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 2020  novembre 28 Sabato calendario


Preghiera per i detenuti d’Italia

Scrivo su questa pagina quanto contemporaneamente scrivono Luigi Manconi su «La Stampa» e Roberto Saviano su «la Repubblica». Così vogliamo argomentare un nostro modesto atto di solidarietà nei confronti di una battaglia civile che riteniamo saggia; e così ci uniamo in una ideale staffetta a Rita Bernardini, leader del Partito radicale e di Nessuno tocchi Caino, impegnata dal 10 novembre in un’azione non violenta di sciopero della fame. L’intento di Rita Bernardini, nostro e di altre centinaia di cittadini e di circa 700 detenuti, attualmente in sciopero della fame, è quello di chiedere al governo e alle autorità competenti di adottare provvedimenti in grado di ridurre in misura significativa il sovraffollamento delle prigioni italiane. Finora il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, o ha taciuto o ha dato risposte totalmente inadeguate. Il carcere è oggi il luogo più affollato d’Italia e la cella può essere lo spazio più congestionato e patogeno dell’intero sistema penitenziario. Non stupisce, dunque, che a oggi tra i detenuti siano 874 i positivi al coronavirus, e 1.042 tra personale amministrativo e di polizia. Per partecipare concretamente a questa mobilitazione civile contro una situazione tanto iniqua, insieme a Luigi Manconi, a Roberto Saviano e a chi condivide le nostre motivazioni, digiuneremo per 48 ore a partire da oggi.
Viene detto e ripetuto da mesi che ancora non esiste arma di difesa dal coronavirus migliore del distanziamento fisico, e non è difficile immaginare che fine faccia questa arma in una cella sovraffollata. Ma vediamo anche d’intenderci su cosa significa «sovraffollata». Innanzitutto, certo, si tratta di una questione di numeri: in Italia il tasso di sovraffollamento oscilla da struttura a struttura ma è mediamente intorno al 130%, con punte che toccano il 200% – il che significa che in questi casi lo spazio originariamente destinato a un detenuto viene occupato da due. I detenuti senza un posto letto sono quasi 4.000, mentre oltre 9.000 vivono la propria reclusione in uno spazio inferiore ai 4 metri quadrati, superficie ben al di sotto degli standard previsti dal Consiglio d’Europa. E si potrebbe continuare. I numeri sono eloquenti, ed è normale che su di essi s’innestino quelli, altrettanto eloquenti, del contagio.
Ma quando si parla di carceri la parola «sovraffollamento» non esaurisce il proprio significato nei numeri. Vi sono aspetti emotivi, per così dire, che, combinandovisi, pesano quanto i numeri e che non sono difficili da capire. Per esempio, la perdita dell’intimità: e se in tempi normali essa può essere compensata dalla solidarietà che si stabilisce tra i compagni di cella, in tempi di emergenza Covid essa diventa una punizione nella punizione. Per esempio, il divieto di ricevere pacchi alimentari dalle famiglie impedisce la condivisione di quei prodotti tra compagni di cella, ma se a questo «distanziamento emotivo» non ne corrisponde uno fisico, poiché il sovraffollamento lo rende impossibile, la detenzione si aggrava in un colpo solo di due afflizioni supplementari: la perdita di quel poco di eros che può essere conquistato per l’appunto con la condivisione e l’aumento delle probabilità di subire il contagio. Naturalmente questo aggravio di pena è tanto più afflittivo quanto più le condizioni di partenza, in era pre-Covid, erano già critiche; e abbiamo appena visto che in Italia queste condizioni erano tra le peggiori d’Europa. È quindi dal combinato disposto delle due voci che scaturisce l’attuale non più sostenibile emergenza.
Ma c’è un altro dato di fatto – forse il più doloroso di tutti – che si innesta in questo quadro, ed è soprattutto riguardo a questo dato di fatto che c’è bisogno di darsi una svegliata, come società civile: sembra proprio che nessuno creda più all’articolo 27 del dettato costituzionale, secondo il quale la pena deve tendere alla riabilitazione e al reinserimento del condannato. L’assoluta marginalità di chi continua a credere in questo articolo della Costituzione innesca un meccanismo perverso secondo il quale anche l’attività politica, ormai così sciaguratamente compromessa nel rincorrere le opinioni degli elettori anziché guidarle, tende a disinteressarsi alle condizioni nelle prigioni del Paese. «Buttare le chiavi», «marcire in galera», sono espressioni che risuonano troppo spesso e troppo impunemente per non stroncare all’origine il senso stesso di quell’articolo – ed ecco perché si rendono necessarie azioni estreme come lo sciopero della fame di Rita Bernardini, che dura ormai da 18 giorni.
Ora, è noto come vanno a finire queste cose. O si lascia morire di fame il manifestante, o si ascolta la sua voce. Tutto ciò che può essere fatto per indirizzare le cose verso questa seconda soluzione va fatto, e tutto il tempo che si lascia passare prima di ascoltarla, quella voce, diventa un’inutile tortura. È una voce che dice: abbiamo un problema in più, oltre a quelli di cui si parla ventiquattr’ore su ventiquattro, ed è giunto il momento di risolverlo. E per risolverlo, dice ancora, c’è una sola cosa da fare: ridurre il sovraffollamento nelle nostre carceri, vale a dire fare uscire qualche migliaio di detenuti. Per ottenere questo risultato ci sono diversi strumenti giuridici, e sarebbe davvero il caso che a partire da domani cominciasse una seria discussione su quale utilizzare; per esempio se l’indulto (l’ultimo, nel 2006), o l’amnistia (l’ultima, nel 1990), oppure, nel caso queste misure venissero considerate troppo «politiche», una delle soluzioni tecniche a disposizione, ugualmente in grado di ridurre in misura significativa la popolazione carceraria: la liberazione anticipata speciale, il blocco dell’esecutività delle sentenze passate in giudicato, o l’allargamento della platea dei beneficiari della detenzione domiciliare speciale.
Dunque, riassumendo: la situazione del contagio da coronavirus dentro i nostri istituti di pena è molto grave, tanto che se quelle percentuali dovessero replicarsi anche fuori se ne parlerebbe con toni apocalittici. Giusto per dare l’idea, si parla di un tasso di infetti circa dieci volte superiore a quello, già pesante, che c’è fuori. È in corso da oltre due settimane un’azione non-violenta per richiamare l’attenzione su questo punto. Occorre che il ministro della Giustizia e tutti gli altri responsabili si attivino immediatamente per risolvere il problema. L’alternativa, ormai, è quel farli «marcire in galera» nella sua accezione letterale.
Per finire, resta da dire ciò che è ovvio e che però, se detto prima, avrebbe indebolito di molto la ratio di questa nostra iniziativa: negli istituti di pena non stanno solo i detenuti, ci stanno anche circa 36.000 guardie carcerarie, anch’esse pesantissimamente colpite dal contagio, e poi il personale amministrativo, gli operatori sociali, gli educatori, gli psicologi e, come testimoniato dalla scioccante inchiesta di Annalena Benini sul «Foglio» del 16 novembre, anche 33 bambini sotto i tre anni tenuti in cella assieme alle loro madri (di cui due, pare, positivi al coronavirus): in attesa di risolvere anche i problemi relativi a queste presenze (numeri insufficienti per ogni categoria di operatori, inaccettabili per i bambini, ne rimanesse anche solo uno), sarebbe il caso di affrettarsi a proteggere anche loro dal male che affligge il pianeta – almeno quel poco che ci è dato di fare con i sistemi per adesso ancora medievali che abbiamo a disposizione.