore di Roma pur essendo un ispanico, un burino, un ciociaro…Sepolto dalla sua ambizione, il protagonista è diventato di nuovo invisibile. Francesco Merlo, la Repubblica.

Riuscirà Mario Draghi a fare quello che dal 1994 non sono riusciti fare i 17 governi della cosiddetta «Seconda Repubblica»? L’Italia deve finalmente riuscire a raggiungere una crescita economica notevole. Altrimenti, il Paese, che ha un rapporto debito/Pil tra 150 e 160%, si troverà, tra uno o due anni, di fronte a una nuova crisi di fiducia e con grossi debiti. Ma per ottenere più crescita, bisogna togliere di mezzo i mali che bloccano l’Italia da decenni: l’amministrazione inefficiente, la giustizia lenta e imprevedibili, le prestazioni insufficienti delle scuole, la formazione professionale spesso solo esistente sulla carta, la continua emigrazione di giovani con altissima educazione ed ottime prestazioni, inoltre le infrastrutture carenti o l’offerta turistica, da un lato vecchia, e dall’altro totalmente sottosviluppata nel Sud. Tobias Piller, Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Quando scoppiò Tangentopoli, Giulio Andreotti appariva un mummia senza tempo, vecchissimo per molti. In quel tempo, Andreotti aveva la stessa età del neo presidente del Consiglio, Mario Draghi. Settantatre anni per la precisione. Cinque anni meno del neo presidente degli Usa Joe Biden e sei in meno di Mattarella. Vecchissimo appariva anche Aldo Moro anche se quando fu ucciso aveva 62 anni. Marcello Veneziani, la Verità.

Sono astemio perché non conta se sei sobrio, solo prima di metterti al volante. Gli alcolici influiscono in permanenza sui riflessi. Devo trattarmi con riguardo. Sono istruttore di karate, ogni giorno mi sottopongo a un’ora di ginnastica violenta. Mi considero un sopravvissuto. Dai 2 ai 15 anni ho avuto tutti i malanni conosciuti dalla scienza. Un medico stava per uccidermi con una dieta ipercalorica che avrebbe dovuto curarmi una gastroenterite. Mia madre ne chiamò un altro che mi salvò prescrivendomi solo acqua Sangemini per 48 ore. Qualche anno dopo anche lui però tentò di ammazzarmi somministrandomi con le sue mani il purgante durante un attacco di appendicite. Arrigo Cipriani (Stefano Lorenzetto), l’Arena.
Quando sono diventata la prima donna ad essere una «Junior Fellow» nella «Society of Fellows» di Harvard, un grande onore, un famoso professore del mio dipartimento di studi classici, quello nel quale stavo lavorando al dottorato, mi scrisse per congratularsi e si cimentò in un joke (facezia, ndr.). Come avrebbe dovuto chiamarmi?, si chiedeva. Fellow o Fellowess? Fellowess (compagna, ndr.) sarebbe stato imbarazzante. Allora ricorse al greco antico per risolvere il problema. Poiché in greco «compagno» è hetairos, ecco lui avrebbe potuto chiamarmi hetaira. Sapendo bene (e sapendo che anche io ne ero a conoscenza che hetaira è il termine che si usa per una prostituta. Così quel lazzo era un tipico insulto rivolto alle donne: si fa capire loro che sono utili solo per il sesso, non per le doti intellettuali). Martha C. Nussbaum, filosofa Usa (Roberta Scorranese). Corsera.

A Milano il tram numero 1, curvando dolcemente, s’infila in via Tommaso Grossi. Scendiamo, papà? La Galleria, uguale. Il Duomo è più chiaro. Tu forse lo ricordi ancora nero di fumi. Nell’aria irrespirabile di Milano guardavi noi bambini e sognavi di riportarci a Parma, dove ancora allora si giocava a pallone per strada, e nei cortili. Ma, mi dici, quasi in una preghiera: andiamo in via Solferino. Risaliamo via Bigli, stretta, solitaria, e il rumore dei passi sul porfido, mi accorgo, è solo il mio. Ma il cane si volta, ad aspettarti. Marina Corradi, scrittrice. Gazzetta di Parma.

George Orwell è diretto all’isola di Jura: se non è l’Artico, poco ci manca, Meno di 300 residenti, l’ospedale più vicino è a un taxi, due navi, un bus e un treno di distanza. Non proprio la destinazione ideale per un malato di tubercolosi in stato avanzato. Ma, appunto, Orwell ha una missione da compiere: finire il libro che ha in testa da mesi, da anni. Mettere in fila le parole che riassumono le riflessioni e le esperienze di una vita. La posta in gioco è molto alta: il direttore dell’Observer, David Astor, lo ha capito e gli ha offerto così quel cottage alla fine del mondo perché possa dedicarsi senza distrazioni al romanzo 1984. George Orwell (Maurizio Pilotti). Libertà.

Io sono un professore fallito, nato con la penna, anzi con i pennini. A quel tempo tua madre, diciassettenne, si stancò, brevemente, di me e io, giovanissimo supplente di italiano alle magistrati ebbi la fortuna di avere sua sorella, la zia Cecilia, come mia scolara. Per sapere che cosa faceva tua madre le davo temi quali: «La mia famiglia», «Una domenica in casa», «Parla dei tuoi fratelli e delle tue sorelle...». Ma lei, la carognetta, svicolava, faceva discorsi vaghi. E allora io, sul suo compito scrivevo: «Sei meno. Mancano le informazioni, svolgimento superficiale». Guglielmo Zucconi, La scommessa. Rizzoli, 1993.

Ci nutriamo delle nostre passioni, del nostro mestiere e anche della nostra libertà: siamo nati liberi, siamo cresciuti liberi e continueremo ad esserlo. Non bramiamo ricchezze, probabilmente perché le abbiamo già. La nostra vera ossessione è cercare di creare bellezza. La nostra forza è essere insieme: abbiamo i tavoli da lavoro uno di fronte all’altro, parliamo, parliamo tanto. Abbiamo un modo di procedere molto narrativo. Stefano Gabbana e Domenico Dolce, stilisti (Daniela Monti). Corsera.

Dalla vita mi aspetto tutto. Dalla morte tutto il resto. Roberto Gervaso.