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 2021  gennaio 04 Lunedì calendario

Il Papa è come un portiere di calcio

Il pallone di stracci, la pelota de trapo; la solitudine e la responsabilità del portiere; lo sport esperienza del popolo e delle sue passioni; la fede sportiva; Maradona uomo fragile ma poeta in campo. Quante suggestioni nella magnifica intervista di papa Francesco alla Gazzetta dello Sport, firmata da Pier Bergonzi sulla rosea di sabato scorso.
Ovviamente non si può partire che dall’infanzia calcistica dell’argentino Bergoglio, nel barrio Boedo di Buenos Aires. Il quartiere del San Lorenzo, maglia rossoblu, di cui il pontefice è tifoso con tanto di tessera. Come càpita sempre tra bambini, Francesco giocava in porta ché tra i più scarsi: “Da piccolo mi piaceva il calcio, ma non ero tra i più bravi, anzi ero quello che in Argentina chiamano un pata dura, letteralmente gamba dura. Per questo mi facevano sempre giocare in porta”. Ed è a questo punto che il papa argentino aggiorna il catalogo metaforico del portiere, delineando quasi una teologia del pipelet, del suo ruolo solingo da sentinella, per citare Umberto Saba: “Ma fare il portiere è stato per me una grande scuola di vita. Un portiere deve essere pronto a rispondere a pericoli che possono arrivare da ogni parte”.
Parole che riecheggiano il concetto che lo stesso Francesco aveva spiegato un anno fa, incontrando i calciatori ispanici del Villareal: “Il portiere deve bloccare la palla là dove viene calciata, non sa da dove arriverà. E la vita è così”. In entrambe le frasi ricorre due volte la parole vita. Appunto. Quella del portiere è una metafora esistenziale. Non solo per la sua solitudine, ma anche perché di fronte ai compagni di squadra ha la responsabilità di parare, come detto da Dino Zoff ieri alla Gazzetta dello Sport. E un gol incassato accentua la solitudine responsabile del portiere. Ancora Saba, dalla poesia Goal: “Il portiere caduto alla difesa/ ultima vana, contro terra cela/ la faccia, a non vedere l’amara luce./ Il compagno in ginocchio che l’induce,/ con parole e con la mano, a sollevarsi,/ scopre pieni di lacrime i suoi occhi”.
E a proposito di poesia. Da suo connazionale, Francesco rivela cosa ha fatto dopo aver avuto la notizia della morte di Diego Armando Maradona: “Ho pregato per lui”. E non potendo paragonare, per ovvi motivi, Diego a una divinità spiega: “In campo è stato un poeta, un grande campione che ha regalato gioia a milioni di persone, in Argentina come a Napoli”. Ma la gioia regalata comunque introduce a una dimensione di fede, che il papa tratteggia in generale per tutto lo sport, attingendo alla tradizione del populismo gesuita: “Lo sport è esperienza del popolo e delle sue passioni, segna la memoria personale e collettiva. Forse sono proprio questi elementi che ci autorizzano a parlare di ‘fede sportiva’”.
Insomma il calcio è fede e anche cristiana nel senso vero della parola, come scrisse Vladimir Dimitrijevic nel suo fondamentale La vita è un pallone rotondo: “Vi è in esso (nel calcio, ndr) un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. (…). Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime. Alcuni hanno le gambe storte, altri si muovono come dei panda, ma subito, non appena entrano in possesso della palla, attorno a loro tutto diventa fluido”.