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 2020  novembre 28 Sabato calendario


L’eterno ritorno del rimpasto

E i sottosegretari? Puntuale, malizioso, immancabile, l’interrogativo prelude al caos; per la buona ragione che il sempiterno rimpasto si sa come inizia, ma se si allarga porta al disastro; e non solo, più se ne parla e peggio è quanto a smanie, sospetti, rancori, contenuti programmatici, complicazioni procedurali e diffidenze quirinalizie, queste ultime decisive.
Ciò nondimeno, da sempre l’importuna litania fiorisce sulle labbra dei governanti italiani come pretesa rigenerante, accomodandosi nell’immaginario nazionale in una zona che sta fra l’inghippo e l’illusione, il sotterfugio velleitario e l’accrocco della faciloneria.
Per quanto riguarda l’uso lessicale del rimpasto (sinonimo di rimescolamento, ma con un’accentuazione più casalinga), i dizionari dell’antico politichese ne denunciano le significative varianti, vedi il Di Capua che, compilato in una stagione di inaudite sottigliezze (1973), distingue con apposite voci fra rimpasto “piccolo”, “grande”, “contenuto” e “significativo”. Dice anche che più di un volta De Gasperi ne fece uso redistribuendo il potere senza tuttavia mutare formula e alleati.
Ma quelli erano tempi segnati da forti vincoli esterni e impensabili passioni, mentre oggi domina una combinazione di paure e di appetiti: le prime spingono Conte, periclitante, verso una cauta disponibilità per tirare a campare, così come i secondi faranno anche parte della natura umana, ma certo la pandemia li rende assai meno simpatici.
C’erano ovviamente abusi anche durante la Prima Repubblica. Ma a quei tempi il rimpasto poteva contare sull’esistenza di partiti strutturati, tempi lenti e un sistema mediatico così elitario e interno alle dinamiche del Palazzo (i famosi “Millecinquecento lettori” di Enzo Forcella) da farsi perfino complice rispetto ai mirabolanti giochi tra le forze politiche e dentro. Il caso più indicativo, dopo la fuga da un ospedale militare del maggiore nazista Kappler, fu quello di Andreotti che tolse la Difesa a Vito Lattanzio, ma gli assegnò in cambio due ministeri.
Eppure anche allora non mancava scetticismo sull’utilità di ritocchi alla compagine. In un articolo dall’enigmatico titolo “Meno peggio o meglio?” Giovanni Malagodi, ad esempio, capo dei liberali, osservava la sostanziale inefficacia di cambiare questo o quel ministro come risorsa di sopravvivenza: poteva valere per un po’ di tempo, ma a lungo andare equivaleva a buttarlo via.
Con la Seconda Repubblica, da controversa e inopportuna litania, il rimpasto divenne, se non una parolaccia, un termine che sapeva di muffa. Come ovvio i potenti non smisero di pensarci, e in misura minore anche di praticarlo, ma guai a dirlo, anzi non di rado scattava fra loro una sorta di gara a chi lo negava con maggiore e personale intensità. E qui a buon diritto si colloca sul podio una formulazione di ordine psicosomatico del presidente Berlusconi secondo cui, anche solo a sentire la parola rimpasto, «mi viene l’orticaria». Era il 2004 e il suo secondo dicastero andava dilaniandosi fra mille spinte e controspinte, dalle zuffe tra Fini e Tremonti alla mini scissione dell’Udc, rimasta appesa agli intendimenti del suo capo della segreteria a nome Catone, e giù fino alla presenza o meno di Gigi Moncalvo sulla Rai in prima serata. «Il casino delle libertà» scolpì Storace; «la notte barocca» De Michelis designò l’interminabile e popolatissimo vertice, proliferante di tavoli, a Palazzo Grazioli.
Dieci anni dopo toccò a Renzi, che con il Cavaliere ha più cose in comune di quanto lui stesso sappia, uscirsene con una metafora di eguale risonanza patologica: «Il rimpasto mi fa venire le bolle». Poteva anche dire: un format rovinoso, dato che il contesto, con le sue vane pretese di velocità e trasparenza, era ancora e vertiginosamente mutato. Ma anche lì qualche cambio di ministro si fece. Passaggio inutile, però a suo modo necessario – a riprova che quasi mai il potere può fare a meno dell’ambiguità.