Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  novembre 28 Sabato calendario


Orsi & tori

Si chiama Gianni Berlusconi il voto unitario alla Camera e al Senato sullo scostamento di 8 miliardi di euro in più di deficit nel bilancio dello Stato. È da mesi e mesi che Gianni Letta lavora in sintonia con Silvio Berlusconi per aiutare il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a non cadere in tranelli e clamorosi errori politici. È da mesi che, attraverso Letta, Berlusconi dialoga con chi siede sulla stessa poltrona da lui occupata per molti anni. Ne feci una scoperta diretta quando un amico cercava di parlare da mesi con Conte e non ci riusciva. Un altro amico, me presente, gli chiese: «Conosci Gianni Letta? E allora chiamalo. In qualche minuto farà in modo che tu possa parlare con Conte». Il giorno dopo l’amico ci telefonò, al settimo cielo. Dopo la telefonata a Letta, non erano passate più di due ore che aveva parlato con Conte. Che Gianni Letta, più anziano di un anno di Berlusconi, sia un fuoriclasse non è una scoperta. La sua conoscenza della politica italiana comincia da quando, dopo aver fatto il corrispondente dall’Abruzzo de Il Tempo, l’allora fondatore del giornale, Renato Angiolillo e l’editore semiocculto Carlo Pesenti lo chiamarono a Roma per vari incarichi fino, alla morte di Angiolillo, alla direzione del quotidiano con la sede di fronte a Palazzo Chigi.È stato quindi sempre al centro della politica, ma con una dignità, oltre che un’intelligenza, rara. Appassionato di vini rossi, ma meno del rosso comunista, era praticamente riuscito a far concludere un patto fra Berlusconi e Massimo D’Alema, il famoso patto della crostata, perché la Commissione Bicamerale per le riforme varasse un semipresidenzialismo. L’operazione non andò a buon fine, ma il patto della crostata (sfornata dalla moglie di Letta) è finito già nella Treccani (Neologismi, 2014).
Cosa vuol dire ciò che è accaduto?
In primo luogo che il governo, sostanzialmente povero di esperienza politica, da mesi, almeno per la presidenza del Consiglio, conta sull’esperienza di due ottantenni come Letta e Berlusconi. Interesse societario? Anche, ma consapevolezza di Conte e dello stesso Luigi Di Maio che per farcela bisogna anche contare sull’aiuto di politici di lunga pezza. A detta di molti, il ministro degli Esteri sta facendo passi da gigante sul piano del buonsenso politico, ma non ha alle spalle un partito di spessore come poteva essere la Dc o il vecchio Psi. E, in più, potrebbero esserci defezioni fra i 5Stelle. Di Maio, che ha 34 anni e conta di rimanere in politica a lungo, ha trovato la formula per far digerire al Movimento la norma a tutela di Mediaset: in suo aiuto ha parlato il più serio e preparato dei ministri 5Stelle, Stefano Patuanelli, titolare del Mise: «La norma è tecnica e l’ho preparata io». Un messaggio chiaro e benaugurante anche per Letta e Berlusconi. Anche loro sanno che la possibilità che l’Italia non esploda passa da quei pochi 5Stelle al governo che ragionano nell’interesse del Paese e che, oltre a Conte, un ruolo molto importante può averlo Di Maio oltre che il ministro pd Roberto Gualtieri. C’è da far digerire al Movimento il Mes e soprattutto c’è da gestire con abilità ed equilibrio i rapporti fra la nuova amministrazione americana con il presidente Joe Biden e dall’altra con il granitico vertice della Cina.
E per questo, ma non solo, Di Maio è in posizione chiave, anche se non è laureato e parla poco inglese («anche Pasteur non era medico laureato», dice chi lo apprezza). Se infatti si guarda ai fondamentali economici dell’Italia, il Paese può salvarsi, come ripete spesso il presidente della Consob, Paolo Savona, se valorizza due fattori dove eccelle: il grande risparmio degli italiani e la grande capacità di esportare.
Il risparmio è una partita essenzialmente di Gualtieri; l’export è una partita tutta di Di Maio, visto che ha attuato, certo anche per maggior potere, quanto in realtà era auspicato da tempo e cioè che la promozione dell’export fosse inclusa nella politica estera del Paese, quindi sotto la giurisdizione della Farnesina. E se per il risparmio è indispensabile, riuscire a indirizzarlo verso investimenti nelle aziende italiane attraverso agevolazioni fiscali e rafforzamento del mercato borsistico (il 75% del risparmio italiano oggi viene investito all’estero), per l’export, che non solo va tutelato ma rafforzato, è indispensabile riuscire a reggere un equilibrio fra l’alleato storico Usa e la Cina.
Per la Cina, Di Maio ha l’enorme vantaggio di avere come capo di gabinetto Ettore Sequi, che è stato fino a poco più di un anno fa ambasciatore a Pechino, riuscendo a stabilire rapporti che nessun altro suo pari in Cina aveva mai ottenuto. Quest’anno l’export in Cina è cresciuto del 33% ma c’è ampio spazio per crescere ancora e per ottenere investimenti greenfield cinesi in Italia, cioè la creazione o lo sviluppo di aziende radicate in Italia, così come le aziende italiane hanno investito in Cina. E non vi è dubbio che per sperare in un miglior andamento del pil, l’anno prossimo l’unico Paese che potrà importare molto è la Cina. L’Italia ha il vantaggio di essere l’unico paese del G7 ad aver firmato il memorandum per la nuova Via della Seta, che pur essendo un accordo sostanzialmente commerciale ha finito, con la presidenza Trump, per scatenare reazioni delle quali il governo non ha potuto liberarsi. Vedere il caso Huawei. Da questo punto di vista, l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden non cambierà molto. Ma l’Italia ha la possibilità di far valere un fatto: rispetto alla sicurezza nazionale, cioè alla possibilità che possa essere violato il sancta santorum dello Stato, il sistema italiano è riconosciuto da tutti come il più resistente in assoluto. Detto in altre parole, ciò che può essere dimostrato è, potendo accedere a sorgenti di fornitori tipo appunto Huawei, il verificare se ci sono porte o meno per entrare nel sancta santorum della sicurezza nazionale. I servizi italiani ritengono che questo pericolo non ci sia, proprio per le protezioni che il sistema italiano ha, migliori di tutti gli altri.
Ma c’è un secondo tema: non basta poter collaborare con la Cina, proseguendo nel rapporto esistente con Huawei. C’è un problema gigantesco che sta emergendo ed è quello dei porti. La Cina avrebbe preferito Taranto e Trieste, oltre che Genova. A Taranto c’è anche, nella stessa area, un porto militare. Ma interessava molto per la profondità di 18-20 metri. Prima ancora che si entrasse in questa problematica è stata fatta partire una reazione sul fatto che il Cantiere navale Ferretti, posseduto da capitale cinese, ha richiesto uno spazio nel porto di Taranto per costruire un nuovo stabilimento.
Situazione ugualmente complessa a Trieste, un porto che la Germania considera un suo sbocco naturale.
Morale, risulta palesemente che i cinesi si sono sdegnati e quindi l’Italia, che ha migliaia di chilometri di coste, in posizione strategica nel Mediterraneo, rischia di rimanere tagliata fuori dai flussi commerciali da e per la Cina, se in tempi brevi il tema non viene affrontato con determinazione dal governo.
L’Italia è già da tempo in posizione molto buona rispetto all’Asean, fondata a Singapore e con sede a Giacarta, che riunisce le nazioni del Sudest Asiatico, al quale evidentemente la Cina guarda con molte attenzione. E del resto la Cina, prima ancora che Biden fosse ufficializzato come nuovo presidente degli Stati Uniti, è riuscita a firmare un nuovo accordo commerciale con 14 Stati, fra i quali anche Paesi assolutamente schierati e alleati di ferro con gli Usa, come il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia.
Ciò indica che il mondo si sta orientando verso posizioni bipartisan, ancorché multilaterali. Per cui si assiste che la Francia, che non ha rapporti con Tripoli, fornisce dieci elicotteri Airbus alla Cirenaica e via di questo passo. Così ritorna di estrema attualità la frase di Deng Xiaoping per cui non importa il colore del gatto purché acchiappi i topi.
La Cina possiede il 77% del porto del Pireo: il traffico portuale cinese ha determinato per l’economia greca una crescita di quasi un punto del pil. E per tornare all’importantissimo sviluppo del 5G e poi del 6 e del 7, l’Ungheria, che pure era pro Trump, ha scelto Huawei, Idem il Brasile del seguace pedestre di Trump, Jair Bolsonaro.
Ma ancora più decisiva è la considerazione che di fatto nessun Paese si pone il problema dei dati, fondamentali, che finiscono a Google. Sono quantità enormi e di qualità fondamentale. Gli Ott sono più potenti di qualsiasi entità statale. C’è stato, senza che il mondo democratico se ne accorgesse, un salto concettuale, mentre il progresso tecnologico e digitale è diventato il fattore decisivo. Gli Ott sono attori super statali, che non hanno nessun problema di libertà di azione e stanno diventando sempre più planetari.
Per questo, un Paese se vuole riemergere dal disastro del Covid deve avere unità, perché tutti insieme ci si domandi dove stiamo andando. Come ha detto con grande efficacia (lo ripeto) il presidente dell’Armenia, Armen Sarkissian, scordiamoci la democrazia come la abbiamo conosciuta. Oggi un politico viene giudicato in due secondi e in due secondi risponde e reagisce.
Occorre che il Paese intero e unito si interroghi sul futuro. È stato calcolato che nei prossimi anni il 50% dei potenziali lavoratori non sa che lavoro farà, perché non è stato ancora inventato, ma sarà diverso da oggi.
Per questo, quella che è stata una prima volta di convergenza su un atto politico e fondamentale per l’economia come la legge di Bilancio, non dovrebbe essere che l’inizio. Finora sono finiti al vento i costanti inviti del presidente Sergio Mattarella all’unità per far ripartire il Paese. L’occasione non va sprecata.
Le idee non mancano. La più fresca è quella lanciata da Paolo Savona nel suo ultimo libro, Illuminismo economico, il risveglio della ragione per uscire dalla crisi. Per Savona, per la saggezza e la conoscenza profonda che gli deriva da 50 anni di vita al servizio del Paese, con i più variegati incarichi, è la formazione di una Consulta pubblica di esperti che proponga al governo e al parlamento un’architettura adeguata ad affrontare i profondi mutamenti epocali in atto. No, non deve essere il replay della Commissione di advisor guidata dal bravo Vittorio Colao con tanto di successivo teatrino a Villa Pamphilj. Deve essere appunto una consulta in carica per almeno due anni, se non di più. Si indovini chi la potrebbe mettere insieme e presiederla? La risposta è facile, ma non la do, per non tirare, per non far tirare per la giacca a un amico. Ma se mai al governo, al parlamento, ai partiti di larga o stretta maggioranza venisse in mente di chiederglielo, forse questa volta accetterebbe.