Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  gennaio 13 Mercoledì calendario


I consigli etici del New York Times sui vaccini

Quando una dei centomila mi ha detto che avrebbe saltato la fila per il vaccino, ho pensato scherzasse.
È successo qualche settimana fa, e poche ore dopo ho letto il New York Times: ho pensato che la mia amica leggesse i miei stessi articoli, e stesse facendone una sofisticata parodia.
Ha cominciato la posta non del cuore ma dell’etica. La rubrica The Ethicist, sul magazine del NYT, è quella cui scrivono coloro che hanno dilemmi morali. Tempo fa rispondeva uno dei più lucidi intellettuali viventi, Chuck Klosterman (se non lo conoscete, mollate subito questo articolo e andate a cercare uno qualunque dei suoi libri); adesso la tiene non proprio l’ultimo dei fessi, Anthony Appiah (se non lo conoscete, mollate subito questo articolo e andate a cercare La menzogna dell’identità).
A fine dicembre, il dilemma proposto al consigliere per l’etica dei lettori è questo: mio marito lavora nei servizi essenziali, epperciò sarà tra i primi a essere vaccinati; è una persona importante nel suo settore, e quindi potrebbe far vaccinare anche me; abbiamo più di 65 anni ma nessuna patologia pregressa: è etico saltare la fila?
Appiah, che non ha evidentemente mai abitato in Italia, né è mai stato a una funzione religiosa celebrata dal parroco siciliano che ieri ha spiegato a Repubblica che c’erano dei vaccini avanzati, e gli è sembrato normale dire ai parrocchiani di andare a farseli iniettare, Appiah esordisce dicendo un certo qual scoramento per la certezza che un marito potente sia in grado di farti saltare la fila (come si dice in inglese «tengo famiglia»?).
Poi, giacché quella è una rubrica di etica, spiega che ci sono in gioco «più ampie questioni di fiducia sociale ed equità, tanto più critiche di fronte all’attuale crisi di legittimità». La prossima volta in cui trasecolerete perché il grande pubblico compra i libri di Volo e non quelli di Cacciari, confrontate il monito di Appiah con la cronaca del prete siciliano: «Mi ha chiamato un amico che lavora come amministrativo nel pool di vaccinazione a Scicli, mi ha detto che c’erano dei vaccini in più che bisognava utilizzare entro due giorni e sono andato»: semplice, incontrovertibile, riconoscibile. Chi di noi non ha regalato prelibatezze che altrimenti sarebbero andate a male a un vicino di casa? Certo, Appiah spiega con un’immagine semplice perché siano state date certe priorità che non hanno a che fare con la classe sociale (è importante vaccinare gli autisti d’autobus prima dei banchieri, dice citando un consigliere di Biden), ma vuoi mettere con: se il vaccino non me lo facevo io, si buttava, era un peccato. Sa subito di ragù delle nostre nonne, è immediato e immedesimabile.
Due giorni dopo i consigli di etica, nella pagina di quelli di buone maniere il NYT ospitava un’altra lettera. La cognata d’un politico di destra che aveva sempre sminuito i rischi da virus era indignata: adesso lui lo vaccinano prima, in quanto politico, e io non so come dire a mia sorella che è uno schifoso (tengo famiglia, ma preferirei di no). La consigliera delle buone maniere sconsiglia di parlar male alla sorella del di lei marito; suggerisce invece di essere con lei così affettuose che sarà lei a sentirsi abbastanza a suo agio da dire quanto le faccia schifo lo schifoso (e magari costringerlo a far saltare la fila anche alla cognata).
Saltare la fila era il tema americano anche prima del prete siciliano, ma con quel classismo che riescono ad avere solo nel paese determinato a fingere che non esistano le classi sociali. La settimana scorsa un medico dei ricchi spiegava al NYT d’essere molto lieto che i turni delle vaccinazioni li avesse stabiliti lo stato e che Cuomo minacciasse multe fino a un milione per chi faceva saltare le file: così poteva dire, di fronte alle pretese dei clienti ricchi, che non dipendeva da lui (tengo un cuore non esattamente di leone).
La mia amica è una omologa giovane di quella che ha scritto a The Ethicist: è terrorizzata dal contagio, e non è certo una dubbiosa (non legge i tabloid newyorkesi, secondo cui il vaccino dà gonfiore facciale e fa venire le rughe, sennò magari ci ripenserebbe).
A Natale mi ha telefonato e mi ha spiegato che sicuramente suo marito, lavorando in un settore che non può permettersi di fermarsi, avrebbe avuto accesso prestissimo ai vaccini, e lei avrebbe preteso d’accodarsi. Il dettaglio che aggiunge meraviglia, rispetto alla lettrice di Appiah, è che il marito della mia amica non lavora nel settore sanitario (o nelle scuole). Certo che se stanno fermi vanno in rovina, ma vale per tutti i settori, dalla moda ai ristoranti. Eppure, lei è sicurissima che, in nome della produttività, dalle sue parti ci sarà il vaccino presto.
Non contava sui vaccini avanzati (ma forse ieri s’è svegliata presto, ha letto i giornali, e ha preso il primo traghetto per la Sicilia). Secondo me contava su un qualche traffico di vaccini sottobanco. Caduti dai camion come i Rolex sottocosto di quand’eravamo bambine. Dei vostri diari della quarantena non ce ne frega niente, romanzieri, ma sbrigatevi a scrivere del mercato nero dei vaccini: c’è da diventare il nuovo John Grisham.