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 2020  novembre 28 Sabato calendario


Il rito del dono, lezione per il virus

Una settimana fa, The Blank Contemporary Art, un’organizzazione culturale che si occupa da una decina d’anni di arte contemporanea, organizzata da un gruppo di ragazze che adesso vanno per la quarantina, mi ha invitato al loro Festival ArtDate.
L’argomento era il dono nelle opere di artisti contemporanei, anche stranieri, io dovevo invece parlare del dono dal punto di vista economico. A causa del Covid il festival per queste ragazze si è risolto in un bagno di sangue, molti artisti stranieri non sono potuti venire e ovviamente mancava il pubblico. Nonostante Bergamo non sia una città attualmente tranquillizzante (ma anche Milano è in “zona rossa”), ci sono andato per gratificare la serietà e lo sforzo di queste ragazze che mi avevano contattato già ai primi di maggio (e poi non datemi del misogino, stronze). Per me, che ero il solo presente fisicamente, c’erano addirittura due allampanate tipe che traducevano per i sordi.
Dunque il dono. Per migliaia di anni, dall’8000 al 3000 avanti Cristo circa, nel periodo paleolitico e poi neolitico, la sola forma accettabile di scambio è stata quella del dono e del controdono. Lo scambio, che era fra tribù, collettivo, non era quasi mai contestuale, avveniva in tempi diversi e non aveva un contenuto economico, né necessariamente il controdono andava alla tribù che l’aveva fatto. Forse nessuno meglio di Marcel Mauss ha spiegato il singolare circuito del dono e del controdono, in Melanesia chiamato kula, che significa circolo, ma abituale in quasi tutti i popoli che si affacciavano sul Pacifico: “Un anno una tribù parte dalla sua isola a bordo di una nave vuota e fa il giro dell’arcipelago tornando carica di doni. L’anno successivo un’altra tribù fa lo stesso giro in senso inverso. E così via. Non necessariamente la tribù dà i suoi doni a quella da cui li ha in precedenza ricevuti, capita che li dia a una tribù terza, ciò che conta è che questa sia inserita nel giro del kula” (M. Mauss, Teoria generale della magia). Lo scambio individuale, detto gimwali, è proibito o comunque malvisto perché incrina l’unità e la solidarietà del gruppo che in quelle società è il valore in assoluto primario. In tali società non esiste nemmeno il concetto di economia, perché l’economia nella vita tribale si diluisce, si confonde, si incorpora in una così fitta rete di rapporti sociali, religiosi, magici, interpersonali, di amicizia, che è pressoché impossibile isolarla ed enuclearla dal resto. Poiché il controdono è abitualmente superiore al dono, alcuni economisti classici hanno affermato che in realtà si tratterebbe di un prestito a interesse. E in effetti i pellerossa dicono (o dicevano) che “il dono è un peso che si mette sul gobbo di colui che lo riceve”. Ma si tratta di una questione di onore e di prestigio che nulla ha a che fare con l’economia.
Nulla illustra meglio questa concezione di quello straordinario istituto che è il potlach, dove un capo tribù distrugge quanto più può della propria ricchezza proprio per dimostrare la sua potenza (oppure l’intera tribù la sperpera – noi moderni che abbiamo il concetto di investimento diremmo così – in banchetti, feste nunziali o altro genere di gozzoviglie). Bisogna quindi rassegnarsi al fatto che il primitivo non è un homo oeconomicus e che la storia non è una inevitabile ascesa verso il mercato e il denaro i cui presupposti sarebbero stati presenti fin dalle età più antiche.
Col progredire dell’evoluzione, se vogliamo chiamarla così, le tribù e le stesse famiglie si sparpagliano, per cui il circuito del dono e del controdono man mano si disperde. Già Esiodo ne Le opere e i giorni (VIII-VII secolo a.C.), aveva notato un cambiamento essenziale, alla tribù, al clan, dove la solidarietà è implicita perché l’individuo progredisce o perisce con esso, si sostituisce il vicino di cui il poeta ha un giustificato orrore. Perché il vicino lo si aiuta pensando che a sua volta, quando saremo in una qualche difficoltà, aiuterà noi. C’è quindi un calcolo, che se non è ancora propriamente economico in qualche modo gli assomiglia.
Sorvolando poi questa storia a volo d’uccello, inizia l’era dei grandi Imperi fluviali, mediorientali: Sumeri, Assiri, Babilonesi, Ittiti, Harappa, Egizi. Qui la ricchezza è accumulata nelle mani di un re, imperatore o faraone che sia, di origine divina o egli stesso un dio (sia detto di passata, in Oriente non si è mai concepita la figura di un capo supremo che non avesse origine divina, solo questa origine lo legittimava al comando, un riflesso moderno di questa concezione si ha nel Giappone dove il Mikado è stato un dio fino a quando gli Americani vincitori non lo costrinsero a dedivinizzarsi) che, attraverso la sua burocrazia, distribuisce la ricchezza ai sudditi. Entra in campo però anche lo scambio individuale che è basato sul concetto di equivalenza. Poiché è diventato ormai in larga misura indispensabile lo scambio individuale, una volta osteggiato, è consentito ed è sottratto al regime faticoso e dispendioso del dono e controdono, ma deve avvenire secondo certe equivalenze prefissate fra bene e bene in modo che non ci sia profitto di una delle parti a scapito e con danno dell’altra. Oppure, se vogliamo vederla da un’altra angolazione, il guadagno deve essere uguale per entrambe. È insomma la condanna del mercante. Il perché lo spiega bene Aristotele nell’Etica Nicomachea: “L’esistenza stessa dello Stato dipende da questi atti di reciprocità programmata… quando esse venga a mancare non è più possibile alcuna forma di compartecipazione, mentre è proprio tale compartecipazione che ci tiene uniti”. Come sottolinea il filosofo, anche qui i valori primari restano l’unità e la solidarietà del gruppo. Questo modo di pensare lo si riscontra ancora in alcuni popoli che chiamiamo “tradizionali”, e che sono stati fra noi fino a epoche recentissime. Per i Curdi, finché sono esistiti come tali, e gli Hunza, popolo dell’Asia centrale, il furto è punito più dell’omicidio, perché l’omicidio può avvenire in seguito a ira, onore, gelosia, cioè per i tradizionali moti dell’animo che, checché se ne dica oggi, non sono comprimibili, mentre il furto, a meno che non sia compiuto in stato di necessità, allora viene perdonato, incrina la fiducia e la solidarietà del gruppo.
La solidarietà oggi, in epoca di Covid, viene richiamata un po’ da tutte le Autorità proprio perché in epoche di calamità la solidarietà e l’unità di un popolo è particolarmente necessaria. Ma di questa solidarietà in giro, a dispetto di tutti gli altisonanti proclami, se n’è vista pochissima. Ha prevalso la paura reciproca (“noli me tangere”). In quanto agli uomini politici non fan altro che strumentalizzare la situazione per loro fini particolari e addirittura Silvio Berlusconi, il “delinquente naturale” come l’ha definito la Cassazione, si propone come “padre nobile” non solo della destra (chiamiamola in tal modo, anche se così si fa un insulto alla Destra), ma del Paese, proprio in nome di questa solidarietà.
Ribadisco un concetto che mi è proprio e caro: si stava meglio quando si stava peggio. Persino nel paleolitico.