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 2021  gennaio 13 Mercoledì calendario


I cinquantenni e i videogiochi

«Quanti anni hai?», una domanda scomoda per noi nerd cinquantenni quando troviamo giocatori sconosciuti sulla Playstation. «Cinquanta», rispondo, «e tu?». «Quarantacinque», e tiro un sospiro di sollievo. Perché spesso capita di trovarti con quindicenni che ti trattano come se tu fossi il loro nonno. Ecco, su Warzone, la Battle Royale di Call of duty che ha sbaragliato Fortnite, questo non succede più. Chi, come mia mamma, dice «ma che fai, alla tua età giochi ancora ai videogiochi?» non sa che quelli della mia età ci sono cresciuti con i videogiochi, li hanno visti nascere, ci mancherebbe pure che non ci giocassimo alla nostra età, soprattutto ora che sono bellissimi. Inoltre prima non avevo mai tempo, come scrittore dovevo scrivere i miei capolavori, cinque ore al giorno di scrittura e cinque di lettura per venti anni, ora posso giocare quanto voglio e voglio giocare più che posso (mi sono perfino comprato un cabinato arcade da Sisco78, fantastico negozio romano per noi nerd, dove ci sono seimila videogiochi degli anni 80/90, per i momenti in cui mi sento nostalgico).
Mi viene da pensare a tutti gli psicologi che hanno sempre demonizzato i videogiochi. In Warzone si fanno molte amicizie vere, perché siamo in guerra, ci si rianima a vicenda, ci si copre, si sviluppa un senso di squadra e di altruismo, e inoltre in tempi di pandemia è la cosa più sicura che ci sia, ognuno a casa sua ma virtualmente nello stesso posto. Ci si fanno tantissimi amici che ti sembrano molto più amici degli amici veri, perché sai che sono pronti a sacrificare la propria vita per te, non solo a parole. Mentre negli scontri due contro due, tu e un tuo amico contro due sconosciuti, prima di iniziare ci si fa l’inchino, e alla fine anche chi perde dice alla squadra perdente «GG», che significa Good game.
Inoltre Warzone, ossia l’Activision, ci coccola, si prende cura di noi e della community, sì perché siamo una community, ma non una community stracciona e noiosa come quelle dei centri sociali. Ci sono continui aggiornamenti, nuove armi, discussioni interessanti su quale arma sia più forte al momento, il Grau? Il Kilo? L’AK-47? Eh no, non si diventa violenti, anzi casomai se quei pazzi islamici che fanno irruzione in un teatro con i kalashnikov avessero avuto Call of duty avrebbero avuto altro da pensare, avrebbero avuto un team e avrebbero avuto un senso di fratellanza universale, non musulmana, per esempio. Si vivono momenti anche molto simili alla realtà che viviamo: durante il lockdown, quando c’era Hallowen, fu introdotta la modalità Battle Royale Zombi, dove non bisognava farsi infettare dagli altri e ci si curava con degli antivirali. Tutto senza il fastidio di portare una mascherina.
Il mio team fisso è composto da quattro persone: io (Parentedinessuno), Zyo, Killersnoopy e Shelly Grey, rispettivamente uno scrittore, uno psicoterapeuta che vende occhi di resina, un assicuratore cristiano e una chimica inorganica trentenne il cui cervello fa per tre, così abbiamo rispettato le quote rosa. Non per altro il nostro team si chiama I Murgi, per prendere per il culo la Murgia, perché una donna l’abbiamo presa ma eccezionale, non perché donna.
Insieme all’inizio pinghiamo, ossia scegliamo un punto dove paracadutarci, e da lì iniziamo a combattere, o meglio a fightare, a pushare, cioè challengare i nemici, cioè andargli incontro e sparargli, ma detta così non rende l’idea. Se sentite usare questo gergo dai vostri figli non prendeteli in giro, siete voi che non capite un ca... Dentro Warzone siamo tutte persone felici, per noi il lockdown è la nostra condizione naturale, perché ci siamo sempre stati.
Mia mamma mi dice che dovrei andare fuori, all’aria aperta, ma noi, I Murgi, non ne abbiamo bisogno. A volte andiamo dentro Warzone senza giocare, magari per pranzare insieme, ognuno a casa sua ma dentro Verdansk, l’isola dove si svolge la Battle Royale, e ci scegliamo un posto carino, magari con la vista sul mare, o intorno a un romantico laghetto con il relitto di una barca, per fare un picnic, ci ordiniamo un pranzo con Glovo, ognuno a casa sua, e stiamo insieme dentro il nostro mondo virtuale.
Un mondo che è molto più bello di quello reale. Chi demonizza il mondo virtuale è fuori dal mondo, il mondo virtuale è il futuro. Come in Ready Player One, il meraviglioso film di Steven Spielberg. Anche perché, nonostante si muoia molte volte al giorno, si rinasce sempre, non si muore mai davvero, e non è da sempre questo il sogno dell’umanità? Se Platone fosse vivo anche lui avrebbe scelto di stare dentro Verdansk, perché gli alberi sono più belli di quelli reali, e il mare è più bello di quello reale, e il cielo, oh, che cielo, il cielo è bellissimo, sembra vero, è come i fiori, che se sono veri si dice che sembrano finti e se sono finti sono belli perché sembrano veri, qui il finto sembra finto ma per questo più vero del reale. È un po’ come il porno e il sesso reale, ma questa o la capite al volto o non ve la spiego, sennò arriva qualche psicologo o sociologo o femminista o prete a farmi la predica e non ho tempo di rispondere, sto per lanciarmi su Verdanks dall’aereo con i miei murgi.