Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  gennaio 13 Mercoledì calendario


Conte e Bettini visti da Merlo


È il quasi erede di Prodi, il quasi federatore della sinistra: da Zingaretti a Bersani, da D’Alema a Pietro Grasso. Al quel suo famoso curriculum quasi vero, il professore avvocato Giuseppe Conte dopo due anni e mezzo ha finalmente aggiunto l’ambito master del Pd. Il relatore, il capo della commissione esaminatrice che l’ha promosso, è il suo nuovo dottor Sottile, quel Goffredo Bettini che di sé dice: «Sono il Nero Wolfe che risolve le crisi dalla mia piccola casa, 35 metri quadri senza televisione». Per Conte «Bettini è un sapiente giurista» e per Bettini «Conte è un paziente statista». Ma come ha fatto l’ex pupazzo di Di Maio&Salvini, l’ex vice dei suoi vice, ad aggiornare – nientemeno – la scienza politica del vecchio «è vero anche il contrario»? E come ha fatto a diventare il quasi capo del partito più sapiente d’Italia, il quasi protagonista di questo nostro tempo instabile tra azzardo e trattativa, pronto alla guerra ma con l’aria tranquilla e indulgente che già esibì al Senato mentre picchiava Salvini? Ebbene, è Goffredo Bettini il tutor che gli sta insegnando che in politica si vince meglio quando nessuno ti prende sul serio, che nella sfida di spavalderia con Renzi ha il vantaggio degli svantaggiati, che c’è una forza nell’Agilulfo di Calvino che non sembrava un cavaliere ma solo una lucida armatura vuota. Bettini sta dunque allenando l’ex “ometto di Grillo”: guantoni e rinvii, minacce e trattative.
La coppia è stramba ma di fascino perché le antropologie sembrano irriducibili: Conte si esibisce e Bettini si nasconde, l’uno colleziona incarichi e l’altro li rifiuta, Conte non ha partito perché li vorrebbe sedurre tutti e Bettini è “l’apparato umano” direbbe Jep Gambardella. Ed è uno spasso quest’alleanza tra lo sbraco all’ombra dei palazzi e la liturgia luccicante del gagà, tra il sussurro e il vaniloquio, tra il barocco e il rococò. Li unisce la piega del cavillo, il rimpasto, la sfida, la verifica e la mediazione anche durante la tempesta: «Sono costruttivo e non distruttivo» ripete di sé Conte mentre Bettini gli organizza in Senato il gruppo di sfondamento dei «costruttori», ma allo stesso tempo manda messaggi a Renzi, tratta, cede, offre, promette punizione ma dirige la squadra dei pontieri del Pd: Orlando, Franceschini… E ormai Conte ha persino capito che i cazzotti di scena, alla maniera degli imbonitori rionali, più sono sgangherati e rumorosi – «è solo questione di ore» «l’appuntamento è a domani» e meno fanno male, come nel caso del disprezzo renziano più esibito: «Se non fosse per me, Conte ancora insegnerebbe, con la didattica a distanza, a Novoli».
Titolare di «un metodo» che ormai sfida Andreotti, Conte ha consegnato ai libri di storia un altro trasformismo italiano: non ha di nuovo cambiato casacca come quando, da trasformista semplice, mutò il “Conte uno” nel “Conte due”, primo capo di un governo di destra che, senza soluzione di continuità e senza neppure uscire dal suo ufficio di Palazzo Chigi, divenne capo di un governo di sinistra. Ora Conte ha invece cambiato … il cervello. Il suo doppio infatti non è più Rocco Casalino, ma è la mente pensante, è l’intelletto collettivo del Partito democratico. I due sono il nostromo e il metronomo della Repubblica italiana, Master & Commander. Insieme Conte e il Pd trattano i cinque stelle come la loro “bad company”, come una specie di Alitalia. E così quelli che agli esordi del suo primo governo manovravano Conte come un burattino («Luigi, questo lo posso dire?») sono ora la sua società fallita.
Insieme hanno dato la caccia ai responsabili, ai voti di risulta, ai giubbotti di salvataggio: «Conte è convinto di avere i numeri, auguri» ha detto Renzi ma il tono è quello del lupo ferito. E insieme hanno ridotto la famosa furia toscana di Renzi alla ruspa padana di Salvini.
La nuova grinta di Conte è la forza antica del Pd: «Ci vediamo in aula» dice. E poi: «Se ritirano le ministre non ci sarà un altro governo con Italia viva». Alterna acidità e modestia e questo ingorgo di pulsioni ogni tanto diventa tic nervoso e perciò Conte si confonde e si impappina. Ma sa che i fedelissimi lo vogliono sanguigno, che sperano nella sua rabbia come uscita collettiva dal soffocamento di un governo sempre più deludente e sempre meno popolare che esaspera gli italiani per le strade, nelle famiglie, nei posti di lavoro.
Ma comunque oggi vada a finire è già straordinaria la tenuta – due anni e mezzo – del quasi presidente, quasi giurista, quasi leader, che incarnava “la quasità” e il pressappoco italiano ed è diventato il dioscuro di se stesso e poi la figura affidabile e rassicurante durante la prima ondata della pandemia e ora, alternando la prudenza e il coraggio come valori e resistendo al fuoco lento di Renzi con la pazienza dell’arrostito, è asceso al soglio del Partito democratico. Conte è il miracolato che si è messo a fare miracoli. Bettini lo ha infatti convinto che l’Italia di sinistra sicuramente lo voterebbe.
Davvero il “contismo” è la nuova scienza politica della porta sempre chiusa che rimane sempre aperta, forse l’ultima disperata invenzione della governabilità, della stabilità del traballante, del rassicurare saltando sulle mine, dell’après moi le déluge: dopo di me elezioni, caos sociale, contagi, disastri, pandemia e pandemonio.