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 2020  novembre 28 Sabato calendario


La morte di John Lennon, l’8 dicembre 1980

Stavo guardando una partita in televisione. “Monday Night Football”, negli Stati Uniti, era un appuntamento irrinunciabile per milioni di tifosi, non solo perché trasmetteva il match più importante della settimana ma anche per il telecronista, Howard Cosell, più celebre giornalista sportivo americano, eccentrico personaggio che si autodescriveva come «arrogante, pomposo, odioso, vanitoso, verboso, esibizionista», ciononostante o proprio per questo idolatrato dai fans. Ebbene, la sua telecronaca di quel lunedì 8 dicembre 1980, New England Patriots vs Miami Dolphins, non ce la saremmo più scordata: «Time out a tre secondi dalla fine dell’ultimo quarto», dice Cosell con il suo caratteristico accento di Brooklyn. «Sulla linea, John Smith. Ma chiunque sia sulla linea, ora devo dirvi cosa ho appena saputo. Ricordatevi, questa è solo una partita di football. E mentre qui si gioca, a New York è accaduta una tragedia indicibile. John Lennon, il più famoso dei Beatles, assassinato a colpi di pistola davanti a casa nell’Upper West Side. Dura tornare a parlare di football, dopo una notizia simile». Questo sulla Abc, uno dei tre canali che si spartivano l’audience nazionale. Qualche secondo più tardi, la rivale Nbc interruppe The Best of Carson, il più popolare talk-show della seconda serata, nel mezzo di una gag. Poco dopo WNEW- FM 102.7, la radio più seguita della città, sospese la programmazione, dando i microfoni alle chiamate degli ascoltatori in lacrime. Ben presto fecero altrettanto tutte le radio d’America.
Ero partito da Bologna per New York sei mesi prima, 24enne fresco di laurea, con l’idea di provare a fare il corrispondente estero o meglio il giornalista free-lance; e da un po’ lo facevo per una catena di quotidiani di provincia. L’annuncio arrivò troppo tardi per scrivere: in Italia era l’alba. Ma il mattino dopo lasciai prestissimo il mio appartamentino a Hell’s Kitchen, il quartiere portoricano di midtown Manhattan, per precipitarmi ventidue isolati più a nord sul luogo del delitto. Davanti al Dakota, l’edificio dove Lennon aveva abitato con Yoko Ono da quando si era trasferito da Londra nel 1973, c’erano i cordoni di plastica del New York Police Department, dietro ai quali sostava una folla attonita. Mazzi di fiori sul marciapiede. Candele accese sui davanzali. Furgoni dei network televisivi. Giornalisti. Fotografi. Il New York Post e il Daily News, usciti in edizione straordinaria, davano i primi dettagli: la sera prima Mark Chapman, il giovane assassino, si era lasciato arrestare senza opporre resistenza nello stesso punto in cui aveva aperto il fuoco. Poi avremmo saputo che era venuto apposta dalle Hawaii per uccidere il cantante su cui sfogava le sue psicotiche frustrazioni. Si era fatto autografare un disco di John, sempre sulla porta del Dakota, qualche ora prima di sparargli. Con sé aveva una copia di un libro diventato il manifesto di una generazione, Il giovane Holden: per qualche contorto motivo ci aveva trovato l’ispirazione per il suo gesto. Era il tempo degli assassini: nei mesi successivi un pazzo sparò al presidente Reagan e un estremista a papa Giovanni Paolo II.
All’angolo della 72esima strada e Central Park West, il Dakota non è un posto come gli altri: quando fu costruito, nel 1884, intorno non c’era quasi niente e la leggenda vuole che perciò gli fu dato il nome di uno stato del selvaggio North- West. Rappresentò subito il massimo del lusso newyorchese, per l’architettura gotica, il portone ad arco abbastanza largo da lasciar passare le carrozze, le stalle sul retro, moderni ascensori per raggiungere i suoi 65 appartamenti, ciascuno diverso dall’altro. È raro che se ne liberi qualcuno: il più costoso è stato venduto per 22 milioni di dollari. Nel corso del tempo ci hanno vissuto: Lauren Bacall e Judy Garland, Leonard Bernstein e Rudolf Nureyev. Non meno numerosi i vip a cui la cooperativa di condomini rifiuta l’acquisto: si sono sentiti dire no, per bizzarre ragioni, Melanie Griffith con Antonio Banderas, i cantanti Billy Joel e Carly Simon. Tra i residenti ci fu anche Boris Karloff, noto per le interpretazioni di Frankenstein. E del Dakota, già prima che ci ammazzassero l’ex dei Beatles, si diceva che fosse maledetto: adornato da mostruosi “gargoyles”, Roman Polanski lo scelse per ambientarci Rosemary’s Baby, il film in cui Mia Farrow è messa incinta dal demonio. Nei suoi corridoi vengono avvistati gli spettri.
Yoko Ono non volle un funerale per il marito. Nei giorni seguenti organizzò una veglia funebre nell’adiacente Central Park, sul prato oggi ribattezzato Strawberry Fields. Andai a vedere anche quella. Duecentomila persone, tanti trenta-quarantenni con capelli lunghi e bambini sulle spalle, qualcuno con la chitarra, le radio portatili giganti che andavano di moda allora. I dieci minuti di silenzio chiesti da Yoko furono rispettati anche dalle stazioni radio. Ripresero a trasmettere con Imagine there’s no countries, it’ isn’t hard to do, nothing to kill or die for, and no religion too. Dal prato si levò un singhiozzo collettivo: piangevamo tutti. Ancora non lo sapevamo, ma insieme a John Lennon finiva un’epoca, gli anni Sessanta- Settanta, e ne cominciava un’altra: con gli yuppie al posto degli hippie.