Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  novembre 28 Sabato calendario


UN REGALINO DI BENVENUTO PER SLEEPY JOE - L'ASSASSINIO DEL CAPO DEL PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO È STATO UN ''BLITZ ISRAELIANO COORDINATO CON TRUMP PER OSTACOLARE IL NUOVO PRESIDENTE'', DICE L'ANALISTA DANIEL PIPES - C'È ANCHE LO ZAMPONE DEL PRINCIPE SAUDITA MOHAMMED BIN SALMAN, CHE HA INCONTRATO NETANYAHU SUL MAR ROSSO E VUOLE TROVARE UN ACCORDO SU GERUSALEMME PER CONTROLLARE I TRE LUOGHI SACRI DELL'ISLAM -

Francesco Semprini per ''la Stampa'' «Credo si tratti di un'azione israeliana coordinata con gli Stati Uniti. Donald Trump vuole fare terra bruciata attorno a Joe Biden in vista di una sterzata nei rapporti tra Washington e Teheran». Questa è la lettura dell'uccisione di Mohsen Fakhrizadeh-Mahabadi, da parte di Daniel Pipes, presidente del Middle East Forum.

Che idea si è fatto di quanto accaduto? «Israele ha dimostrato in passato di avere gli strumenti e le capacità per poter condurre operazioni di questo genere specie proprio in Iran».

A cosa si riferisce in questo caso? «Immagino che in questo caso sia stata utilizzata il canale azero. Il governo di Baku ha un ottimo rapporto con Israele dal quale fra l'altro riceve forniture militari importanti e questo consente all'intelligence dello Stato ebraico di aver conoscenza del territorio azero. L'Azerbaijan è legato all'Iran visto che la popolazione è, per la maggior parte, musulmana sciita. Questo garantisce i buoni rapporti con Teheran e l'accesso ai territori della Repubblica islamica. E questo è un ottimo ponte per gli 007 israeliani, un vantaggio tattico per condurre questo genere di operazioni».

Come possiamo inquadrare questa operazione qualora fosse accertata la matrice israeliana? «Nella ferma volontà di Israele di neutralizzare gli sforzi degli ayatollah di dotarsi di una bomba atomica. Volontà che vede Israele agire da quattro anni in piena sintonia con l'amministrazione Trump. È chiaro che tutta la politica del 45° presidente Usa nella regione mediorientale è volta a indebolire e isolare la Repubblica islamica. E questo è stato possibile grazie alla triangolazione con Israele e le monarchie sunnite del Golfo che ha poi prodotto gli accordi di Abramo».

Da gennaio però alla Casa Bianca ci sarà Joe Biden «E infatti gli sforzi di Trump sono tesi a rendere il più complicato possibile al successore cambiare il corso delle relazioni con l'Iran».

Pensa che Biden tenterà di riaprire la partita del nucleare puntando a rientrare nel Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa)?

«In tutta onestà credo che rientrare nel Jcpoa sarebbe assai difficile per gli Usa. Il prezzo da pagare è troppo alto perché le condizioni poste da Teheran sarebbero davvero gravose. Ne deriverebbe un danno a livello strategico ma anche di immagine per Washington. Credo che l'amministrazione Biden si muoverà sulla linea della diplomazia in vista di una progressiva de-escalation delle tensioni tra i due Paesi. Cosa questo comporterà in termini di concessioni e impegni non lo so, bisognerà vedere quali tipo di rinunce fattuali vorrà fare l'Iran».

Però all'insediamento di Biden mancano 53 giorni. « E credo che Trump li utilizzerà tutti per far progredire l'agenda sul contrasto allo sviluppo dell'arma atomica da parte di Teheran in coordinamento con Israele. E al contempo di fare terra bruciata attorno a Biden in vista del suo arrivo, per complicare ogni cambio di passo, a partire proprio dal dossier sul nucleare iraniano».



2. IL PATTO FRA NETANYAHU E I SAUDITI SULLA SPIANATA DELLE MOSCHEE Giordano Stabile per ''La Stampa''

C'era un convitato di pietra all'incontro fra Benjamin Netanyahu e il principe Mohammed Bin Salman, domenica scorsa sul Mar Rosso. Ed era il re di Giordania Abdullah. Il primo faccia a faccia fra un premier israeliano e un reale della Casa dei Saud, in terra d'Arabia, ha fatto suonare l'allarme nei palazzi di Amman. Il vertice potrebbe spalancare le porte alla pace fra il Regno saudita e lo Stato ebraico. Ma dal punto di vista del sovrano hashemita contiene una polpetta avvelenata.

E cioè la sorte della custodia dei luoghi santi musulmani a Gerusalemme, in particolare la moschea di Al-Aqsa, la terza più sacra nel mondo islamico perché l'ultima dove ha pregato Maometto prima di ascendere al cielo. Il principe ereditario di Riad, è il sospetto, ha posto come condizione per «normalizzare» i rapporti con Israele un cambio dello status in vigore dal 1967, che pone la gestione della Spianata delle moschee nelle mani di una fondazione, o Waqf, finanziata da Amman.

Per re Abdullah sarebbe un colpo al cuore della sua legittimità, in quanto hashemita e 41°discendente diretto del Profeta. Il duello va avanti da oltre un secolo, quando il tenente Thomas Edward Lawrence, detto d'Arabia, cavalcava a fianco di Faisal, fratello del bisnonno dell'attuale sovrano. Allora gli hashemiti governavano la Mecca e Medina e sognavano un grande regno da Damasco al Mar Rosso, sulle macerie dell'impero ottomano. Queste erano le promesse di Lawrence, all'oscuro dei piani di Londra, degli accordi di Sykes-Picot fra Gran Bretagna e Francia.

Alla fine agli hashemiti toccarono due Stati più piccoli, l'Iraq e la Giordania, ma finirono per perdere le moschee in Arabia, soppiantati dal nuovo alleato preferito dei britannici, i Saud. Una dinastia che non può vantare i natali degli hashemiti ma che dal 1931, anno di fondazione dell'Arabia Saudita, si fregia del titolo di «custode delle due sacre moschee». Manca la terza per scalzare una volta per tutte i rivali. Bin Salman ha in serbo una proposta: oggi l'intera Spianata, e non solo Al-Aqsa e la Cupola della roccia, è considerata una «moschea». Il che impedisce agli ebrei di pregare su quello che per loro è il Monte del Tempio, dove sorgeva il Tempio di Salomone.

Il sospetto è che il principe sia disposto ad accontentarsi delle moschee in senso stretto, e a lasciare spazio al culto ebraico. Mbs ha già acconsentito al piano di pace di Trump, che dava tutta Gerusalemme agli israeliani e concedeva ai palestinesi il misero sobborgo di Abu Dis. Per i giordani è «capace di tutto» e mercoledì il ministero degli Esteri ha rilasciato una dichiarazione furibonda contro i «tentativi di alterare lo status quo storico e legale di Al-Aqsa» e ribadito che «il Regno continuerà i suoi sforzi per proteggere la moschea e preservare i diritti di tutti i musulmani su di essa».

Fuoco di sbarramento, confortato dalla telefonata del presidente eletto Joe Biden a re Abdullah di Giordania, primo leader arabo a essere contattato. Ma c'è ancora il rischio di un colpo di coda.