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 2020  novembre 28 Sabato calendario


Il songbook di John Lennon

Impossibile, davvero, stilare un “songbook” di Lennon che sia limitato e allo stesso tempo davvero completo, tra le canzoni scritte con i Beatles e quelle realizzate da solo, tra il 1970 e il 1980, raccolte in sette album. Questo perché John Lennon è stato uno dei più grandi autori della musica popolare del secolo scorso, sia in compagnia di Paul McCartney, sia da solo. Perdonate l’ovvietà, immagino che molti lo pensino e quindi lo diano per scontato, ma non ci vuole un “esperto” di musica per dirlo, lo sanno anche i bambini. Già, ma perché lo è stato? Essenzialmente perché ha scritto alcune canzoni senza la quali la nostra vita sarebbe peggiore, canzoni che ancora oggi vengono cantate, tutti i giorni, da milioni di persone in tutto il mondo, per piacere, per diletto, ma anche per farsi cambiare la vita.
L’elenco beatlesiano è lunghissimo, diciamo che quelle per le quali varrebbe la pena, ogni tanto, di staccare da qualsiasi cosa stiamo facendo per ascoltarle e vedere cosa succede. Perché ogni volta che si ascoltano il 1968 di Revolution, la psichedelia colorata di Lucy in the Sky with Diamonds, le visioni ancora oggi avanguardistiche di Tomorrow Never Knows, o quelle poetiche e struggenti di Strawberry Fields Forever, il magnifico invito a “accendersi” di A Day in the Life, la richiesta di aiuto di Help, qualcosa succede. Un cambio di prospettiva, un momento di illuminazione, o soltanto pura gioia, commozione, speranza, amore. Tutto questo prende forma ancora di più, ancora meglio, nelle canzoni che Lennon ha scritto dopo i Beatles, quando cresce, cambia, si emancipa, si libera, amando Yoko Ono, scoprendo arte, politica, poesia, cinema, commettendo errori, facendo follie, diventando completamente John Lennon. Si deve partire da Imagine. Difficile scrivere qualcosa che non sia stata già detta su una canzone come questa, perfetta, circolare, un sorta di mantra, per invitare la gente a sognare, a sperare, a immaginare un mondo migliore. È la “signature song” di Lennon, tiene insieme il suo essere artista e la sua anima pop, la poesia di Yoko e le melodie beatlesiane, il suo impegno sociale e il suo essere visionario.
Tra i classici inevitabili c’è, senza dubbio Jealous Guy: «Sono soltanto un tipo geloso», confessa Lennon, dopo un momento in cui deve aver ceduto al sentimento, dopo aver manifestato qualche forma di sfiducia amorosa nei confronti di Yoko. E davanti a tutti, con una canzone, una delle più belle del suo intero repertorio, con estrema semplicità e franchezza chiede scusa alla sua amata e ammette il limite della sua gelosia. Starting Over è il punto di arrivo, anni dopo, alla fine, nel 1980. La canzone, come molte altre, parla del suo amore con Yoko. Anzi, nel 1980, del rinnovato amore tra i due, «come se stessimo ricominciando d’accapo». Era la sua prima canzone pubblicata dal 1975, era il “ritorno” di John al mercato discografico e lui voleva fosse con Yoko, fosse per Yoko, segnasse la fine di una fase e l’inizio di una nuova vita. Il singolo uscì il 24 ottobre, Lennon fu ucciso l’8 dicembre, la canzone andò al primo posto delle classifiche ovunque, divenne la colonna sonora del dolore collettivo per la sua scomparsa. Ma tutto questo non ci sarebbe stato senza una canzone come God. God è, assieme a Imagine, la canzone più importante di tutta la storia di Lennon. È una “list song” in cui, dopo aver detto che «Dio è un concetto con il quale misuriamo il nostro dolore», Lennon elenca tutto quello in cui non crede. Ed è un elenco micidiale, per essere stato scritto nel 1970, è la pietra tombale sugli anni Sessanta e i suoi miti, soprattutto quelli musicali, elencati alla fine: «Non credo in Elvis, non credo in Zimmerman» e poi, come uno schiaffo alla sua storia appena finita, un pugno nello stomaco a milioni di fan, «non credo nei Beatles». «Il sogno è finito», canta Lennon, «ieri ero il tessitore di sogni, ora sono rinato, ero il Walrus, ore sono solo John», parla di se stesso ma anche di una generazione intera, che entra nel nuovo decennio senza sapere dove andare. Lennon cita tutto quello in cui non crede, e limita la sua fede solo in Yoko e se stesso. È l’inizio di una nuova storia, quella che lo porterà, in brevissimo tempo, a tornare ad essere un sognatore, ma anche a diventare un militante politico.
Che Lennon stesse cambiando in maniera radicale era già visibile nel 1969, durante le session che poi porteranno a Let It Be, quando una prima versione di Gimme Some Truth, apertamente critica nei confronti della politica di Richard Nixon, e con aperti riferimenti sia allo scandalo Watergate che alla guerra del Vietnam, era stata registrata dai Beatles. Ma Working Class Hero è il brano più clamoroso del suo primo album post-Beatles, nel 1970. Semplice, quasi dylaniana, cantata con una sola chitarra acustica, denuncia il “sistema”, parla di una generazione intera che sa di aver rifiutato regole, educazione, lavoro, per diventare qualcos’altro, è bruciante e dolce al tempo stesso, implacabilmente rivoluzionaria.
Poi c’è la canzone della rabbia, quella in cui Lennon, ferito, si scaglia contro McCartney, ferendolo, How Do You Sleep. Ha un groove inesorabile e un testo che è una sequela di accuse contro l’ex amico. Gli dice che i matti che dicevano che era morto avevano ragione, gli dice che fa solo quello che vuole la moglie Linda, gli dice che quello che fa è solo muzak, che la sua faccia carina durerà ancora poco, lo attacca persino su Yesterday, «l’unica cosa buona che hai fatto». E ovviamente, accusandolo di aver tradito gli altri tre Beatles, gli chiede nel ritornello, «come fai a dormire». Implacabile, musicalmente maestosa, con la chitarra di George Harrison non a caso in bella vista, a sostenere rabbia e, nonostante tutto, tristezza.
All’estremo c’è Mind Games: la bellezza di questo brano è tutta nella circolarità della musica, nella melodia che si ripete costante, che va in sintonia con il battito del cuore e del respiro, che si apre in un ritornello cantabile e solare. Il testo è il terzo capitolo di un’ipotetica “trilogia” che è iniziata con All You Need Is Love, passa per Imagine e si chiude perfettamente con Mind Games, sulla forza dell’amore, della positività, la forza della mente. «Voglio che facciate l’amore, non la guerra» può sembrare una frase ovvia, scontata, consumata dall’uso dello slogan, ma qui diventa un invito, una richiesta, la manifestazione di una possibilità, non di un sogno. È tra le dieci canzoni più belle che Lennon ha scritto. E a proposito di guerra, a Natale non si può festeggiare, obbiettivamente, senza Happy Xmas (War is Over): «La guerra è finita (se lo vuoi)», recitavano i giganteschi poster che John e Yoko fecero affiggere in 12 città del mondo, Roma compresa, nel 1969. E a questa frase fa riferimento il brano natalizio del 1971, un gioiello diventato più brillante nel corso degli anni, fino a diventare la canzone natalizia che ogni bambino canta nelle recite scolastiche accanto alle canzoni tradizionali. Ancora un inno alla pace, alla fratellanza, all’unione degli esseri umani.
E potremmo andare avanti ancora a lungo, con Woman Is the Nigger of the World, con un titolo che non potrebbe essere più chiaro, così come gli slogan trasformati in canzoni, Give Peace a Chance e Power to the People, o con la brillantezza evocata per tutti in Istant Karma. Ma per chiudere il cerchio bisogna tornare ai Beatles e a All You Need Is Love. D’accordo, la conoscete tutti, l’avete cantata almeno una volta nella vita, e di certo se siete beatlesiani amate particolarmente l’occasione in cui i quattro l’hanno suonata, per la prima mondovisione della storia, il 25 giugno del 1967, vestiti in perfetto stile psichedelico, con i fiori tra i capelli, i cartelli come se fossero a una manifestazione, esprimendo gioia, gioventù, libertà e speranza. Mick Jagger e Donovan con loro, immersi nella musica, con l’orchestra diretta da George Martin in un clima di assoluta festa. Ma il testo lo conoscete davvero? «Non c’è niente che tu possa fare che non possa essere fatto, Non c’è nessuno che tu possa salvare che non può essere salvato. Non c’è niente che tu possa cantare che non può essere cantato. Non c’è niente che tu possa vedere che non possa essere mostrato», tutte affermazioni naturalmente vere, un inno alla libertà, all’iniziativa personale, che ha una semplice, quanto altrettanto vera conclusione, «tutto quello di cui hai bisogno è amore». Sono passati cinquantatré anni da quando Lennon la scrisse. Aveva ragione allora, ha ancora ragione adesso.