Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  novembre 21 Sabato calendario


Il nemico di Salvini è Gianni Letta

È quando vede il volto di Gianni Letta sovrapporsi a quello di Berlusconi che Salvini perde i lumi.
È accaduto anche stavolta al leader della Lega di scambiare il Cavaliere con il «mio nemico». Perché ai suoi occhi Letta è l’interprete di un disegno politico ostile, che vive come una minaccia. E l’ex sottosegretario alla Presidenza non fa nulla per smentire questa tesi: insiste con Berlusconi affinché abbracci il proporzionale così da affrancare Forza Italia, posizionarla al centro dei giochi, trasformarla nell’ago della bilancia dei nuovi equilibri e far saltare i disegni di governo al capo dei sovranisti. D’altronde quelli di Letta e Salvini sono mondi inconciliabili: il primo raramente incrocia il secondo, e di certo parla più con Conte, Zingaretti e Di Maio di quanto non faccia con il segretario del Carroccio.
Salvini vede impronte del «mio nemico» dappertutto. A parte i colloqui riservati al Colle, scopre che Letta discute sui futuri vertici dell’Arma con il ministro della Difesa, viene a sapere sempre dei suoi bigliettini sui tavoli dove si decide una nomina, lo ritiene il regista di certe manovre parlamentari per la nascita di gruppi «responsabili», lo considera l’artefice delle interviste da «padre della Patria» di Berlusconi a cui «guarda caso il giorno dopo risponde Bettini». Ecco cosa intendeva quando ha gridato agli «inciuci». Cosa che stava per fare all’ultimo vertice di centro-destra, prendendo a pretesto la storia del doppio relatore per la Finanziaria: «Silvio, questa cosa non mi sta bene. E poi scusa, prima ti irrigidisci con il governo e mi dici che non hai risposto al telefono a Conte, e poi ti metti a fare il dialogante?».
È che a «Silvio» piace la ritrovata centralità politica, questo corteggiamento dei vecchi nemici che ora lo trattano da statista. Persino Bersani aspetta di capire «cosa farà in futuro, perché è del Ppe e non c’entra nulla coi sovranisti. Certo poi bisogna impostare il dialogo con cautela, perché il modo in cui è stato scritto l’emendamento su Mediaset è un po’ naif...». Dietro quella norma Salvini ha rivisto la sagoma di Letta, e siccome da Arcore nessuno lo aveva informato per tempo l’ha considerata la prova del tradimento. «Ma non l’hanno fatta per noi», ha provato a giustificarsi Berlusconi. Che gli ha detto la verità solo quando ha scagionato «Gianni», contrario in effetti alla soluzione sostenuta dall’azienda, perché a suo dire «provoca scalpore e rimanda il problema solo di sei mesi».
Il fatto è che Salvini addebita a Letta ogni complotto, e in ogni caso l’altro giorno era intenzionato a dare un segnale al Cavaliere «perché i miei non li tengo più». Perciò ha attaccato senza calcolare la proporzionalità del gesto e il fatto che – spaccando plasticamente la coalizione – forniva il destro alle teorie di Letta e al gioco del Pd. Raccontano che Berlusconi abbia accolto la notizia con un moto di fastidio e insieme di compiacimento: «Davvero vuole colpire Mediaset? Ma se lui vive nelle mie tivvù». Il giorno dopo però ha accondisceso a trovare una mediazione, perché solo il Colle varrebbe forse l’unità del centrodestra. E non è nemmeno detto, siccome al Cavaliere – impegnato a contare i voti necessari per il più alto incarico – Salvini aveva già dato garanzie. Tranne poi cadere di nuovo vittima del raptus: «Non è che al Quirinale sta puntando Gianni Letta?».
Questa sovrapposizione di volti è un’ossessione, che forse gli allevia i pensieri di partito. E lì le divergenze con Giorgetti non sono un gioco delle parti, viste le obiezioni confidate dall’ex sottosegretario alla Presidenza a un compagno di partito: «Matteo è stato formidabile nel far crescere la Lega. Ma vorrei ricordare che la Lega governava quando aveva il 4%». Un modo per dire che non bastano i consensi, servono anche interlocutori e una linea credibile. Specie in politica economica. «Perché il debito pubblico – ha detto Giorgetti alla presentazione del libro di Giacalone Addio Mascherine – non ci rende sovrani. Di questo passo la legge di Bilancio non verrà più scritta dal governo ma la decideranno magari un olandese, un lettone o un tedesco. Buona parte della classe politica non l’ha capito». Compresi gli economisti in voga nella Lega...