Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  gennaio 13 Mercoledì calendario


Nel nome del figlio moglie e marito finiscono a pezzi

Nella realtà un travaglio di 24 minuti sarebbe una gran fortuna, in un film, per di più raccontato con un solo piano sequenza, pare interminabile, contrazioni, spingi forte, vomito, respira a fondo, cacca, sangue, doglie, sei centimetri, il battito del cuore, paura, odio, un dolore insopportabile, la testolina che appare. Tra la cucina e la vasca da bagno e il letto, con l’ostetrica tra le gambe e lui, il padre della nascitura che tiene quella donna spezzata tra le braccia, con amore infinito e pena e baci e carezze, il solo modo che ha per aiutarla in quella sofferenza. Martha ha scelto di partorire in casa per vivere assieme a Sean il privato miracolo di dare una vita, lontano dal gelido ricovero ospedaliero. Lei ha rifiutato anche l’epidurale e se ne pente, ma ecco la bambina finalmente c’è, è tra le sue braccia, tra le loro braccia allacciate, la gioia è immensa: ma quel pianto dura un secondo, un solo secondo di vita, e lì si spegne. Pieces of a woman è il primo film americano del regista ungherese Kornél Mundruczó ed era in concorso alla coraggiosa Mostra di Venezia del settembre scorso fortemente voluta dalla Biennale malgrado il Covid e perfettamente riuscita nel limitare e dislocare pubblico e stampa. Adesso è su Netflix e inutilmente suggerisco di vederlo con i sottotitoli, perché le voci contano, soprattutto quando gli attori sono bravi come in questo film.Sean e Martha vivono in una città antica e raffinata come Boston (il film però è girato in Canada) e vengono da mondi diversi; lui è un capo cantiere nella costruzione di un ponte sul fiume che attraversa la città, lei viene da una famiglia ebrea colta e benestante di origine ungherese. Li unisce la passione, il piacere di sfiorarsi, l’impulso continuo a sorridersi, a guardarsi. Lui è Shia La-Beouf, un “Trasformer” di gran successo, in quanto fisicamente insignificante come devono essere i cineroi, che adesso però, con i baffoni neri e la nera lunga barba quadrata, è diventato sexissimo, lei è Vanessa Kirby, ex giovane principessa Margaret in The Crown e prossima ulteriore Mission Impossible, qui bella elegante trentenne con gli indispensabili capelli sporchi e spettinati delle belle di oggi. Capita spesso che gli amanti si scoprano poi più genitori che amanti, qui è quel cadaverino a separarli, a frapporsi tra loro come un reciproco fallimento, una colpa, a provocare un abisso incolmabile, un insanabile rifiuto. Ognuno vive la perdita a modo suo, senza possibilità di perdono. La vita riprende ma il viso di lei si è fatto di pietra, i pensieri funesti, il passato alcolico di lui imperdonabile, la casa inospitale, gli abbracci impossibili. Lui piange in fragile solitudine quella figliolina tanto attesa come un riscatto, come un potere, come il legame indissolubile per risanare le differenze. Adesso loro si scoprono sbagliati, soli, ognuno chiuso nel proprio modo di vivere la disperazione di quell’assenza. Il tempo che scivola via sempre più astioso è scandito dalle sponde del ponte che finalmente si ricongiungono, mentre sempre più Martha e Sean si allontanano, mese dopo mese, attraverso l’inverno di neve e nebbia e i silenzi e i tradimenti. Lei vuole cancellare quel cadaverino lasciandolo a un istituto di ricerca, lui vuole vendicarlo chiedendo il processo contro l’ostetrica, tra loro l’elegante madre di lei che da quella tragedia pretende ciò che vuole: che la coppia si lasci, che ognuno torni al suo mondo, eliminando un errore di classe provocato dall’insipienza dell’amore.Pieces of a woman (“Pezzi di una donna”?, “Una donna in pezzi”?) è certamente un film per signore, come si usava negli anni 50, perché non c’è niente da fare, puoi essere primo ministro o militante MeToo o ingegnere aerospaziale, al cinema o in streaming nulla dà più soddisfazione di una storia d’amore o disamore, fa lo stesso. Ci sarà il lieto fine indispensabile dopo tanto travaglio del corpo e del cuore? Dipende da cosa si pretenda sia il lieto fine, ma un berrettino di lana fa ben pensare. Il neonato che muore al primo vagito ha segnato la vita del regista Mundruczó e della sceneggiatrice Kata Wéber sua compagna ed è una tragedia sempre più rara ma ancora possibile: le cifre sono incerte, 5 ogni mille in Italia, 8 negli Stati Uniti, (122 in Afghanistan !!!) e un paio di anni fa il film La favorita del greco Lanthimos ha raccontato la storia della settecentesca regina Anna d’Inghilterra che partorì inutilmente 17 figli. Il parto in casa è sconsigliato dai ginecologhi ma viene considerato olistico, naturista, colto e persino elegante: e di norma non pericoloso. Quanto al papà in sala parto, che in questo caso è agli inizi una cucina, è ormai sempre più diffuso: ai miei tempi non passava per la testa né di mamma né di babbo, considerando lo strazio annesso solo una giusta faccenda punitiva di donne. Adesso non conosco giovane uomo che non sia contentissimo dell’esperienza, e se mai sono le partorienti che preferirebbero farne a meno per non dover occuparsi anche di lui. Nell’ultima puntata dell’epocale Bridgerton, che amiamo pazzamente per le sue ridicolaggini compresa questa, lui, il Duca di Hastings, maschia bellezza nera inglese che viene dallo Zimbabwe, sta lì seduto elegantemente fissando le contorsioni della sua signora in travaglio: e volendo stupidamente essere precisi potremmo ricordare che quelli erano tempi (primissimo Ottocento) in cui l’eventuale padre se ne stava il più lontano possibile anche perché le partorienti morivano come mosche ed era un bel fastidio