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 1996  febbraio 03 Sabato calendario

Biografia di Gene Kelly

In un acuto ritratto di Kelly sul «The New Yorker» (21 marzo ’94). John Updike, esordisce con una frase lapidaria: «Aveva un sacco di ginger (ovvero di brio), ma non aveva  Ginger». E prosegue: «Benché abbia danzato  affettuosamente con Leslie Caron. divertendosi con Debbio Reynolds, pimpante con Judy Garland, di slancio, con Rita Hayworth.  meditabondo con Vera-Ellen e rispettosissimo con la  statuaria Cyd Charisse dal volto di pietra, noi  pensiamo a Gene Kelly come al tipo in mocassini e  maglietta aderente che balla furiosamente il tip-tap  tutto da solo». La tesi dell’autore di «Corri, coniglio» è che  l’oriundo irlandese «non  seduce le casalinghe»:  milioni di donne hanno sognato di ballare con Fred  Astaire, mentre Kelly si sono accontentate di vederlo ballare. Di parere  nettamente opposto Jeanine Basinger. autrice della  monografia pubblicata dalla Pyramid: «Astaire non era il tipo d’uomo su cui le donne sognano (la sua specialità era far battere i  tacchi e non i cuori), mentre Kelly era un maestro di magnetismo sessuale».  Sulla perenne  contrapposizione Astaire-Kelly,  insomma, si combattono almeno due scuole di pensiero. Per cui sarà opportuno  puntualizzare le differenze  oggettive fra i due campioni. Di 13 anni più anziano del rivale. Fred è  l’incontestato sovrano del ballo da sala, spesso e volentieri in frac, imbattibile nel  coinvolgere le sue partners in fantasmagorici arabeschi e scoppiettanti rimpalli,  romantico e autoironico  insieme. Quando Eugene Curran Kelly (classe 1912. figlio di un commesso  viaggiatore in grammofoni) si affaccia al successo,  impersonando a Broadway nel ’39 il ballerino Harry nella commedia «I giorni della vita» di Saroyan vincitrice del Premio Pulitzer (l’anno dopo diventò una star  attraverso 270 repliche del musical «Pai Joey» di  Rodgers e Hart tratto dal romanzo epistolare di John O’Hara, lo stile “bathroom” stava già  scomparendo dall’orizzonte  tersicoreo in omaggio a nuovi più scalmanati rituali. Se Astaire veniva dal ballo  come strumento di seduzione del gentil sesso, Kelly  veniva dalla palestra: e da una scuola di balletto classica iniziata bambino per  volontà di una madre  lungimirante: e se Fred aveva ammirato i tanghi di Rudy Valentino. Gene si era  innamorato di Douglas  Fairbanks: di cui vide e rivide il capolavoro «I tre  moschettieri», che poi rifece nel ’48 ritmando i duelli a suon di musica. Da una parte eleganza allo stato puro, dall’altra classicità e acrobazia. Ma anche come attori Gene e Fred sono agli antipodi:  fino a qualche prova più  impegnata verso i confini  della terza età, Astaire si  limita a quella recitazione «da siparietto», ritmata e  pungente, imparata al varietà. Mentre Kelly, che forzerà la propria indole modesta fino a definirsi in chiave semiseria «il Marion  Brando che danza», è un attore di talento, tanto che il suo primo produttore David O. Selznick vorrebbe fargli tralasciare il ballo  impegnandolo nella parte del sacerdote di «Le chiavi del regno»: ma Gene è troppo legato alla musica per  accettare, sicché il  personaggio diventa il trampolino di lancio di Gregory Peck. Poco dopo. però, il  nostro impersona addirittura un assassino che tenta di uccidere Deanna Durbin in «Vacanze di Natale» e fino a un certo punto  continua a mescolare i generi. Gli conferisce ambiguità la cicatrice a mezzaluna  sull’angolo sinistro della  bocca, che lui rifiuta di far  occultare dai truccatori. Si direbbe un ricordo di  qualche rissa stradale nella  nativa Pittsburgh, ma è  soltanto il risultato di una  caduta infantile dal triciclo. Kelly non nasconde la  banalità dell’incidente, gli piace sottolineare la  propria vocazione alla  normalità. Sposato con la brava attrice Betsy Blair (il  matrimonio dura una  quindicina d’anni), padre di una bambina, dichiara alla stampa: «Sono un tipo qualsiasi che ha una  moglie, una figlia,  un’automobile e una casa». Ma che non sia un tipo qualsiasi lo dimostrano il suo accanimento  perfezionistico, la sua ambizione in crescita incontrollabile, la sua cultura sempre più  vasta e stimolante.  Dall’ideare e organizzare i numeri musicali dei suoi film (lo faceva anche Fred), Kelly passa alla co-regia (Fred non l’ha mai fatto) con  l’amico Stanley Donen  conosciuto nella compagnia di «Pai Joey». È il momento magico di «Un giorno a New York» per cui il  neodemiurgo convince  l’onnipotente produttore  musicale della Metro. Arthur Freed, a lasciargli tentare l’esperimento di trasferire l’azione sui luoghi naturali. Qualcuno potrebbe  sostenere che l’idea gli è venuta dal neorealismo italiano. E comunque un modo per impossessarsi della vera New York in 46 febbrili giorni di lavorazione, a prezzi inferiori di quanto sarebbe costata la  ricostruzione in studio, e di far  riscoprire al pianeta la Grande Mela sul passo danzante dei tre marinai in franchigia (e con l’apporto disciplinatissimo di un  Sinatra in stato di grazia). Seguono, per nominare  solo i film principali. «Un americano a Parigi» (’51), rivisitazione di Gershwin coniugato con la pittura francese, che qualcuno  trova un po’ sapiente e  indigesto; e infine (giù il  cappello) «Cantando sotto la pioggia» con Gene che canta e balla il numero del titolo con l’ombrello  aperto e zampettando nelle pozzanghere. Siamo nel ’52, l’avventura continua, ci saranno altri virtuosismi, successi. Ma dopo un quarto di secolo la fortuna del musical è in declino in tutto il mondo: l’Europa ne rifiuta le convenzioni inducendo i noleggiatori a tagliare dai film molti  numeri, gli USA stanno  entrando in una fase di  profondo cambiamento e  sposano la causa di Elvis the Pelvis. Ormai monumento nazionale, a questo punto l’ultraquarantenne Gene Kelly sa di ballare a futura memoria: e poco a poco, dirada gli appuntamenti e si riserva qualche sapiente sporadica apparizione.  Eppure il segno che il grande artista ha lasciato è di quelli che non si  cancellano, l’emozione di rivederlo quando la tv ripropone i suoi classici è inlatta. Chi buttereste dalla  torre: Fred Astaire o Gene Kelly? È uno dei grandi  dilemmi del secolo, quante serate abbiamo speso nel dibatterlo fra appassionati per restare poi con una  nostalgia di Gene chi aveva salvato Fred o viceversa. Ora scomparsi tutti e due i contendenti, possiamo  prevedere che la loro  amichevole disfida per il primato assoluto come «song and dance man» assicurerà a entrambi l’immortalità.
Tullio Kezich CdS 3 febbraio 1996
 
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